Busto de "Il Giardino Formale". La scritta recita: "“A Bartolomeo Biasoletto dignanese, botanico insigne, di questo già sterile poggio, ravvivatore, Trieste e l’Istria, riconoscenti MDCCCLXXVIII"

29.06.2019 – 08.30 – Il Civico Orto Botanico di Trieste (via Carlo de Marchesetti, 2) rappresenta uno dei tanti lasciti della Trieste ottocentesca alle future generazioni: un metaforico scrigno che cela una collezione di gioielli “verdi” collezionati in oltre due secoli di appassionate cacce, scambi, intrepide esplorazioni.
Dalle piante officinali, a quelle tessili, alimentari, “magiche”, palustri… I bambù dell’Estremo Oriente si alternano così a piante sud americane, statunitensi, africane; senza però trascurare, accanto al fascino di altri luoghi e altri continenti, la bellezza ruvida della pervicace flora carsica. Una ricerca del bello e dell’utile oggigiorno quanto mai attuale.
Man mano che il collasso ambientale prossimo venturo falcidia la flora e la fauna, oasi come l’Orto Botanico divengono preziose banche dati, una vera e propria “arca” di semi e piante che andrebbero altrimenti smarrite. Una biodiversità tanto fragile, quanto negletta dalle istituzioni.
La storia dell’Orto Botanico triestino si caratterizza infatti da un lato per la dedizione e il coraggio dei diversi direttori succedutosi fino ad oggi, dall’altro per la disperata mancanza di fondi dovuta al continuo disinteresse degli enti comunali. L’Orto Botanico – attualmente in un periodo “felice” – ha sempre dovuto remare contro il disinteresse della politica, pure a fronte di un’affezione dei triestini innegabile. Solitamente si cita la chiusura dell’Orto Botanico nel 1986 a fronte di una mancanza di soldi, di personale specializzato, di giardinieri… E tuttavia la storia dell’Orto Botanico rivela un disinteresse “cronico”, esemplificato dai maltrattamenti che seguono agli anni del primo dopoguerra, quando la nuova amministrazione non sembra comprendere né la funzione, né il valore del luogo. Senza poi dimenticare le difficoltà nell’età vittoriana, quando gli unici fondi provenivano dalla Società Adriatica di Scienze Naturali. Il punto di svolta avviene appena nel 1903, quando Felice Venezian conferisce dignità di pubblica istituzione all’Orto Botanico, considerandolo una frazione del Museo di Storia Naturale.
Le difficoltà degli anni Venti sono emblematiche, perché vedono all’Orto negati i più essenziali stanziamenti, difeso da un Carlo de Marchesetti ormai anziano, ma ancora battagliero. I “liberatori” non sembrano nemmeno interessati a rifornire il Museo di Storia Naturale e l’Orto di una bandiera: “Con un vecchio pezzo di stoffa, dai noi tinta in verde e in rosso, si raffazzonò alla meglio un piccolo tricolore per il museo (che però non può venir esposta con tempo piovoso), laddove per l’orto botanico si riuscì ad avere a prestito un bello e decorso vessillo, che superbamente ondeggiava finora sull’alta asta, ma che, purtroppo, ora dobbiamo restituire – scrive Marchesetti al Comune – Riescite vane le pratiche presso il civico economato, mi permetto rivolgermi a questa inclita presidenza con la preghiera di voler assegnare anche ai nostri due istituti scientifici, al Museo di Storia Naturale ed all’orto botanico, due corrispondenti bandiere, come pure due effigi di S. M. il Re affine di fregiarne i locali di direzione”.
Passando a una nota più positiva, fin dalla sua fondazione l’Orto Botanico ha sempre affiancato, alla semplice “coltura” delle piante, tre “mission”, tre intenti tutt’ora unici. In primo luogo l’Orto Botanico nasce come un laboratorio, un luogo di sperimentazione scientifica, volto a scoprire la miglior pianta per ripopolare quella desolata pietraia che era il Carso due secoli addietro. L’Orto ha lo scopo di “testare” quale pianta avrà maggiori chance. L’astronave con la quale sbarcare su quel deserto lunare e alieno che era un tempo il Carso si rivela così essere il “pino nero”.
In secondo luogo, già dai primi anni, l’Orto Botanico è un ente in stretto contatto con i giardini e gli orti di mezza Europa, con i quali scambia cartocci di semi e piante; tanta della ricchezza botanica dell’Austria e della Germania la si deve a Trieste e ancor più quest’ultima possiede piante da tutto il mondo solo per questa collaborazione transnazionale ante litteram.
In terzo luogo, l’Orto Botanico di Trieste non è un ambiente “sacro”, ma aperto a tutti i cittadini che desiderino passeggiare e arricchire la propria conoscenza. La missione pedagogica si affianca così a quella scientifica e già nei primi decenni del Novecento le fonti segnalano scolaresche in visita. Un’antica funzione recuperata con la riapertura dell’Orto nel 2001.

Il cancello dei primi anni del ‘900, un tempo entrata ufficiale dell’Orto.

Il colle di San Luigi, prima che vi germogliasse l’Orto Botanico, era una zona aspra e scoscesa, dove pochi fili d’erba soffocavano sotto i sassi tempestati da un sole cocente. Eppure il colle venne scelto come zona per l’Orto proprio perché inospitale, perché inadatto alla coltivazione.
L’area del Chiadino era infatti la prima testa di ponte per l’assalto dei botanici triestini all’altipiano, da troppo tempo dominio delle pietre; proprio infatti su “uno sterile terreno da Carso su cui spuntava appena un poco d’erba, a forza di cure e di scienza” lentamente crebbero quei pini neri oggigiorno cifra distintiva del paesaggio (1840-42). L’artefice di questa vittoria fu uno scienziato che sarebbe poi divenuto il primo direttore dell’Orto: Bartolomeo Biasoletto (1793-1858).
Come racconta Carlo de Marchesetti, Biasoletto “venne a Trieste ancora giovinetto, d’onde passò più tardi a Vienna a compiere i suoi studi universitari. Avuto il diploma di farmacista, si trattenne per breve tempo a Wels nell’Austria inferiore, facendo nel 1815 ritorno a Trieste, che elesse a sua seconda patria ed ove due anni più tardi acquistò la farmacia all’insegna dell’Orso nero, che porta tuttora il suo nome. Nel 1823 recossi a Padova, ove prese il grado accademico di dottore in filosofia”.
La farmacia Biasoletto tutt’ora esistente tra via Roma e il canale del Ponterosso – diventò rapidamente “un luogo di riferimento e di raduno per molti studiosi d’Oltrape che trovano in lui [Biasoletto] un’infaticabile guida”. Biasoletto, in qualità di farmacista, teneva infatti una serie di corsi sulla botanica, rivolti originariamente agli studenti speziali. Molte delle piante di un orto erano infatti quelle utilizzate dal farmacista nella preparazione delle diverse ricette. Proprio per meglio illustrare i suoi corsi, Biasoletto prese a coltivare un suo “giardino farmaceutico” che rapidamente crebbe bene al di là della sola funzione “medica”. Quest’orto era un tempo presente nella contrada Fontana, dove l’omonima famiglia concesse al giovane studioso un appezzamento di terra (1828). Nella stessa zona oggigiorno vi ritroviamo il Coroneo.
Verso il 1831 questo “giardino farmaceutico” era cresciuto a livelli tali che Biasoletto mandava spesso campioni di piante e semi in giro in tutta Europa, ricevendone a sua volta. Biasoletto stesso annota con orgoglio, nel 1852, il successo del suo “orticello”: “Diciamo inoltre, e con soddisfazione, che codesto giardino non trovasi indietro di piante di tanti altri stabilimenti, ancorché più vetusti e di maggiore fama, tanto per qualità che per numero […] e ne fan fede le serie dei cataloghi di sementi, che dall’anno 1831 in poi, per mutuo concambio, si vanno stampando… Dobbiamo pur dire che desso venne visitato da teste coronate, da principi, e da persone ragguardevoli, sì per alto merito, che per cognizioni di scienza, e lo sarebbero di più se per motivi ignoti esso non fosse tenuto troppo nell’oscurità”.
Il cosmopolitismo di Biasoletto si scontrava così con un municipalismo ottuso, disinteressato a quelli che considerava solo “vegetali”. La situazione col tempo peggiorò sempre più, fino a quando l’orto, senza più fondi, venne ceduto alla Società Agraria, che decise di trasformarlo in un frutteto, sradicando una collezione di vent’anni di piante rare. Biasoletto, allora, colto dalla disperazione, ebbe l’intuizione di trasportare la gran parte delle piante altrove, in una zona periferica. Su proposta di un Podestà finalmente aperto al verde, quale Muzio de Tommasini, a cui si deve il Giardino Pubblico, quest’area venne individuata nell’allora nascente “Bosco dei Pini”. Corrispondeva a quel colle di san Luigi scelto dallo stesso Biasoletto per sperimentare quali alberi potessero rivitalizzare il Carso.
Lucidamente, in quell’occasione, Biasoletto aveva osservato come la trasformazione del Carso in una “brutta e sterile landa” fosse stato prodotto dell’azione umana: “Non bisogna credere tuttavia che la scomparsa dei boschi sia stata dovuta ad un anarchico abbandono o a dimenticanza delle leggi. Semplicemente si era creduto ad un certo punto possibile di sviluppare l’allevamento e che fosse conveniente tagliare i boschi per disporre di prati e trasformare poi questi in campi”.
Muzio de Tommasini ricorda a questo proposito le “belle piante dell’antico Giardino”, recuperate dalla distruzione, ovvero “la Mandragora Officinalis, tanto famosa per le sue supposte virtù, fatta qui giungere nel 1829 dai monti di Ragusa, le iridi Germanica florentina ed illyrica, la Salvia Sclarea, l’Earthis hymenolin, ora acclimatizzata nel vicino Bosco Farneto, il Doronican condofolina, le Artemisie canforate e Biasolettiane, la Scopolia Carnila, ecc”.

Percorso Geopaleontologico, una delle nuove sezioni dei primi duemila.

Una vicenda finora prettamente maschile: dal podestà Tommasini, a Biasoletto eroe “dei pini neri”, al ruolo futuro di Marchesetti. Eppure l’Orto Botanico non sarebbe stato possibile senza l’intervento di una donna, che giocò un ruolo importante proprio in questa primissima fase. Elisa Braig era una botanica rinomata, che si era fatta le ossa quale allieva di Carlo Koch a Berlino, prima di ritornare a Trieste e coltivarvi, nella villa Murat di Campo Marzio, un orto botanico tutto dedito alla flora locale. Se dunque Biasoletti offrì le prime piante “medicinali” e con il suo giardino quelle più esotiche, fu la Braig a introdurre nell’Orto Botanico le piante propriamente locali.
Come Biasoletti morì improvvisamente (1858), così avvenne anche alla Braig, per un’infiammazione al petto (1870). Il ruolo di trapiantare (letteralmente!) l’eredità della donna nell’Orto passerà pertanto nuovamente sulle spalle di Tommasini: “Nuovo e più rilevante aumento ottenne l’incipiente giardino di Chiadino in seguito alla morte di Elisa Braig, geniale ed istruita amatrice degli studi di Flora, avendo gli eredi di lei disposto a favore della città del pari che dell’erbario, passato al Museo civico, anche delle piante viventi, che la defunta coltivava con diligente cura nel giardinetto attinente alla propria abitazione derivanti dalle escursioni botaniche della stessa e di altri fautori della scienza…
Dalla preparazione del terreno grazie all’azione di Biasoletto, al trapianto delle sue piante di via Fontana, fino all’erbario di Tommasini: con quest’ultimo arrivo, di Elisa Braig, il Civico Orto Botanico passava dall’essere un orticello a una realtà di grande importanza. Sarebbero seguiti altri passaggi importanti, dal servizio di Tommasini, dal 1861, fino alla morte, alla direzione di Raimondo Tominz, figlio del famoso pittore, all’apertura al passeggio per i triestini (1873). Giungendo alla massima espansione per l’Orto, con l’opera grandiosa di Marchesetti, che inaugurò una struttura di viottoli e piante, così come di visite scolastiche e culturali, sopravvissuto fino a oggi. Testimonianza preziosa, in tal senso, il catalogo delle piante dell’Orto, pubblicato dal direttore Tominz nel 1881. Qui si registra bene la vertiginosa crescita del giardino, passato dall’avere “solo” 254 specie nel 1877, ad averne 1273 nel 1881. Come si suol dire, il seme era stato gettato e aveva trovato terreno fertile. Anche nella cultura.

[z.s.]
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