Cose dell’altra Europa: Cechia, Ungheria-Ucraina, Bosnia, Macedonia del Nord-Bulgaria

Europa Centrale 

02.11.2020 – 09.40 – Cechia: il parlamento ha votato l’inserimento della libanese Hezbollah nella lista delle organizzazioni terroriste di cui si sta dotando il paese mitteleuropeo.
Perché conta: il movimento sciita libanese (letteralmente, “il Partito di Dio”) ha due fazioni: una militare, responsabile di vari attacchi a Israele, molto attiva anche in Siria e di fatto interprete degli interessi dell’Iran nella regione; e una politica, risultata il partito più votato alle scorse elezioni parlamentari (2018). L’Unione europea ha inserito nella propria lista di entità terroristiche sottoposte a sanzioni soltanto la prima, l’ala militare. Bruxelles considera infatti importante non precludersi il dialogo con un soggetto così influente, che controlla gran parte del territorio del piccolo paese mediterraneo (grande come l’Abruzzo) e che svolge una funzione così centrale negli equilibri regionali. Essendo Hezbollah sostenuta direttamente da Teheran, troncare con essa potrebbe rovinare anche il dialogo con l’Iran, già peggiorato sensibilmente dopo l’uscita degli Usa dal Jcpoa, l’accordo sul nucleare siglato nel 2015 dopo lunghe trattative, decisa dal presidente americano Donald Trump nel 2018.
Come confermò anche con quella mossa, Washington ha molto meno interesse a coltivare rapporti cordiali con l’Iran e i suoi affiliati rispetto ai partner europei. La Casa Bianca applica la tattica “massima pressione“: lo scopo è quello di isolare il paese mediorientale a tal punto da creare una situazione economica così esasperante da propiziare la rivolta della popolazione e quindi un cambiamento di regime. Sostituire l’attuale dirigenza teocratica con una più secolare, meno ostile agli Usa e ai suoi amici nella regione (Israele e Arabia Saudita innanzitutto). Per questo motivo gli States considerano “terroriste” entrambe le anime del movimento libanese, non solo quella militare. E molti Stati Ue, tra cui la Germania, stanno meditando se seguire la stessa strada.
Con questa votazione, arrivata proprio in un momento in cui Washington sta incalzando gli alleati a dimostrare la propria fedeltà troncando i rapporti con la Cina, l’emiciclo ceco invia al governo – finora restio a schierarsi con eccessiva enfasi – un segnale inequivocabile: urge ri-allinearsi agli Usa, su tutta la linea.

Per approfondire: Russia-Cina oppure Occidente? La Cechia e l’arte della dissimulazione
[Limes]

Ungheria-Ucraina: Kiev ha protestato per le ingerenze ungheresi nelle elezioni municipali di domenica scorsa: il ministro degli Esteri Péter Szijjártó ha dato indicazioni di voto alla minoranza ungherese residente oltreconfine, quando nel paese post-sovietico era già scattato il silenzio pre- elettorale.
Perché conta: quanto può valere la scelta di giunte e sindaci in alcuni sperduti comuni della Transcarpazia ucraina? Visti i numeri e il potere effettivo in ballo, molto poco. Ma l’Ungheria di Orbán non si lascia sfuggire nemmeno la più piccola occasione per coltivare la propria influenza nei paesi limitrofi dove abitano consistenti comunità magiare: Romania, Slovacchia e Ucraina.
Questa diatriba diplomatica è solo l’ultima incarnazione dell’animosità che caratterizza i rapporti magiaro-ucraini da tre anni a questa parte, funestati da continuti sgarbi reciproci. Nonostante l’Ucraina proibisca la doppia nazionalità, per esempio, molti ucraini di nazionalità magiara hanno beneficiato della cittadinanza ungherese, elargita generosamente tramite una nuova legge introdotta da Orbán nel 2011. O ancora, nell’autunno del 2018 i due paesi erano tornati a ferri corti dopo che l’Ucraina, nell’intento di limitare l’utilizzo della lingua russa, aveva approvato una norma per proibire l’insegnamento nelle scuole del paese di lingue diverse dall’ucraino (quindi anche l’ungherese). L’Ungheria aveva reagito bloccando l’integrazione dell’Ucraina nella Nato.
Bisticciando con Kiev sul trattamento della sparuta comunità ungherese che abita in Ucraina (meno di 150 mila persone), Budapest punta a ottenere due piccioni con una fava.
Il primo, sul piano geopolitico. Come illustrano intese come quella che ha riguardato
l’ampliamento della centrale nucleare di Paks, che dopo un estenuante braccio di ferro con la Commissione europea Budapest era riuscita ad assegnare alla compagnia russa Rosatom, Orbán cerca in ogni modo di cementare il legame con la Russia di Putin. L’amicizia con Mosca garantisce molteplici vantaggi: consolida il prestigio internazionale dell’Ungheria proiettandola come interlocutrice privilegiata tra Russia e il blocco occidentale, stimola l’interazione economica, ascrive il premier magiao alla schiera degli autocrati ribelli che mirano al superamento della democrazia liberale. Non è un caso che l’Ungheria figuri solitamente tra gli Stati Ue più recalcitranti a rinnovare le sanzioni imposte alla Russia dopo l’annessione della Crimea e l’intervento in Donbass (2014).
Il secondo, sul piano interno. Presentarsi come benevolo patrono degli ungheresi rimasti
oltreconfine dopo la Prima guerra mondiale è strumentale per solleticare i segmenti più
nazionalisti dell’elettorato. Il campo di battaglia prediletto è la Romania, dove le minoranza magiara supera largamente il milione, ma lo schema si presta bene a qualunque scenario. Ucraina inclusa.

Per approfondire: Trattato del Trianon. Perché Orbán sogna la Grande Ungheria e provoca la Romania sulla Transilvania [Linkiesta]

Balcani Occidentali 

Bosnia: la Comunità dell’energia, l’organo Ue che mira a creare un unico mercato dell’energia elettrica e del gas naturale per i 27 Stati membri e i sei candidati, sta valutando sanzioni contro Sarajevo, accusata di aver violato le norme sugli aiuti di Stato per la costruzione del blocco 7 dell’impianto termoelettrico di Tuzla, nell’Est del paese. Costruzione che sarà sia effettuata da un’azienda cinese, il consorzio Gezhouba, che pagata con soldi cinesi, ovvero il prestito che la Bosnia ha ricevuto dalla banca statale cinese Exim.
Perché conta: Sulla carta è innanzitutto una questione tecnica. Gli Stati membri non possono erogare fondi pubblici per questo tipo di progetti, che devono essere finanziati interamente tramite altri canali.
Tuttavia, c’è un livello di lettura più profonda. Come dimostra il caso del Montenegro, la penetrazione economica di Pechino nei Balcani a suon di investimenti nelle infrastrutture strategiche stimola pratiche deleterie da parte delle èlite, come abuso d’ufficio, corruzione, malversazione, così come la violazione di norme in materia di tutela ambientale. Non tanto perché i cinesi siano partner più maligni di altri quanto per la connivenza interessata delle classi dirigenti balcaniche, che percepiscono gli impegnativi standard che l’Ue impone in questi settori – Stato di diritto e difesa dell’ambiente – come pastoie che allontanano investimenti di vitale importante come quelli di Pechino e, marginalmente, ostacolano anche il loro stesso arricchimento fraudolento.
L’Ue cerca allora di contrastare le iniziative nel Dragone nella penisola balcanica in primis perché le aziende cinesi tendono ad agire, o a far agire, in maniera illegale e/o dannosa per i conti o l’ambiente degli Stati candidati.
Tuttavia, non è fantapolitica leggere in queste (al momento solo minacciate) sanzioni anche una sfumatura geopolitica. Mentre si inasprisce lo scontro Usa-Cina, per l’Ue diventa sempre più urgente ottemperare al diktat di Washington: non si tratta coi cinesi, tanto meno in settori strategici come infrastrutture e tecnologie impiegate per la sicurezza nazionale. Anche i Balcani, quadrante d’Europa particolarmente vulnerabile alle influenze esterne, sono chiamati a serrare i ranghi. Cavilli giuridici a parte, è probabile che per gli investimenti cinesi nella penisola si prospettino tempi duri.

Per approfondire: Il futuro della Bosnia è nero. C’è troppo carbone nell’aria [Altreconomia]

Macedonia del Nord – Bulgaria: Skopje si è dichiarata pronta a inserire una nuova clausola nel Trattato di amicizia con Sofia, siglato nel 2017, per rassicurare i vicini di non coltivare mire egemoniche sui territori adiacenti, come secondo il governo bulgaro potrebbe implicare l’utilizzo del nome “Macedonia del Nord”, da circa due anni la denominazione ufficiale della piccola repubblica post-jugoslava (ex Former Yugoslav Republic of Macedonia, FYROM).
Perché conta: La disputa storico-identitaria tra i due paesi si trascina da oltre un secolo. Il motivo: bulgari e macedoni sono sostanzialmente la stessa popolazione seppur confinati in due Stati diversi dalle peripezie della storia – in maniera definitiva dopo la Seconda guerra balcanica (1913). Parlano la stessa lingua, condividono la maggioranza degli episodi storici, partecipano a un milieu socio-culturale pressoché identico. Tuttavia, Skopje rivendica una propria alterità rispetto ai vicini, ambendo a far accettare i macedoni come una nazione tout court, nonostante queste riconosciute affinità.
Perché, ciclicamente, riesplode questo contenzioso? La risposta si annida più nella politica interna bulgara che nelle azioni compiute effettivamente dalla Macedonia del Nord. Rinfocolare vertenze identitarie di questo genere serve alla classe dirigente bulgara per distrarre l’attenzione dell’opinione pubblica. Da mesi la Bulgaria è scossa da proteste di piazza, che contestano con inalterata radicalità il governo guidato da Boyko Borissov, sostenuto anche dal cartello sciovinista Patrioti uniti. Fare la voce grossa coi vicini può galvanizzare l’elettorato più nazionalista, facendo guadagnare alle forze dell’esecutivo qualche granello di gradimento nei sondaggi.
La Macedonia del Nord è costretta a far buon viso a cattiva sorte: come tutti gli Stati già membri dell’Ue, la Bulgaria gode di diritto di veto sull’entrata di nuovi paesi. Può quindi facilmente ricattare i vicini, costringendoli a rimangiarsi le proprie istanze e vessandoli costantemente con richieste che nulla hanno a che spartire con il già gravoso processo di adesione.

Per approfondire: La querelle balcanica. Si è riacceso lo scontro identitario tra Bulgaria e
Macedonia del Nord [Linkiesta]

s.b