La nascita della botanica a Trieste. Gli orti tra Medioevo ed Età Moderna

29.04.2023 – 07.01 – All’interno delle vaste collezioni digitali dei musei europei, inglesi e americani offerte al pubblico – migliaia di reperti digitalizzati, offerti gratuitamente e per un libero utilizzo agli utenti, nella consapevolezza che la loro diffusione faciliti la popolarità del museo stesso – non manca Trieste. Se si cercano infatti informazioni su Trieste compariranno articoli di giornale, piccoli oggetti, poster e libri. Ma più di tutto comparirà un reperto inconsueto, difficilmente associabile a Trieste: semi e piante. Si tratta di cartocci di semi o buste con fiori e foglie essiccati, conservati dall’ottocento ad oggi. Specie di ogni genere, sulle quali il nome di Trieste compare in riferimento ai luoghi, cioè il Carso e la città-porto, dove vennero colti.
Il dato in realtà non deve affatto sorprendere; Trieste nell’ottocento divenne uno dei centri della botanica europea, ‘innaffiando’ un proprio vivaio di studi scientifici, strettamente connessi alla flora del Carso e, più in generale, dell’Istria. Bartolomeo Biasoletto e l’orto botanico, Muzio de Tommasini e il Giardino Pubblico. Senza considerare l’opera di rimboschimento del Carso attraverso geniali inventori come Josef Ressel e la realizzazione di due parchi tanto esotici quanto ricchi quali il Parco di Revoltella e il Parco di Miramare. Questa straordinaria vitalità della botanica triestina è connessa alla sfida di un terreno lunare e inospitale quale il Carso d’allora, eppure trova anche i suoi nobili antecedenti dalla Tergeste medievale, alla Trieste d’età moderna.

Quali furono le origini della botanica triestina? Originariamente coltivare le piante medicinali e disporre di un orto specializzato non era una necessità scientifica, quanto medica: il farmacista e l’ospedale necessitavano di un luogo dove rifornirsi per rimedi, unguenti e infusi.
Le prime informazioni risalgono al 1400, quando è noto come le farmacie disponessero di orti annessi, detti gli orti dei semplici, dai quali estrarre le piante officinali necessarie per le cure. In questo caso la figura non era ancora il farmacista, quanto lo speziale.
Lo studioso Giorgio Alberti osservava come, da una supplica dello speziale Gasparin de Lazzara nel 1428, fosse possibile apprendere l’esistenza di un orto dei semplici annesso alla farmacia del Comune. Lo speziale ne chiedeva l’utilizzo alle autorità per cinque anni.
Con un salto in avanti nel tempo, risale al 1534 un altro riferimento a un orto botanico; si trattava di un appezzamento di terra del farmacista del Comune, fornito dall’istituzione perchè vi coltivasse le piante officinali. In entrambi i casi non è noto dove l’orto fosse ubicato.

In questo contesto lo studio delle piante non è né sistemico, né accurato; eppure proprio all’alba del cinquecento compaiono le prime indagini botaniche slegate dal dato medico, rivolte a studiare la flora di per sé stessa.
Il medico senese Andrea Mattioli visitò infatti Trieste tra il 1542 e il 1554; e fu tra i primi giunti a Trieste appositamente per analizzarne la flora. Tra seicento e settecento il suo esempio verrà imitato da un gran numero di ricercatori provenienti dal retroterra austro-tedesco, le cui analisi diverranno sempre più sistematiche nel corso del secolo dei lumi, con categorie e sistemi complessi.
Tra il ‘400 e il ‘500 compaiono inoltre le prime tracce di un’attività peculiare, però fondamentale per la botanica; lo scambio dei semi. Il farmacista o lo speziale intrattiene rapporti epistolari con altri colleghi in Europa e, onde arricchire i reciproci orti, semi delle più rare specie viaggiano via posta. Sono questi gli antenati di quei fiori e di quei cartocci di semi che giacciono negli archivi anche più lontani, quali l’Inghilterra o gli Stati Uniti.

Passando dall’ambito medicinale a quello scientifico, lo studioso Giorgio Alberti menziona due figure particolari: Carlo Krampf e Giovanni Vordoni.
Il dott. Krapf raccolse diverse piante rare a Trieste e nel Carso, classificandole con la nomenclatura di Linneo; ne inviò poi alcuni esemplari al medico naturalista Antonio Scopoli, il quale a sua volta inserì una vasta gamma di piante triestine e istriane nella seconda edizione dell’opera Flora carniolica (1772).
Meglio noto il caso di Giovanni Vordoni; di professione medico e di nazionalità greca, Vordoni coltivò un erbario di piante ‘dalmatiche’ come le definivano allora, poi ereditate dal botanico Biasoletto. Oggigiorno parte della sua collezione di libri sulle piante ancora sopravvive nel Civico Museo di Storia Naturale.

Occorre però aspettare il tardo XVIII secolo per rinvenire notizie certe di un orto botanico a Trieste, dopo gli orticelli degli speziali tra ‘500 e ‘600. Si trattava, all’epoca, di un orto collocato dietro l’Ospedale di Maria Teresa, al di là del torrente Klutsch. Lo speziale Antonio Marchesani, definito persona “capacissima e specialmente perfetto botanico”, lo gestiva al servizio dell’Ospedale. In particolare, accanto alla cura delle piante, si recava nel Carso a cercarne di nuove, onde poi ripiantarle nell’orto. Oggigiorno l’area corrisponderebbe pressappoco ad una zona tra via via Carducci, via del Coroneo, Foro Ulpiano e via Fabio Severo; insomma, una ‘frazione’ dell’odierna Piazza Oberdan.
Questo fu l’ultimo ‘orto dei semplici’; nel 1826, mezzo secolo dopo, l’orto botanico nel Borgo Franceschino promosso da Biasoletto assolveva già ad altre funzioni: ornamenti per le case, riforestazione del Carso, selezione di specie per la coltivazione… Era la nascita della moderna botanica, anche per Trieste.

Fonti: Giorgio Alberti, Il sorgere e l’affermarsi di studi botanici a Trieste in Fulvio Caputo, Neoclassico: arte, architettura e cultura a Trieste, 1790-1840, Venezia, Marsilio Editori, 1990.

[z.s.]

Zeno Saracino
Zeno Saracinohttps://www.triesteallnews.it
Giornalista pubblicista. Blog personale: https://zenosaracino.blogspot.com/

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