Cose dell’altra Europa: Polonia-Norvegia, Ungheria, Serbia, Montenegro

Europa centrale 

19.10.2020 – 09.20 – Polonia/Norvegia: la Norvegia ha offerto diritto d’asilo politico a un cittadino polacco.
Perché conta: è la prima volta dopo la fine della Guerra fredda che uno Stato europeo offre asilo politico al cittadino di un altro Stato europeo (per giunta Ue). Gaweł e famiglia si trovano nel paese scandinavo da gennaio 2019. La Norvegia ha già rifiutato la richiesta di estradizione avanzata dalle autorità polacche. Secondo Oslo, la condanna inflitta a Rafał Gaweł per frode e contraffazione di documenti sarebbe una forma di punizione inflitta per motivazioni politiche dall’esecutivo ultra-conservatore polacco.
Questa vicenda può sembrare una mera diatriba giuridica di secondo piano, ma è invece estremamente significativa. Da quando si è insediato (2015), il governo polacco guidato dai populisti di estrema destra del Pis ha iniziato una campagna di profonda politicizzazione del sistema giudiziario. Gli ultra-conservatori sostengono che la giustizia polacca sia ancora controllata da ex esponenti dell’apparato comunista. Hanno quindi intentato diverse azioni finalizzate a rimpiazzarne i funzionari, nominando figure molto vicine o affini all’esecutivo, di fatto usurpando l’istituzione. Tra le tattiche adottate, l’abbassamento dell’età per la pensione, che ha repentinamente espulso alcuni giudici dall’amministrazione, e la cosiddetta “lustrazione”, ovvero lo scrutinio della biografia di ciascun giudice alla ricerca di prove di una possibile collaborazione con le autorità comuniste. Queste riforme hanno valso alla Polonia già quattro procedure d’infrazione da parte della Commissione europea tra 2017 e 2020. Il deterioramento dello Stato di diritto è ormai conclamato.
La mossa norvegese manda quindi un messaggio perentorio: gli altri Stati devono smettere di considerare il sistema giudiziario polacco come un soggetto indipendente e iniziare a trattarlo come un’estensione del governo, non vigendo più in Polonia equilibrio tra i poteri esecutivo, legislativo e giudiziario. La Norvegia ha potuto permettersi questo atto clamoroso, poiché non appartiene all’Ue e non è dunque invischiata in quegli equilibri politici e normativi che impediscono a Bruxelles un’azione più muscolare nei confronti delle plateali violazioni del diritto comunitario compiute da Varsavia.

Approfondimento: Come si distrugge una democrazia [Il Tascabile]

Ungheria: Fidesz, il partito del premier Viktor Orbán, è riuscito a eleggere un suo candidato nella riedizione delle elezioni nel distretto di Borsod-Abaúj-Zemplén contro il candidato sostenuto da tutte le opposizioni.
Perché conta: perché occuparsi di un’elezione suppletiva in un collegio secondario della provincia ungherese? Per una questione di numeri: se Fidesz non avesse riconquistato questo seggio avrebbe perso la maggioranza di due terzi che detiene all’Országház, il parlamento ungherese. Questa maggioranza risicata è fondamentale per approvare le leggi repressive che il governo di Viktor Orbán va confezionando fin dal 2010, l’inizio del suo predominio.
Il voto restituisce allora due elementi.
Primo, seppur ampiamente depotenziato e trasformato quasi del tutto in un pilastro dell’esecutivo, l’emiciclo ungherese è ancora un campo di battaglia. Le opposizioni possono ancora insidiare, o perlomeno sabotare, il graduale processo di involuzione democratica con cui l’Ungheria si sta tramutando in una “autocrazia elettorale”, un sistema dove le elezioni si tengono ma non sono mai realmente competitive. Lo stato d’emergenza imposto da Orbán a marzo con la scusa del coronavirus celava proprio questo timore: che le poche prerogative rimaste ai parlamentari boicottassero anche solo parzialmente le sue manovre.
Secondo, la strategia di unione tra tutte le forze di opposizione – molto dispendiosa sul piano politico – potrebbe non bastare a detronizzare Orbán. Infatti, da qualche mese tutte le opposizioni magiare si sono coalizzate intorno a questo obiettivo comune: cacciare Fidesz. Hanno accantonato le loro differenze, varando un fronte comune che va dalla destra estrema (gli ex neonazisti riciclatisi centristi di Jobbik) ai movimenti filo-europeisti. Poiché i collegi elettorali sono stati ridisegnati apposta per far vincere il partito di governo, che peraltro ha inoltre colonizzato il sistema mediatico, nemmeno quest’alleanza così  eterogenea e intrinsecamente fragile potrebbe costituire un avversario credibile per la nomenklatura orbaniana.

Approfondimento: La versione di Orban [Ispi]

Balcani Occidentali 

Serbia: il presidente serbo Aleksandar Vučić ha dichiarato che “non è sempre facile difendere l’amicizia con la Cina”.
Perché conta: Vučić è come un millepiedi: nessuno come lui in Europa sa tenere il piede in così tante scarpe. Seguendo le sue dichiarazioni si ha spesso l’impressione di trovarsi di fronte a una schiera di sosia. Cambiano i luoghi e i partner, ma non cambiano le sue affermazioni: afferma pressoché sempre la sua fedeltà al determinato attore con cui si ritrova a condividere il podio. Questa volta è toccato a Pechino venir lodato come amico fraterno, in un sequel di quanto già visto durante la pandemia, quando il presidente serbo aveva baciato la bandiera cinese accogliendo all’aeroporto di Belgrado gli aiuti inviati dalla Cina.
E pensare che, meno di due mesi fa, con l’accordo siglato a Washington tra la Serbia e il Kosovo, Belgrado era sembrata passare saldamente nel campo occidentale. Oltre a una serie di condizioni intese ad allinearsi ai desiderata Usa sui controversi dossier mediorientali (Israele, Hezbollah), l’intesa prevederebbe l’abbandono della tecnologia cinese Huawei. È ormai acclarato che la feroce campagna lanciata dall’amministrazione Trump contro l’azienda cinese leader dell’hi-tech non sia che una tattica per indebolire il “soft power” di Pechino. Utilizzare strumentazione Huawei oggi equivale a schierarsi dalla parte del Dragone nello scontro globale che lo contrappone agli States. Pochi possono permettersi questo oltraggio all’egemone mondiale.
Tra questi, tuttavia, pare esserci la Serbia. Con buona pace degli accordi siglati a favore di telecamera, il paese balcanico non si è risparmiato intese commerciali con la compagnia cinese, tra cui l’introduzione di un sistema di riconoscimento facciale applicato nel territorio della capitale. Una soluzione quantomeno delicata in quanto espone i cittadini serbi a possibili (e pesanti) violazioni della loro privacy: i dati sensibili raccolti finirebbero verosimilmente in qualche server ubicato in territorio cinese. Vučić, migliore amico di tutti, non ne sembra particolarmente turbato.

Approfondimento: Inside Belgrado. Lo strano caso della Serbia che gioca in bilico tra Bruxelles, Washington, Pechino e Mosca [Linkiesta]

Montenegro: un istituto indipendente ha scoperto che una compagnia edile vicina al partito dell’ex presidente Milo Đukanović – al potere per quasi trent’anni, spodestato solo alle elezioni dello scorso agosto – si è aggiudicata una fetta ingente dei lavori della costruzione dell’infrastruttura più importante del paese: l’autostrada Bar-Belgrado, realizzata dalla compagnia cinese CCCC come parte delle nuove vie della seta.
Perché conta: il progetto di questa autostrada ha fatto schizzare alle stelle il rapporto pil – debito pubblico dello Stato adriatico, aumentato di circa l’80%. Podgorica ha sottoscritto un prestito molto oneroso con una banca cinese. E tra le varie condizioni dell’accordo con CCCC c’è anche l’obbligo di impiegare soprattutto manodopera, materiali e tecnologie cinesi. Detto in breve: Pechino propone, Pechino costruisce, Pechino presta i soldi, lo Stato si indebita e si ritrova costretto ad accettare la penetrazione cinese come un “fait accompli”. Il Montenegro incarna allora un esempio efficace della cosiddetta “trappola del debito”: i paesi interessati agli investimenti cinesi tendono a contrarre debiti con la stessa Cina che poi non sono in grado di ripagare, se non al prezzo di impopolari cure di austerity.
La rivelazione avalla i dubbi degli esperti: l’aumento della presenza cinese nei Balcani (e non solo) facilita notevolmente la corruzione dei governi coinvolti, che tendono a finalizzare contratti e assegnare appalti in modo poco trasparente e molto pericoloso per la solidità finanziaria dei propri paesi. A differenza dell’Ue, i cinesi si fanno pochi scrupoli. Interagiscono con tutti i tipi di regimi politici, finché questi hanno interesse a commerciare e fare affari, anche sacrificando la trasparenza degli accordi e sottraendoli allo scrutinio dell’opinione pubblica.
In ottica geopolitica, la Cina guarda a tutti i paesi dell’Europa centro-orientale e dei Balcani come un blocco omogeneo che funge da corridoio verso l’Europa occidentale. È questo il mercato più appetitoso per l’export cinese, nonché terminale della Belt and Road Initiative, o nuove vie della seta, il faraonico progetto infrastrutturale con cui Pechino ambisce a integrare l’intera Eurasia. Gli Stati dell’Europa post-comunista (più la Grecia) sono radunati nel format “17+1”, lo strumento che serve ai cinesi per sistematizzare e coordinare gli investimenti in queste aree così internamente frammentate. Casi come quello montenegrino ricordano tuttavia che questi investimenti rispondono a una strategia di penetrazione coordinata, che potrebbe rivelarsi non molto benefica per i paesi coinvolti sul lungo periodo.

Approfondimento: Le ragioni del cuore e quelle della Realpolitik nel nuovo Montenegro [Limes]

s.b