Il primo inceneritore (asburgico) di Trieste

13.05.2023 – 07.01 – I viaggiatori che visitavano Trieste nell’ottocento ne sottolineavano la bellezza degli edifici con particolare riferimento alla disposizione degli stessi e alla pianta cittadina; durante l’età della Restaurazione l’attenzione si appuntava sul quartiere Teresiano, espressione coi suoi edifici bianco neoclassico di una visione matematica e razionale; successivamente i ‘turisti’ ammiravano il fervore del porto, il continuo, alacre, lavoro che avvolgeva con una babele di lingue e merci le banchine e il centro città. Eppure se ne sottolineava anche la profonda sporcizia, evidente specie nelle strade e nell’impianto fognario carente. I primi approcci per una gestione moderna ed efficiente della spazzatura avvennero dopo le prime ondate di colera, quando divenne evidente la connessione tra la mancata igiene e la diffusione delle epidemie.
Le relazioni stilate dalla Luogotenenza durante l’epidemie di colera rivelano una città sporca, specie nei sobborghi, in linea con simili situazioni europee, laddove la crescita prima portuale e poi industriale non si accompagnava a una decisa azione statale nella gestione della sanità pubblica. Il 13 aprile 1836 alcuni dei primi casi di colera avvennero “nell’angusta ed immonda contrada delle Lodole (…) e l’accesso a questa è difficile a motivo d’una sdrucciolevole via, ossia trozo di ammassata terra, lorda da ogni sorta di immondizie, che dinanzi a quel miserabile tugurio si vedono giacenti e che producono un fetore insoffribile e nocevole alla salute”.
Vent’anni dopo, nel 1851, nell’occasione di un’altra epidemia di colera le strade rimanevano “troppo abusate con gettarvi le immondizie, imbrattarle collo spandimento de’ carri di carbone, calce e di altri generi”. In estate la Luogotenenza lamentava le “fermentazioni delle immondezze e del conseguente sviluppo di nauseanti e moleste esalazioni”.
Sembra inoltre che, a metà ottocento, a causa della crescita economica della città nessuno volesse lavorare per la nettezza urbana; troppo basse le paghe, considerando come il porto conoscesse un profondo sviluppo connesso alla seconda Restaurazione. Inoltre si lamentava l’abitudine dei cittadini, nelle ore serali, di “lordare con orina le pubbliche vie e piazze”; a cui si pose un rimedio con la costruzione di quattro latrine pubbliche, dalle fotografie di fine ottocento a foggia turca/ottomana, presso il mare e precisamente “in Grumola, Pescheria, Carciotti e Posta vecchia”.
Nel corso dell’ottocento la città era dunque sporca; e una causa era la cattiva gestione delle fogne e dell’immondizia; i paralleli con le città inglesi in pieno sviluppo (ad. esempio il ‘Grande Fetore‘ di Londra, del 1858) sono evidenti. La Bora non facilitava il compito; infatti sollevava grandi nubi di polvere e terra, a propria volta smossi continuamente dal via vai dei carri. Se ne lamentava in particolare il console inglese Sir Richard Burton, pure abituato in virtù dei suoi continui viaggi ai vortici di sabbia del Medio Oriente.

Una famosa scena di ‘lavaggio dei panni’ Città vecchia

Una soluzione efficace giunse agli inizi del ‘900, quando iniziarono a essere utilizzati i primi forni per l’incenerimento delle immondizie; solitamente il calore generato veniva utilizzato per riscaldare delle caldaie e generare energia a vapore. Il primo forno del quale si dispone di una testimonianza giornalistica dettagliata risale agli ultimi anni dell’impero, precisamente il 22 febbraio 1915. Hera aveva poi esibito, dall’Archivio di stato di Trieste, le carte per il progetto di un inceneritore del 1909, in via Orsera.
Riferendosi al ‘termovalorizzatore’ ante literram del 1915, preme rilevare che l’inaugurazione fu una cerimonia di grande rilievo, alla quale furono presenti i deputati comunali e le massime autorità dell’epoca; in ossequio a una mentalità positivista che all’epoca scricchiolava sotto i colpi delle artiglierie il forno per l’immondizia era ritenuto una grande conquista, un passo in avanti verso una città moderna.
Il forno era collocato “sul fondo della vecchia Polveriera in Via dell’Istria poco discosto dai cimiteri, ha l’ingresso dall’altra parte di questa via a mezzo di una strada laterale, aperta espressamente per facilitare l’accesso ai carri delle immondizie”. La costruzione comprendeva “un muro di cemento armato, unico in Europa, della altezza massima di quasi 14 metri”. Il forno presentava, all’interno del muro, una ciminiera di 50 metri di altezza e due edifici, riservati al forno e agli alloggi con le docce per gli operai e l’amministrazione. Vi erano inoltre alcune officine, le stalle per i cavalli e i depositi delle scorie. I carri scaricavano le immondizie nell’apposita fossa; poi una gru elettrica le trasportava in una delle tre celle del forno. La spazzatura veniva bruciata nel giro di un’ora e il calore generato utilizzato per riscaldare le caldaie di due macchine motrici; queste, a propria volta, producevano elettricità. Il forno, alla sua inaugurazione, bruciava oltre 74mila chili di immondizie nell’arco di ventiquattro ore, producendo 4mila chilowatt di energia, dei quali 110 utilizzati per azionare il forno. L’elettricità in eccesso serviva invece alla centrale elettrica dell’officina comunale del gas. Il forno funzionava ininterrottamente, tranne una pausa alle 15 della domenica, onde procedere alla pulizia interna del macchinario. Le scorie bruciate, ancora di notevoli dimensioni, venivano immerse nell’acqua tramite dei carrelli, poi con degli elevatori trasportate verso ulteriori macchinari che li compattavano e spezzettavano. Le scorie venivano infine utilizzate per il calcestruzzo (il ‘bettone’) e per la riempitura delle strade. Le ceneri, “raccolte da un aspiratore speciale”, venivano invece utilizzate quale concime per i terreni e per la sabbia delle malte. Il forno e la sua fabbricazione erano tedeschi, essendo gestiti all’epoca dalla ditta G. Pollak, a propria volta rappresentante la ditta Herbertz di Monaco.

Fonti: Avveniristico Forno per l’incenerimento delle immondizie in L’Osservatore Triestino, 22 febbraio 1915
Termovalorizzatore Errera. Storia e funzionamento dell’impianto, settembre 2018
Le citazioni dalla prima parte provengono da Rino Cigui, Le epidemie di colera a Trieste e in Istria nel sec. XIX, Atti, vol. XXXVIII, 2008, p. 429-504

[z.s.]

Zeno Saracino
Zeno Saracinohttps://www.triesteallnews.it
Giornalista pubblicista. Blog personale: https://zenosaracino.blogspot.com/

Ultime notizie

Dello stesso autore