Cose dell’altra Europa: rotta balcanica, Serbia-Kosovo, Cechia e Polonia

Balcani Occidentali 

30.11.2020 – 09.55 – Rotta Balcanica: la scorsa settimana si è tenuto, interamente online, il convegno internazionale “Sulla rotta balcanica“, organizzato dalla rete “Rivolti ai Balcani” in collaborazione con la rivista Altreconomia e una ventina di associazioni – non solo italiane.
P
erché conta: sebbene la vicenda venga trattata sempre meno nei media mainstream, sono tuttora migliaia le persone intrappolate nella rotta balcanica, trattenute in un limbo esistenziale e giuridico che non permette loro né di proseguire – entrare nell’Ue – né di retrocedere – ritornare ai paesi d’origine, ovvero in scenari o pericolosi o incapaci di fornire condizioni di vita decenti, o più spesso entrambe le cose.
D
urante le due giornate, entrambe molto seguite (più di diecimila visualizzazioni totali), hanno parlato venticinque relatori: esponenti politici, funzionari Onu, giornalisti, ricercatori e attivisti. Una selezione molto composita, efficace nel fotografare il fenomeno “Balkan route” con una prospettiva onnicomprensiva. Se il venerdì (video) si è dato spazio soprattutto alle associazioni e alle Ong che lavorano in loco a sostegno dei migranti, il sabato (video) ha avuto un tono più istituzionale, lasciando la parola perlopiù a rappresentanti delle istituzioni (parlamentari europei e deputati italiani).
U
no degli interventi più significativi, parzialmente in controtendenza con il resto delle posizioni, è stato quello di Lora Vidović, Ombudswoman della Croazia.
Vidović ha esordito ricordando come il suo ufficio, incaricato di verificare e punire eventuali violazioni dei diritti dei migranti, sia un ente statale dipendente da fondi pubblici che informa Ministero degli interni, governo e parlamento, e non una Ong. Sebbene la polizia croata sia stata più volte accusata di (documentati e sistematici) abusi sui migranti, la relatrice ha dichiarato che, in base ai dati raccolti dal suo ufficio, tali abusi non siano legalmente classificabili come “tortura“. Si è poi concentrata sul ruolo dell’Ue, ricordando come l’azione di Zagabria sia pienamente coerente con la volontà politica del blocco di sigillare i propri confini esterni e sostenendo che pratiche illegali secondo il diritto internazionale vigente, come i (documentati e sistematici) respingimenti collettivi, suggeriscono come il contesto sia ormai cambiato. Le norme stabilite negli anni ‘50 per tutelare i diritti di rifugiati e migranti non sarebbero, secondo Vidović, più conciliabili con l’esigenza di proteggere i propri confini e fronteggiare ondate migratorie imponenti come quelle attuali. Ha allora invocato un “cambio di paradigma”, affermando come nella situazione attuale sia estremamente improbabile riuscire a valutare individualmente il caso di ogni richiedente asilo. In seguito, ha ripetuto perentoriamente, riecheggiando interventi precedenti, che qualunque meccanismo fondato sulla solidarietà tra Stati membri è fallito e sia destinato a fallire. Ha inoltre biasimato l'”ipocrisia” dell’Ue e degli altri Stati membri, che accusano la Croazia, Stato ancora escluso dall’area Schengen, per i numerosi soprusi inflitti ai migranti pur ricorrendo spesso alle stesse pratiche. Ha infine ammesso che, pur ricevendo numerose denunce di possibili abusi su migranti e richiedenti asili (60 solo quest’anno), non è stato possibile confermarne alcuna, in quanto il ministero degli Interni, seppure disposto a collaborare, non ha mai fornito informazioni sufficienti. 

Per approfondire: Dossier: La rotta balcanica. I migranti senza diritti nel cuore dell’Europa [Osservatorio Balcani e Caucaso]

Serbia-Kosovo: la Banca europea per gli investimenti e lo sviluppo finanzierà parte della costruzione dell'”Autostrada per la pace“, che connetterà Niš (Serbia) con Durazzo (Albania) via Pristina (Kosovo). Intanto, l’Ue ha criticato il governo kosovaro perché non permette al presidente serbo Aleksandar Vučić di entrare nel paese.
P
erché conta: a prima vista, le due notizie potrebbero apparire slegate tra loro. E a ben donde: lo sono. Proprio questo è il problema. L’Ue stenta a trasformare il proprio capitale economico, anche quando ben indirizzato come in questo caso, in capitale diplomatico. Il nome altisonante affibbiato a questa infrastruttura – “Autostrada per la pace” – sintetizza efficacemente l’auspicio che anima questo tipo di progetti sponsorizzati da Bruxelles: aumentare la interconnessione – economica, finanziaria, infrastrutturale – tra Stati che hanno o hanno avuto aspri dissidi dovrebbe contribuire a mitigare le tensioni e spianare la strada alla riconciliazione. Peccato che ciò non stia avvenendo. Tranne alcune mirabili eccezioni, le élite al potere nei sei Stati dei Balcani occidentali candidati a entrare nell’Unione – Montenegro, Albania, Serbia, Kosovo, Bosnia Erzegovina e Macedonia del Nord – si limitano a incassare i soldi garantiti da Bruxelles senza sentirsi davvero vincolati ad alcun tipo di impegno, tanto meno quelli più onerosi politicamente, come gli accordi con Stati limitrofi osteggiati dalla maggior parte dell’elettorato. Sebbene siano molto meno rilevanti in termini di interazione economica con la regione, gli Usa rimangono l’unico attore esterno capace di influenzare le vicende balcaniche. Il Kosovo, soprattutto, ha più volte dimostrato di saper ignorare le direttive di Bruxelles, ma si piega senza batter ciglio ai diktat di Washington. Proprio questa acquiescenza obbligata potrebbe costringere Pristina a ritrattare la posa più arrembante assunta negli ultimi tempi, specie durante la breve esperienza di governo guidato dal nazionalista di sinistra Albin Kurti (marzo-giugno 2020) – e accettare un compromesso con la Serbia. Sempre che, come ci si aspetta, con Joe Biden la Casa Bianca rinneghi l’approccio muscolare dell’amministrazione uscente e ritorni a coordinare con i partner europei la propria azione nei Balcani. 

Per approfondire: Usa-to garantito: Joe Biden e i Balcani [Limes]

Europa Centrale 

Cechia: il presidente Miloš Zeman, populista di destra vicino a Cina e Russia, ha criticato l’ostinazione del presidente Usa Donald Trump a non riconoscere l’esito del voto dello scorso 3 novembre e a adire alle vie legali pur di ribaltarlo, affermando: “Personalmente credo che sarebbe meglio lasciar perdere, smetterla di mettersi così in imbarazzo e iniziare la transizione”.
P
erché conta: Zeman viene spesso considerato l’Orbán ceco. Ha invocato una maggiore cooperazione con Russia e Cina, diventando il faro delle fazioni filocinesi e filorusse del paese mitteleuropeo. Alcune sue posizioni, come per esempio l’aver ventilato la possibilità di ritirare il riconoscimento del Kosovo, sono sembrate provenire direttamente dal manuale della politica estera di Pechino e Mosca. Dal suo insediamento al Castello di Praga (2013), Zeman ha fatto pressioni sui vari esecutivi affinché spostassero il baricentro del paese verso Est, adottando una politica estera di maggiore equidistanza tra il blocco atlantista e i suoi rivali rispetto a quella che la Cechia ha tenuto fin dalla ritrovata indipendenza. Interpretando il suo ruolo, sulla carta perlopiù cerimoniale, in maniera estensiva, Zeman ha dato l’impressione di condurre una propria politica estera, nominando per esempio controversi imprenditori cinesi come suoi consiglieri o sconfessando pubblicamente le velleità europeiste dell’attuale governo, guidato da Andrej Babiš, liberale populista e secondo uomo più ricco del paese. Zeman, inoltre, ha assunto sovente posizioni xenofobe, criticando la linea Ue sull’accoglienza ai rifugiati e schierandosi con Budapest e Varsavia nel loro conflitto con Bruxelles sullo Stato di diritto.
P
er queste ragioni le dure parole rivolte al presidente americano nascondono un significato profondo. La differenza coi suoi omologhi ungheresi e polacchi, che hanno sostenuto apertamente Trump e hanno atteso fino all’ultimo prima di complimentarsi – a denti stretti – con Joe Biden, emerge lampante. Zeman adora furoreggiare in patria, ma, esattamente come il suo paese, resta devoto alla Realpolitik e distante da qualsivoglia passione ideologica. Realpolitik che impone di schierarsi subito con chi comanda, a prescindere dalle simpatie e dalle affinità personali. Dopo la recente proposta del parlamento ceco di considerare Hezbollah un’organizzazione terroristica, come richiesto da oltreoceano, l’uscita anti-trumpiana del presidente suggerisce che Praga stia gradualmente ritornando nell’ovile Usa, dopo aver per qualche tempo peccato di sinofilia (pressoché asintomatica).  

Per approfondire: Chi rompe, Praga. Perché la visita di alcuni politici cechi a Taiwan ha irritato la Cina  [Linkiesta]

Polonia: secondo un recente sondaggio solo il 9% dei giovani polacchi ha una visione positiva della Chiesa cattolica.
P
erché conta: è un sondaggio, e va quindi preso cum grano salis. Tuttavia, stuzzica una lettura in controtendenza dell’attuale conflitto politico-valoriale che sta divaricando la Polonia. Dal 2015 il paese è governato da una coalizione di ultradestra controllata dal partito populista Pis, che seppur ammaccata è uscita finora indenne da tutti gli appuntamenti elettorali più importanti. Questo esecutivo, apertamente sostenuto dal clero cattolico polacco, ha corroso lo Stato di diritto, come manifestato da episodi clamorosi come la scelta della Norvegia di garantire il diritto d’asilo a un cittadino polacco giudicandolo un perseguitato politico. Nelle ultime settimane, spalleggiandosi con Budapest, Varsavia ha prima minacciato e poi imposto il veto sul bilancio pluriennale 2021-2027, la cui bozza prevederebbe che i fondi vengano assegnati anche in base alla performance di ciascun paese nell’ambito delle garanzie democratiche. E da circa un mese il paese è scosso da veementi proteste di piazza a causa di una sentenza della Corte costituzionale che, se implementata dal governo, restringerebbe ulteriormente il già manchevole diritto all’aborto garantito alle donne polacche. L’interpretazione canonica delle vicende polacche muove dall’assunto che la popolazione sia compattamente molto devota e che a suscitare l’opposizione popolare siano solo i provvedimenti più radicali e turbo-conservatori del governo. Questo anche perché la principale forza di opposizione, Piattaforma civica, seppur più liberale del Pis, è comunque una formazione di centro-destra molto vicina alla Chiesa. Il sondaggio sopra riportato delinea invece uno scontro generazionale: le politiche del governo starebbero esaudendo le aspettative del segmento più vecchio della cittadinanza polacca e frustrando quelle delle coorti più giovani. Un indizio che prefigura un futuro molto più filo-Ue, liberale e moderno per la Polonia. Quella sconfitta, ma di misura, alle elezioni presidenziali della scorsa estate.      

Per approfondire: Una Polonia per due [Aspenia]

s.b

Ultime notizie

Dello stesso autore