Muzio de Tommasini e il Giardino Pubblico, eredità verde della Trieste che fu

11.05.2019 – 07.30 – Questo 2019 segna, tra i tanti anniversari, i centoquarant’anni dalla morte di Muzio de Tommasini (1794-1879), personaggio chiave nella storia della Trieste ottocentesca.
Muzio de Tommasini fu infatti Preside di Trieste dal 1839 al 1850 e Podestà dal 1850 al 1861. Durante quest’ultimo periodo dovette per altro fronteggiare la minaccia di una delle ultime epidemie di colera di Trieste (1855). Tra i suoi tanti atti a favore della città le cronache ricordano il progetto di un ospizio per poveri in via Pascoli (1862), la strada che conduce a Barcola (1859) e l’inaugurazione di un “Museo Zoologico”, primo nucleo di quanto diverrà il Museo di Storia Naturale di Piazza Hortis. Il vivace interesse scientifico di Muzio de Tommasini si tradusse in una trentina di piante che tutt’ora recano il suo nome, oltre a un “florilegio” di associazioni a difesa dell’ambiente, dalla Società Agraria, alla Società Adriatica di Scienze Naturali, all’orto botanico di San Luigi. Se il Carso oggi non è una pietraia desolata, ciò lo si deve all’impegno per il rimboschimento del Podestà. Il lascito maggiore rimane però il Giardino Pubblico a lui intitolato, tutt’ora importante polmone verde della città.

Verso la prima metà dell’ottocento, la zona del Giardino Pubblico fu oggetto di un riordino urbanistico piuttosto impegnativo, ordinato dal governatore austriaco Francesco Stadion (1806-53). Rimaneva prioritario, allora come adesso, migliorare la viabilità delle vie cittadine, così come i collegamenti terrestri con l’entroterra austriaco. La zona infatti si caratterizzava per un torrente che scendeva da San Giovanni, intervallato in due punti da ponticelli di legno, affiancato a destra dalla strada chiamata Contrada San Pelagio e a sinistra dalla Contrada del molino a vento (oggi via Marconi). La Contrada San Pelagio si divideva a sua volta nelle contrade dei Gelsi (attuale via Nordio), dei Bachi (vie Xydias e Timeus), delle Acque (via Polonio). I lavori permisero di interrare il torrente e sostituire questo complesso reticolo di strade con un’unica viabilità, che andava dai Portici di Chiozza all’attuale Giardino Pubblico. Oggigiorno è nota quale via Cesare Battisti (novembre 1918), all’epoca veniva invece chiamata Corsia Stadion, a ricordo dell’azione del governatore. In quella stessa zona, davanti al Giardino Pubblico, sorgeva il Fondo Ralli, noto per gli spettacoli del circo.

Correva l’anno 1852, quando il Podestà Muzio de Tommasini diramò un avviso comunale dove annunciava il progetto del parco. Trieste all’epoca era lontana dal grigiore novecentesco e la zona stessa aveva occasionali prati e zone abbandonate. Tuttavia Tommasini desiderava un luogo che fosse meno incolto, meno occasionale: un vero e proprio giardino con aiuole, viali alberati e piante rare, lontano dalla selvaggia bellezza del Carso. Natura, sì, ma civilizzata.
L’amore per la natura del Podestà intuì con notevole preveggenza la crescita della città e assicurò così preventivamente una zona verde dove i suoi cittadini potessero trovare ristoro.
Tommasini aveva già acquisito i terreni, un tempo proprietà della Chiesa: era infatti il fondo detto “delle monache”, perchè di proprietà delle Benedettine. Il Podestà comperò il fondo nel 1844 con la promessa di costruirvi una chiesa, ma presto il richiamo della natura prevalse e il progetto di un edificio ecclesiale venne abbandonato. Non a caso la pianta topografica del 1852 prevede, all’interno del giardino, una croce, simbolo per una cappella o addirittura una chiesetta.
Il repentino successo del Giardino Pubblico convinse Tommasini ad abbandonare l’idea, ma le Benedettine non ebbero a dispiacersene, perchè verranno costruite in cambio tre altre chiese, rispettivamente a San Giacomo, Roiano e a Basovizza.

Il sito approssimativamente era delimitato dalla Corsia del Molin Grande (oggi via Marconi) e dal torrente già menzionato, noto come “Patok” o dello Scoglio, o Staribrek. Quello che un tempo era il luogo preferito dalle lavandaie per sciacquare i panni, oggigiorno scorre invece sotto via Giulia, grazie a una copertura realizzata già nel 1863. La zona invece superiore del Giardino Pubblico confinava con quanto diverrà la via Alessandro Volta, inaugurata nel 1889 sui terreni della famiglia Springer. A sinistra del parco, infine, era possibile ammirare uno dei portenti della modernità, ovvero il primo Gasometro. La ditta di Pietro Prix Franquet, filiale di una società francese, aveva inaugurato l’11 novembre 1846 la fornitura di gas ai lampioni cittadini, iniziando dal Viale.
La zona era stata scelta da Tommasini, perché vicina ai passeggi dell’acquedotto e del Boschetto; l’area era inoltre brulla, senza ostruzioni o particolari intralci, eccezion fatta per il Fondo Ralli.
Il primo Giardino Pubblico fu dunque inaugurato nel 1854 all’altezza di via Alessandro Volta, fino alla cosiddetta “casetta in stile svizzero” dell’Ispettore.
Successivamente, tre anni dopo, con un avviso d’asta del 14 aprile 1857 e con un prezzo iniziale di 7843 fiorini e 35 corone, fu edificata una casa adibita a caffetteria, frutto di un progetto dell’Ispettore edile G. Bernardi. Il Giardino come oggi lo conosciamo risale in realtà al 1863, quando raggiunse le dimensioni attuali, con 3 ingressi e un grande portale, quest’ultimo opera assieme alla balaustra su muricciolo dell’architetto Berlam. I quattro varchi corrispondevano a quello attuale vicino alla statua del Rossetti, risalente a sua volta al 1901, opera dell’abile mano di Rivalta, a quello di via Marconi e ai due adiacenti alla via Giulia.
Il Giardino già disponeva all’epoca del cosiddetto laghetto dei cigni, così come di un assortimento notevole di piante rare, ippocastani e platani, quest’ultimi piantati con le proprie mani dallo stesso Tommasini. La zona della pista di pattinaggio ospitava invece una monumentale fontana di terracotta con una statua di Minerva (1883). Nota anche come “Monumento a Trieste”, la statua era stata donata alla città dall’ispettore della Ferrovia Meridionale Friedrich Bömches. Minerva, nella qualità di dea protettrice dell’industria e dell’operosità, era un gradito simbolo per Trieste e la sua classe imprenditoriale. Successivamente venne rimpiazzata dal monumento Finis Austriae (1921) e dopo un periodo di abbandono nei magazzini comunali, distrutta dalle Autorità italiane. L’acqua per la fontana proveniva da due pozzi potabili situati all’interno del Giardino, ma eventuali necessità idriche venivano risolte anche grazie a una cisterna con pompa situata di fronte all’ex Caffè Firenze (Largo Giardino).

Il Giardino Pubblico si rivelò un immediato successo per la città: i triestini amavano il nuovo parco, presso il quale si moltiplicarono presto attività di ogni genere.
La caffetteria, gestita da un tal “Benzini”, ospitava una mostra di tutte le qualità di uva della Regione e a partire dall’ultimo quarto dell’ottocento le riunioni e le esposizioni del Circolo Artistico Triestino (1884). Il locale diventava invece sede di scatenati caffè-concerto durante i mesi invernali, andando così a costituire una parte della Trieste Bohémien.
La voglia di divertimento della Belle Époque vide il Giardino diventare sede giornaliera di concerti e gare musicali, con bande e musicisti di spicco. Ricordiamo a titolo d’esempio la Cavalcata del Fuoco e l’Inno Istriano di Smareglia, entrambi diretti da un giovanissimo Franz Lehar.
Le bande suonavano anche all’aperto, sotto un chiosco di ferro, accanto alla caffetteria. Infine, nei mesi estivi, era possibile assistere agli sgangherati concerti della banda dei “giovanetti abbandonati e vagabondi”, residenti nel vicino Istituto dei Poveri.
Oggigiorno il Giardino Pubblico ha smarrito quest’originaria vocazione allo spettacolo, nonostante sopravviva nei mesi estivi il cinema all’aperto. Probabilmente questa è anche un’involontaria conseguenza del proliferare di targhe e monumenti, che lo trasformano più in un luogo di ricordo e commemorazione, che un giardino “vivo”.

L’opuscolo del 1980 di Cosimo Cosenza – Trieste. Il Giardino Pubblico e la Fabbrica dei Pallini – ammirava lo spirito lungimirante di Muzio de Tommasini, lamentando come la città trent’anni fa fosse assediata dalla “cancrena del cemento”. Deprimente allora constatare come il Giardino in tal senso rimanga tra le poche aree verdi della città, pur tra le continue richieste dei cittadini e una cementificazione ora più che mai tesa, con le parole di Cosenza, “a negarci il residuo d’ossigeno”.

Zeno Saracino
Zeno Saracinohttps://www.triesteallnews.it
Giornalista pubblicista. Blog personale: https://zenosaracino.blogspot.com/

Ultime notizie

Dello stesso autore