Cose dell’altra Europa: Kosovo, Serbia, Slovenia, Polonia

Balcani Occidentali

09.11.2020 – 09.55 – Kosovo: si è dimesso il presidente Hashim Thaçi, dopo esser stato rinviato a giudizio per crimini di guerra e crimini contro l’umanità dal Tribunale speciale dell’Aja. Le sue funzioni saranno esercitate dalla vicepresidente Vjosa Osmani, sua rivale.
Perché conta: Thaçi era il leader politico dell’Uck, il movimento di liberazione kosovara che lottò contro le forze serbe durante la guerra di liberazione (1998-99) con cui il Kosovo si separò dalla Jugoslavia (di fatto dalla Serbia) divenendo de facto uno Stato indipendente, per poi esserlo anche de iure dopo la dichiarazione unilaterale del febbraio 2008. I capi di accusa sollevati contro Thaçi e altri politici kosovari di primo piano, come l’ex presidente del parlamento Kadri Veseli, coprono un ampio spettro di reati, inclusi: omicidio, tortura, sparizione forzata di persone, persecuzione e tortura. Secondo l’Aja, gli ex-guerriglieri riciclatisi rappresentanti deputati sarebbero responsabili dell’uccisione di centinaia di persone, non soltanto di etnia serba, ma anche albanesi, rom, oppositori politici di diversa etnia.
Il Kosovo è da sempre uno Stato a sovranità limitata. Limitazione resa lampante dal fatto che proprio il Tribunale speciale che in questi giorni sta processando il presidente, pur essendo giuridicamente un’istituzione kosovara, abbia sede all’estero, nei Paesi Bassi. La sopravvivenza del più giovane paese d’Europa è infatti totalmente appesa alla protezione dei suoi patroni internazionali, cioè gli Usa. I cui rappresentanti in loco sono spesso intervenuti direttamente nelle vicende politiche del paese, per indirizzarle in una direzione più gradita alla Casa Bianca. Esemplare il caso della nomina della sconosciuta Atifete Jahjaga a presidente (2011) su diktat esplicito dell’allora ambasciatore americano.
Poiché l’élite politica kosovara è composta in larga parte da individui che come Thaçi hanno avuto un ruolo di primo piano durante il conflitto, accusare e condannare questi leader viene percepito e propagandato come un attacco diretto allo Stato kosovaro. Come in altri Stati dell’ex Jugoslavia, l’effetto perverso può essere quello di consolidare l’autorevolezza di questi dirigenti, raccontati come “martiri” dalla popolazione. Le sentenze dei tribunali internazionali sono solitamente raccontate come condanne politiche, finalizzate non a punire i colpevoli di (documentate) azioni efferate, ma a punire il popolo che teoricamente essi rappresentano.
Se però la politica kosovara venisse davvero decapitata per via giudiziaria, estromettendo tutti gli ex combattenti dall’arena democratica, potrebbe aprirsi un nuovo corso per l’ex provincia serba. Si creerebbe uno spazio maggiore per forze politiche non delegittimate dalla partecipazione nei controversi eventi bellici, che potrebbero essere più inclini al compromesso con la Serbia, specie se sottoposti alle pressioni esterne di Usa ed Ue. Basandosi sui casi precedenti, come quello dell’ex premier Ramush Haradinaj (doppiamente incriminato, doppiamente assolto), è improbabile che ciò accada.

Per approfondire: Dimissioni di Thaci: il Kosovo volta pagina?[Ispi]

Serbia: la Russia ha ratificato l’accordo siglato l’anno scorso tra Belgrado e l’Unione economica eurasiatica (Uee), l’alter ego dell’Ue capitanato da Mosca di cui fanno parte anche Armenia, Bielorussia, Kazakistan e Kirghizistan. Entrerà in vigore tra massimo due mesi.
Perché conta: sulla carta, si tratta di una normalissima intesa economica, che impegna i contraenti a liberalizzare i rispettivi mercati a beneficio reciproco. Un accordo perfettamente legittimo, in linea con le norme stabilite dall’Organizzazione mondiale del commercio. La ratifica è stata soltanto un pro forma.
Sembra poco plausibile che l’intesa possa però produrre benefici economici rilevanti per Belgrado. Il suo interscambio commerciale con la Russia è importante, ma non decisivo: copre solo il 5.3% dell’export e il 7.2 dell’import. Con gli altri quattro membri dell’Uee le percentuali non raggiungono l’1%.
Non sono stati gli affari, dunque, a suggerire questa mossa. Specialmente in relazioni storicamente così intense come quelle tra Belgrado e Mosca, economia fa rima con geopolitica.
La Serbia di oggi si fonda sul bilanciamento di interessi geopolitici contrapposti, una tattica già testata durante la Jugoslavia del Maresciallo Tito, che il presidente Aleksandar Vučić ha recuperato e adattato alle mutate condizioni, declinandola in due azioni principali, opposte ma complementari.
Primo, reitarare ciclicamente la fedeltà all’Occidente. Bruxelles chiede a Belgrado di professarsi europeista e Belgrado acconsente. Ottenendo in cambio sostanziosi vantaggi economici, sia in forma diretta – fondi pre-adesione Ue – che in forma diretta – investimenti stranieri che non arriverebbero se il paese fosse ancora isolato come durante l’era Milošević. La Serbia di Vučić è un caso da manuale di “stabilocrazia”: per i partner esterni, la sua prima funzione è mantenere la stabilità, in una regione spesso turbolenta.
Secondo, flirtare con tutti i rivali del blocco occidentale. Cina, Russia, Turchia, perfino Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita: chiunque porti soldi freschi può diventare amico della Serbia. Che così non solo incassa, ma può tenere costantemente sulla graticola l’Ue, ricordandole ogni volta di avere molti spasimanti pronti a rimpiazzarla, qualora Bruxelles riducesse gli aiuti finanziari o addirittura osasse denunciare l’autoritarismo ormai manifesto di Vučić e accoliti. L’intesa con l’Uee è un altro esempio – illustre – di questa tattica.

Per approfondire: Inside Belgrado. Lo strano caso della Serbia che gioca in bilico tra Bruxelles, Washington, Pechino e Mosca[Linkiesta]

Europa Centrale 

Slovenia: il governo ha escluso le compagnie cinesi dal bando per il raddoppio della linea ferroviaria Capodistria-Divaccia, sezione del corridoio paneuropeo Baltico-Adriatico, di cui fa parte anche Trieste.
Perché conta: l’infrastruttura è di primaria importanza strategica per la piccola repubblica post-jugoslava. Il potenziamento delle connessioni ferroviarie aumenterebbe l’appeal del porto di Capodistria, il rivale numero uno del porto di Trieste, soprattutto agli occhi degli Stati dell’Europa centrale sprovvisti di accesso al mare come Austria, Ungheria, Slovacchia. Solo un terzo delle merci che arrivano via cargo si fermano in Slovenia, il restante parte subito per raggiungere i mercati mitteleuropei.
Secondo 2TDK, la compagnia statale fondata nel 2016 per gestirne la costruzione, il raddoppio ferroviario permetterà di far circolare, sulle due linee, fino a 222 treni al giorno (oggi sono 85), per un totale di 43.4 milioni di tonnellate di merci all’anno (oggi 15.2). Per Lubiana, potenziare l’intermodalità dell’unico porto di cui dispone è interesse nazionale.
Fino a tempi recenti, le aziende cinesi erano parse ben posizionate per aggiudicarsi una commessa così determinante. Nel 2019, per esempio, l’allora ministra per le Infrastrutture slovena Alenka Bratušek aveva decantato il progetto alla fiera del commercio organizzata a Ningbo nel contesto del format 17+1, o Ceec (Cooperation between China and Central and Eastern European Countries), lo strumento con cui Pechino coordina la propria penetrazione economica nell’Europa post-comunista (più la Grecia).
Il vento è cambiato presto. Già lo scorso settembre, la Commissione slovena per l’assegnazione degli appalti pubblici aveva depennato sei delle dieci aziende pre-selezionate per la costruzione: casualmente tra loro figuravano tutte e tre le compagnie cinesi (da sole o consorziate) in lizza. A ottobre è arrivata l’ufficialità: restano in gara solo tre consorzi (uno ceco-sloveno, uno austriaco-tedesco-turco, uno sloveno-turco) e una compagnia turca. Facile cogliere l’antifona: come ha scoperto anche Trieste di recente, se vuoi restare amico degli Usa, meglio troncare coi cinesi. Lubiana si adegua.

Per approfondire: Grand Tour. Il viaggio di Pompeo nell’Europa centrale per radunare gli alleati contro Huawei[Linkiesta]

Polonia: il governo ultra-conservatore guidato dal partito nazionalista Pis ha posticipato sine die l’applicazione di una controversa sentenza della Corte costituzionale che di fatto proibirebbe l’aborto in quasi tutti i casi. Si sono scatenate le proteste di piazza più partecipate dalla fine del comunismo.
Perché conta: Prima del verdetto, la Polonia già aveva una delle leggi sull’aborto più repressive del blocco Ue. L’interruzione di gravidanza era permessa soltanto in quattro casi: pericolo di morte per la puerpera, stupro, incesto e malformazione del feto. La Corte ha giudicato questa quarta fattispecie incostituzionale. Considerato che la maggior parte (98%) degli aborti legali in Polonia l’anno scorso (circa mille) è stato effettuato per questa ragione, la sentenza rende di fatto illegale l’aborto nel paese, ma le conseguenze pratiche saranno scarse. Secondo i dati di alcune associazioni femministe citati dalla BBC, già tra 80 e 120 mila donne polacche scelgono di abortire all’estero, anche per timore dello stigma sociale che dovrebbero affrontare se scegliessero di farlo in patria. Il valore di questa sentenza è principalmente simbolico: pur essendo la Polonia un paese profondamente cattolico, la maggioranza dei cittadini polacchi (tra il 71% e il 66%) si oppone a una restrizione così draconiana dei diritti delle donne. Un’opposizione concretizzatasi in proteste di piazza oceaniche, oltre 100 mila persone solo nella capitale Varsavia. La popolarità del partito di governo, il Pis, al potere dal 2015 e uscito vittorioso da tutte le seguenti sei elezioni nonostante uno scontro sempre più aspro con l’Ue, è crollata al minimo storico (26%), sicché l’esecutivo ha per adesso rimandato l’entrata in vigore. Una titubanza molto inusuale per gli ultraconservatori, che potrebbe rilanciare le opposizioni liberali. E, proprio in questi giorni, sembra arrivato alle battute finali l’accordo tra Parlamento europeo e Consiglio europeo per vincolare l’erogazione dei fondi comunitari al rispetto dello Stato di diritto da parte dei beneficiari. Tradotto: se non cambia registro, Varsavia otterrà una fetta minore di quel denaro Ue cui deve molto del proprio boom economico. Mesi incandescenti attendono il governo polacco.

Per approfondire: Polonia, migliaia di cittadini da giorni protestano contro il divieto quasi totale di aborto[Valigia Blu]

s.b