Cose dell’altra Europa: uno sguardo su Polonia e Ungheria

07.10.2020 – 09.00 – Polonia: rinnovato l’accordo di coalizione tra i tre partiti di governo, dopo mesi di scontri intestini. Ma è solo una tregua.
Perché è importante: il governo polacco, in carica dal 2015, si è trovato spesso alle strette con la Commissione europea. L’oggetto del contendere è soprattutto lo Stato di diritto: lo scopo di alcuni interventi normativi approvati durante gli ultimi cinque anni dal Sejm, il parlamento polacco a maggioranza conservatrice, hanno eroso l’autonomia del potere giudiziario. Queste riforme e altri interventi di taglio valoriale-identitario, come la recente fondazioni di alcuni comuni “liberi dall’ideologia Lgbt”, hanno raffreddato la relazione tra Varsavia e Bruxelles, portando molti soggetti – tra cui la maggioranza presente all’Europarlamento – a chiedere l’attivazione del famigerato articolo 7 contro la Polonia. Una sua eventuale applicazione sospenderebbe il diritto di voto di Varsavia nel Consiglio europeo, togliendole sostanzialmente voce in capitolo nelle vicende Ue. Poiché questo passaggio richiederebbe l’unanimità dei 27 Stati Ue rappresentati in quel consesso, tale scenario è tuttavia ritenuto assolutamente remoto: governi affini a quello polacco, come quello ungherese, non darebbero mai il proprio assenso, nel timore che poi lo stesso possa accadere a loro.
Se all’opinione pubblica continentale, le politiche ultra-tradizionaliste e illiberali dell’attuale classe dirigente polacca possono sembrare inspiegabili, si tende spesso a sottovalutare un elemento: Diritto e Giustizia (Pis, nell’acronimo polacco), la forza più numerosa della coalizione di governo, non è quella più radicale. Su temi come aborto, educazione sessuale, diritti delle minoranze sessuali Polonia unita, la formazione guidata dal potente ministro della Giustizia Zbigniew Ziobro, propone provvedimenti ancora più conservatori.  Ziobro sta tentando la scalata per accreditarsi come leader della destra polacca. Per adesso ha poche possibilità (il suo partito controlla solo 18 seggi sui 460 dell’emiciclo), ma in futuro potrebbe aggregare attorno a sé un consenso sufficiente per scalzare i “moderati” che al momento guidano la coalizione. Se accadesse, un’ulteriore polarizzazione dello scontro tra Varsavia e Bruxelles sarebbe probabile.
Approfondimento: In Polonia l’estrema destra litiga con l’estremissima destra [Il Post]

Ungheria: in un’intervista il premier ungherese Viktor Orbán ha elogiato la Brexit, ma ha dichiarato che l’Ungheria non ha intenzione di uscire dall’Ue.
Perché è importante: questa breve intervista racchiude l’essenza della politica di Orbán, che da quando è salito al potere nel 2010 con il suo partito Fidesz si è impegnato per trasformare l’Ungheria in una “democrazia illiberale” (parole sue).
Da un lato, fedele al verbo sovranista che proclama, lo scaltro premier ungherese esprime ammirazione per la scelta del Regno Unito. Con il trionfo della fazione favorevole all’uscita dall’Ue sancito nel referendum del 23 giugno 2016, i britannici hanno “salvato il proprio onore”, secondo il leader magiaro. A fronte di toni così entusiastici, sorge spontanea la domanda: perché nei suoi dieci anni di governo Orbán non ha a sua volta proposta una “Magiarexit“, che avrebbe dunque “salvato l’onore” anche degli ungheresi?
A questo dubbio naturale risponde lo stesso primo ministro nel prosieguo dell’intervista, dove spiega come il suo paese non si possa permettere un simile passo, avendo un’economia troppo debole. L’Ungheria produce l’1% dell’intero pil Ue (l’Italia poco meno del 13%) e ospita circa il 2.2% della popolazione comunitaria.
Questa franca ammissione ricorda come, nonostante le cicliche critiche rivolte da Budapest alla dirigenza Ue sui temi più disparati (gestione dei flussi migratori, rapporti con la Russia, allocazione fondi, politiche sociali e ambientali), le autorità ungheresi ben si guardano dal seguire davvero la strada del sovranismo. E non solo perché, nonostante la martellante propaganda antieuropeista diffusa dal governo (e pagata con soldi pubblici), la maggior parte della popolazione tende ad avere fiducia nell’Ue (il 55%, con media comunitaria 44%) e resta ampiamente favorevole alla permanenza nel blocco. Ma anche perché, oltre a contribuire all’imponente crescita del pil magiaro, i finanziamenti comunitari ottenuti dall’Ungheria – soprattutto grazie alle redistribuzione prevista dai Fondi di coesione e i Fondi europei di sviluppo regionale – hanno anche notevolmente ingrassato la classe imprenditoriale amica (e addirittura parente) del premier. Come in altri Stati dell’Europa centro-orientale, il comparto agricolo è un esempio eloquente.
Approfondimento: La fattoria dei sussidi. Come i populisti dell’Europa centrale hanno imparato a lucrare sui finanziamenti europei [Linkiesta]

s.b