La guerra che unisce i nemici di Israele

3 luglio 2026 – ore 16:30 – Premessa – Mentre continua a crescere in Europa l’odio diffuso verso gli ebrei, Israele e l’insopportabile sionismo, detto tra noi sottovoce, ricordo ai distratti del web che sionismo significa, politicamente, riconoscere al popolo ebraico il diritto all’autodeterminazione e all’esistenza stessa dello Stato di Israele. Nulla, ma proprio nulla, ci viene detto sulle reazioni al conflitto in Iran in seno ai “nuovi movimenti di resistenza”, facendo esplicito riferimento a tutti i gruppi terroristici di matrice islamica che, divisi su tutto, appaiono invece uniti nell’odio profondo contro gli ebrei ovunque nel mondo, nella comune volontà di distruggere Israele, non riconoscendo a Gerusalemme alcun diritto di esistere. Questo diffuso antisionismo e l’inaccettabile odio verso il mondo ebraico in senso generale rappresentano, ricordiamolo, sostanzialmente il pensiero politico profondo di Hamas a Gaza, di Hezbollah in Libano, degli Houthi nello Yemen, tutti finanziati da Teheran; della maggioranza degli ideologi appartenenti alla Fratellanza Musulmana (Turchia e Qatar in primis); delle galassie di Al Qaeda e Isis, sparse nell’intero Medio Oriente, in parti sempre maggiori dell’Africa, in diverse realtà musulmane asiatiche e anche nella nostra Europa. Non confondiamo questa oggettiva realtà con le immani distruzioni, impossibili da giustificare, compiute da Israele a Gaza dopo il massacro del 7 ottobre, con le azioni politiche e militari inaccettabili compiute dalle forze israeliane in Cisgiordania e con le mire espansionistiche degli estremismi israeliani, inconciliabili con la pace, tese alla creazione del “Grande Israele”. Se non sappiamo distinguere e comprendere questi diversi piani, siamo preda di una facile, seppur abile, manipolazione.

Oggi tratteremo unicamente due argomenti:

Il primo riguarda l’excursus storico relativo alla lunga campagna di delegittimazione di Israele, avvalendoci del supporto di Dan Diker, presidente del Jerusalem Center for Security and Foreign Affairs, già docente presso l’International Institute for Counter Terrorism della Reichman University.

Il secondo analizzerà le reazioni jihadiste alla guerra in Iran, cercando di coglierne divergenze, propaganda e posizionamento, avvalendoci di un recente studio realizzato da Ruben Celada, noto analista sul terrorismo internazionale presso il Global Network on Extremism and Technology (GNET), ente accademico del Centre for Statecraft and National Security (CSNS) del King’s College di Londra.

L’attacco alla legittimità di Israele non è iniziato dopo il 7 ottobre, né ha avuto origine esclusivamente dall’Iran.

Proponendovi questa analisi, vi invito, in assenza di pregiudizi ideologici, a comprendere il punto di vista di un autorevole ricercatore israeliano. Tra le righe emerge una profonda amarezza per la situazione in Medio Oriente, l’estrema difficoltà in cui versa Gerusalemme, sempre più isolata diplomaticamente e alla difficile ricerca di soluzioni politiche condivise con l’Occidente.

Dan Diker afferma che l’attacco sistematico alla legittimità di Israele trova le sue radici ideologiche quasi un secolo or sono, combinando la retorica eliminazionista di Haj Amin al-Husseini, ritenuto tra i principali precursori del fondamentalismo islamico, con la dottrina islamista rivoluzionaria dei Fratelli Musulmani, la propaganda antisionista sovietica e, successivamente, le palesi ambizioni geopolitiche della Repubblica Islamica dell’Iran. Nel corso del tempo, questi movimenti distinti sono confluiti attorno a un obiettivo comune: presentare Israele non semplicemente come uno Stato impegnato in un conflitto, ma come un’entità politica intrinsecamente illegittima.

Durante la Guerra Fredda, l’Unione Sovietica trasformò la questione palestinese in un simbolo della lotta anticoloniale, dipingendo Israele come l’incarnazione dell’imperialismo occidentale. La Cina sostenne le organizzazioni militanti palestinesi sia politicamente sia militarmente. Gli Stati arabi istituzionalizzarono campagne diplomatiche contro Israele nelle organizzazioni internazionali, culminate nella risoluzione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite del 1975 che equiparava il sionismo al razzismo. Sebbene quella risoluzione sia stata successivamente revocata, la narrazione di fondo è sopravvissuta. Oggi è riemersa nelle accuse di apartheid, colonialismo d’insediamento, genocidio e razzismo sistemico. L’autodifesa di Israele viene regolarmente reinterpretata come aggressione, mentre le organizzazioni terroristiche si presentano sempre più spesso come “nuovi movimenti di resistenza”.

La convergenza di tre forze ideologiche

La campagna contro Israele non è più guidata da un’unica corrente ideologica. Piuttosto, riflette la convergenza di tre forze distinte.

La prima è l’islamismo rivoluzionario, rappresentato da Iran, Hamas, Hezbollah, Houthi e Fratelli Musulmani.

La seconda è costituita da segmenti della sinistra progressista radicale occidentale che inquadrano Israele attraverso il linguaggio del colonialismo, dell’intersezionalità e dell’antimperialismo.

La terza comprende elementi dell’estrema destra occidentale, il cui antisemitismo si sovrappone sempre più alle narrazioni antisioniste.

Questi movimenti spesso dissentono su quasi ogni altra questione politica. Tuttavia, si rafforzano a vicenda nella loro opposizione alla sovranità ebraica. La loro cooperazione è spesso informale piuttosto che coordinata, ma il suo effetto cumulativo ha rimodellato il discorso pubblico in gran parte del mondo occidentale.

Anche il 7 ottobre è stato una guerra dell’informazione. Questa strage ha dimostrato che il terrorismo oggi opera simultaneamente sul campo di battaglia fisico e su quello informativo.

Mentre Hamas perpetrava atti di omicidio di massa senza precedenti, la narrazione globale che li accompagnava si è rapidamente spostata dalla documentazione delle atrocità alla rappresentazione di Israele come principale aggressore. Istituzioni internazionali, organizzazioni per i diritti umani, campus universitari e piattaforme di social media sono diventati arene in cui la legittimità di Israele è stata messa sotto processo. L’obiettivo va oltre la critica alla politica israeliana: mira a isolare Israele sul piano diplomatico, a indebolire la sua alleanza con gli Stati Uniti, a dividere Israele dalle comunità ebraiche all’estero e a erodere il sostegno dell’opinione pubblica occidentale alla sua sicurezza.

Sondaggi recenti illustrano questa difficoltà. Meno della metà degli americani identifica l’Iran come nemico degli Stati Uniti, mentre ampie fasce della popolazione non riconoscono il legame ideologico tra l’islam politico radicale e attacchi come quello dell’11 settembre. Tali lacune informative creano un terreno fertile per campagne di disinformazione ostili e manipolazioni ideologiche.

Lezioni da Oslo

L’esperienza di Israele successiva agli Accordi di Oslo sottolinea i pericoli di confondere gli accordi tattici con la trasformazione strategica.

L’aspettativa che le organizzazioni terroristiche potessero essere radicalmente moderate attraverso processi politici si è rivelata errata. Anziché abbandonare i propri obiettivi a lungo termine, organizzazioni come Hamas hanno continuato a perseguire la distruzione di Israele, beneficiando al contempo di una maggiore legittimità internazionale. Le conseguenze sono diventate sempre più evidenti con la Seconda Intifada, l’ascesa di Hamas a Gaza, i ripetuti cicli di conflitto e, infine, il massacro del 7 ottobre. Queste esperienze rafforzano l’importanza di valutare gli avversari in base alla loro ideologia, alle loro capacità e ai loro obiettivi dichiarati, piuttosto che alla loro abile retorica diplomatica.

Elaborazione di una strategia nazionale per la sicurezza delle informazioni

Israele ha tradizionalmente dedicato enormi risorse istituzionali alla preparazione militare, alla raccolta di informazioni e alla sicurezza nazionale. Un’attenzione analoga non è stata invece riservata alla difesa della legittimità del Paese nel dominio dell’informazione.

Questo squilibrio dovrebbe essere corretto attraverso l’istituzione di una direzione nazionale permanente per l’influenza strategica e la sicurezza delle informazioni, che riferisca direttamente all’Ufficio del Primo Ministro. Tale istituzione coordinerebbe la comunicazione delle Forze di Difesa Israeliane (IDF), della comunità dell’intelligence, del Ministero degli Esteri, delle missioni diplomatiche, delle capacità informatiche e di altre agenzie governative competenti. Oltre alla gestione delle comunicazioni in situazioni di crisi, il sistema monitorerebbe le narrazioni ostili, identificherebbe le campagne di influenza emergenti, utilizzerebbe l’intelligenza artificiale e le fonti di intelligence aperte per individuare le minacce, smascherare rapidamente la disinformazione e coordinare le comunicazioni strategiche con gli alleati democratici.

Durante la Guerra Fredda, gli Stati Uniti svilupparono istituzioni dedicate a smascherare la disinformazione sovietica e a difendere le narrazioni democratiche. Israele si trova ora ad affrontare una sfida strategica analoga, che richiede un’innovazione istituzionale simile.

https://jcfa.org/israels-eighth-front-winning-the-war-of-legitimacy/

Reazioni jihadiste online alla guerra in Iran: divergenze, propaganda e posizionamento

Ruben Celada ci informa che, dal lancio delle operazioni militari israeliane e statunitensi contro l’Iran, il 28 febbraio 2026, gli ecosistemi jihadisti online legati ad al-Qaeda (AQ) e allo Stato Islamico (ISIS) hanno reagito in modo estensivo attraverso canali di propaganda ufficiali, applicazioni di messaggistica crittografata e account di sostenitori sui social media.

Merita specificare che questo studio, che vi propongo in ampi stralci, cerca di esaminare come entrambe le organizzazioni sunnite si posizionino nei confronti dell’Iran sciita e come il conflitto abbia nuovamente messo in luce le divergenze preesistenti tra loro.

La ricerca evidenzia, inoltre, il posizionamento ambiguo di al-Qaeda nei confronti dell’Iran, spesso spiegato attraverso considerazioni storiche, strategiche e operative. Questi fattori, secondo Celada, nel loro insieme hanno contribuito a un approccio più cauto verso l’Iran. Tale posizionamento contrasta con la tendenza dell’ISIS a porre gli attori sciiti al centro della propria propaganda e della gerarchia dei propri nemici.

In tale cornice, esaminando le reazioni all’interno degli ambienti online filo-al-Qaeda, questo approfondimento mette altresì in luce le tensioni tra la linea ufficiale prudente di al-Qaeda e la retorica più apertamente anti-iraniana di alcuni segmenti della sua base di sostenitori, mentre altri attori e sostenitori online filo-al-Qaeda si sono apertamente schierati con l’Iran.

L’analisi mostra, infine, come i media dello Stato Islamico e i simpatizzanti online abbiano sfruttato la posizione ambigua di al-Qaeda nei confronti dell’Iran per delegittimarla e presentarsi come l’unica organizzazione jihadista ideologicamente pura e credibile. Sottolinea anche come i periodi di conflitto geopolitico offrano ripetutamente alle organizzazioni jihadiste e ai loro sostenitori l’opportunità non solo di intensificare la produzione e la diffusione di propaganda online, ma anche di trasformare le piattaforme digitali in spazi di competizione ideologica, attraverso i quali le narrazioni estremiste possono raggiungere un pubblico più ampio e attrarre nuovi simpatizzanti.

L’ambiguità strategica di al-Qaeda nei confronti dell’Iran e le divisioni all’interno degli ecosistemi online filo-al-Qaeda

Alla fine di gennaio 2026, prima dello scoppio della guerra e in un clima di crescente tensione tra Stati Uniti, Israele e Iran, l’organo di stampa ufficiale di al-Qaeda, As-Sahab, ha diffuso un comunicato del Comando Generale di al-Qaeda che incitava alla mobilitazione e all’azione contro le potenze occidentali. In particolare, il comunicato non faceva alcun riferimento all’Iran, concentrandosi invece sugli Stati Uniti e sui loro alleati occidentali.

Questa cautela riflette il pragmatismo strategico di lunga data di al-Qaeda nei confronti dell’Iran e la sua preferenza per il confronto con l’Occidente rispetto all’escalation settaria contro gli attori sciiti, portando il gruppo a evitare di porre l’Iran e gli sciiti al centro della propria gerarchia di nemici. Questa posizione è in parte plasmata da legami storici e vincoli strategici, tra cui la presenza di figure di spicco di al-Qaeda in Iran fin dai primi anni Duemila, in particolare Saif al-Adel, ampiamente considerato il leader de facto di al-Qaeda dopo la morte di Ayman al-Zawahiri nel 2022. Riflette inoltre una strategia deliberata e consolidata di al-Qaeda, volta a preservare una più ampia mobilitazione intra-musulmana contro nemici comuni, in particolare in contesti in cui le tensioni con gli attori sciiti non rappresentano la questione primaria.

In seguito allo scoppio della guerra, i canali di propaganda ufficiali di al-Qaeda non hanno menzionato l’Iran nemmeno una volta. Hanno invece continuato a concentrarsi sullo scontro con l’Occidente, in particolare attraverso narrazioni emotive spesso legate al conflitto israelo-palestinese.

Inoltre, alcuni attori non ufficiali, tra cui canali Telegram filo-al-Qaeda, fondazioni mediatiche gestite da sostenitori e simpatizzanti, si sono allineati a questo messaggio. Ad esempio, il 1° aprile due manifesti prodotti da fondazioni mediatiche filo-al-Qaeda, in arabo e persiano, sono circolati su Telegram, Signal e sui social media. Indirizzati ai “fratelli musulmani” di tutto il mondo, in particolare in Occidente, presentavano la situazione in Palestina come una giustificazione per gli attacchi e incitavano alla violenza contro obiettivi occidentali ed ebraici, nonché all’uccisione ovunque di ebrei e americani.

I manifesti definivano l’inazione inaccettabile, considerando i conflitti in corso, e utilizzavano una retorica di rappresaglia, tra cui “sangue per sangue e distruzione per distruzione”, per giustificare gli attacchi. Questo tipo di contenuto, diffuso in persiano durante la guerra, cercava chiaramente di sfruttare gli sconvolgimenti generati dal conflitto, evitando al contempo qualsiasi espressione di solidarietà con l’Iran.

Inoltre, i commenti pubblicati su diversi canali Telegram filo-AQ esprimevano soddisfazione per gli attacchi iraniani contro Israele. Alcuni simpatizzanti si rallegravano per i danni causati dai missili iraniani, descrivendo gli attacchi come una giusta vendetta per la guerra di Gaza. Oltre alle espressioni di soddisfazione per gli attacchi iraniani, alcuni elementi all’interno degli ecosistemi online filo-AQ sostenevano apertamente l’allineamento con l’Iran.

Il 4 marzo 2026, il Cyber Jihad Movement annunciava la sua adesione a “movimenti e gruppi di hacker filo-iraniani nella loro lotta contro gli Stati Uniti e Israele”, in quella che diversi analisti hanno descritto come “la prima dichiarazione esplicita di collaborazione cibernetica trans-ideologica tra collettivi di hacker sunniti jihadisti e sciiti”. Allo stesso modo, alcuni simpatizzanti di AQ su Telegram sostenevano che sarebbe stato nell’interesse di tutti i musulmani “schierarsi con l’Iran contro l’entità sionista e i suoi alleati occidentali”.

Tuttavia, tali dichiarazioni non sono state ampiamente accettate negli ambienti online filo-AQ. Gli utenti che incitavano i musulmani all’unità contro Israele, anziché perpetuare le divisioni settarie, sono stati spesso criticati da altri, i quali sostenevano che i musulmani non dovrebbero schierarsi con “un campo di miscredenti contro un altro”.

Su diverse piattaforme social mainstream, alcuni contenuti anti-sciiti e anti-iraniani, in parte generati dall’intelligenza artificiale, sono stati condivisi da account filo-AQ. Alcuni sostenitori hanno anche diffuso commenti che celebravano la morte di musulmani sciiti, invocavano la distruzione reciproca di entrambi gli schieramenti e descrivevano la guerra come un piano divino in cui gli oppressori dei musulmani si rivoltano gli uni contro gli altri. Queste reazioni evidenziano posizioni anti-iraniane e settarie tra alcuni segmenti dei sostenitori online di AQ, nonostante la posizione ufficiale più ambigua di AQ nei confronti dell’Iran.

“Conflitto tra gli infedeli”: la risposta dell’ISIS alla guerra e la posizione ambigua di al-Qaeda nei confronti dell’Iran

Le reazioni dell’ISIS e dei suoi sostenitori sono state molto meno ambigue e hanno abbracciato una rigida narrativa ideologica che, proprio come alcuni segmenti dei sostenitori di al-Qaeda, ha dipinto la guerra come un conflitto tra “kuffar”, cioè miscredenti.

Ancor prima dello scoppio delle ostilità, il 26 febbraio, l’editoriale pubblicato nel numero 536 del settimanale dell’ISIS An-Naba si è posto in opposizione al comunicato di As-Sahab del gennaio 2026, di cui rappresenta una risposta diretta. Nell’editoriale, l’ISIS denunciava quella che definiva l’influenza iraniana su al-Qaeda, sostenendo che i legami storici del gruppo con l’Iran lo avevano portato a deviare dagli autentici principi jihadisti. In tal modo, l’ISIS ha cercato di screditare il suo rivale e di presentarsi come l’unica alternativa jihadista credibile per i sostenitori insoddisfatti della posizione di al-Qaeda nei confronti dell’Iran.

Una volta iniziata la guerra, il numero 537 di An-Naba, pubblicato il 5 marzo, ha ribadito questa posizione in un editoriale intitolato “Conflitto tra i miscredenti”. Il testo esorta i lettori a non schierarsi con nessuna delle due parti in conflitto, dipingendo sia l’asse iraniano sia il campo statunitense-israeliano come nemici dell’Islam, e sottolineando ancora una volta che l’Iran e gli sciiti sono avversari di lunga data, responsabili della corruzione delle società musulmane, in linea con la retorica anti-sciita dell’ISIS.

L’ISIS considera infatti gli attori sciiti particolarmente pericolosi perché, a differenza dei nemici esterni, sono percepiti come una minaccia interna in grado di infiltrarsi e sovvertire le comunità musulmane dall’interno. Oltre a commentare la guerra in sé, l’editoriale prosegue implicitamente la campagna di delegittimazione dell’ISIS contro al-Qaeda. Il suo rifiuto di qualsiasi forma di allineamento tattico con l’Iran serve a minare la credibilità di al-Qaeda tra il pubblico jihadista e a rafforzare la pretesa dell’ISIS di purezza ideologica.

L’editoriale è stato poi condiviso da organi di stampa filo-ISIS attivi su Telegram e altre piattaforme, che lo hanno ripubblicato o rielaborato con il proprio marchio. Presenta inoltre il conflitto come un’opportunità per trarre vantaggio dal reciproco indebolimento sia dell’asse iraniano sia del blocco israelo-americano e per sfruttare il caos che ne deriva.

I commenti osservati negli spazi online filo-ISIS suggerivano che la Provincia del Khorasan dell’ISIS (ISIS-K) avrebbe potuto approfittare del fatto che le forze di sicurezza iraniane fossero concentrate nel rispondere agli attacchi israeliani e statunitensi. Data la comprovata capacità dell’ISIS-K di operare all’interno dell’Iran, in particolare durante l’attacco di Kerman del 2024, alcuni simpatizzanti sui social media e all’interno delle comunità online filo-ISIS hanno espresso la speranza che i combattenti dell’ISIS avrebbero tratto vantaggio dal caos risultante.

Su Telegram e sui social media, la guerra ha generato un notevole entusiasmo tra i sostenitori dell’ISIS che, in linea con i messaggi ufficiali, hanno in gran parte accolto con favore il conflitto ed espresso la speranza che i belligeranti si infliggessero reciprocamente il massimo danno.

L’Iran è accusato di aver ucciso sunniti in Iraq, Siria, Yemen e Libano attraverso il suo sostegno a gruppi armati sciiti come Hezbollah e gli Houthi, mentre Israele e gli Stati Uniti rimangono gli archetipici aggressori e oppressori dei musulmani. Numerose pubblicazioni celebrano l’idea che, quando due schieramenti di infedeli si combattono, i musulmani dovrebbero accogliere la loro reciproca distruzione: una visione articolata anche in An-Naba 537 attraverso il concetto di tadāfuʿ, che descrive il conflitto tra l’asse iraniano, gli Stati Uniti e Israele come parte di un processo divinamente ordinato, attraverso il quale Dio indebolisce e punisce i nemici dell’Islam mettendoli gli uni contro gli altri.

Ruben Celada chiude il suo studio affermando che il conflitto non ha modificato in modo sostanziale le posizioni di nessuna delle due organizzazioni, ma le ha messe maggiormente in evidenza. Ha offerto all’ISIS nuove opportunità per attaccare la legittimità jihadista di al-Qaeda.

In tale contesto, le reazioni osservate online dimostrano che il conflitto è stato sfruttato non solo dalla propaganda ufficiale, ma anche dai suoi sostenitori. In linea con i messaggi ufficiali, i simpatizzanti dell’ISIS hanno utilizzato la guerra e la posizione ambigua di al-Qaeda nei confronti dell’Iran per presentare lo Stato Islamico come l’unica organizzazione jihadista ideologicamente pura e credibile, mentre le discussioni all’interno degli ambienti filo-AQ hanno rivelato disaccordi su come i sostenitori dovrebbero posizionarsi nei confronti dell’Iran.

Di conseguenza, le piattaforme dei social media sono diventate spazi di competizione ideologica tra i sostenitori di al-Qaeda e quelli dell’ISIS, riflettendo divergenze più ampie sulle priorità strategiche e visioni contrastanti del jihad, in particolare per quanto riguarda l’equilibrio tra il contrasto al “nemico lontano” e la priorità data all’opposizione settaria agli attori sciiti.

Oltre a queste divergenze di atteggiamento nei confronti dell’Iran, il conflitto ha anche generato un’intensificazione dell’attività negli ecosistemi jihadisti online, con conseguente aumento della propaganda estremista e della mobilitazione online, in linea con le tendenze osservate in seguito ad altre importanti crisi geopolitiche e alle loro conseguenze.

La propaganda ufficiale è stata rapidamente adattata, rielaborata, dibattuta e diffusa dai simpatizzanti, in particolare attraverso le principali piattaforme di social media. In tal modo, questi ecosistemi di sostenitori hanno contribuito ad amplificare le narrazioni estremiste e ad estenderne la portata, illustrando il ruolo persistente delle principali piattaforme di social media nella diffusione e normalizzazione di contenuti e narrazioni terroristiche.

Per le aziende tecnologiche impegnate nel contrasto ai contenuti estremisti online, queste osservazioni sottolineano l’importanza di guardare oltre la semplice individuazione e rimozione dei contenuti di propaganda ufficiale. Le principali crisi geopolitiche dovrebbero essere considerate eventi scatenanti prevedibili di un’intensificazione dell’attività estremista online, il che giustifica un maggiore monitoraggio delle fondazioni mediatiche gestite dai sostenitori, degli spazi di discussione e degli account sui social media. Un approccio preventivo di questo tipo può contribuire a individuare e rimuovere contenuti e narrazioni estremiste prima che possano essere amplificati dagli ecosistemi dei sostenitori e raggiungere un pubblico al di fuori delle cerchie estremiste.

https://gnet-research.org/2026/07/02/online-jihadist-responses-to-the-iran-war-divergence-propaganda-and-positioning/

Conclusione

Desidero chiudere questo non semplice spaccato di una società sempre più complessa e di un Medio Oriente poco conosciuto attraverso la definizione di umiltà, recentemente proposta dal noto psicoanalista Umberto Galimberti, che l’ha definita come “il nuovo atto rivoluzionario”.

Un’umiltà che dovrebbe riguardare l’intera umanità, in tutte le sue declinazioni.

Galimberti afferma:

«In un mondo dove tutti urlano per avere ragione, dove il narcisismo digitale spinge a sentirsi onnipotenti e dove la Sindrome di Harry Potter promette poteri che non ci appartengono, c’è una sola virtù rimasta dimenticata: l’umiltà. Ma attenzione, non stiamo parlando della sottomissione dei deboli, bensì dell’intelligenza superiore di chi ha il coraggio di riconoscere il proprio limite.

Umberto Galimberti ci avverte con brutale chiarezza: la superbia è la malattia mortale del nostro tempo. Pensiamo di poter dominare la realtà, di piegare il destino, di essere i padroni dell’invisibile, mentre siamo solo esseri finiti che hanno smarrito la capacità di guardarsi dentro.

L’umiltà non è modestia: è la presa di coscienza che la complessità del reale supera di gran lunga la nostra piccola visione egoica. È l’unico antidoto possibile alla violenza quotidiana, perché chi sa di non sapere non ha bisogno di schiacciare l’altro per sentirsi qualcuno.

È tempo di smettere di indossare maschere di cartapesta e tornare a poggiare i piedi sulla terra. L’umiltà oggi è il solo vero atto di forza che ti distingue dalla massa manipolata. E tu, hai il coraggio di ammettere il tuo limite o preferisci continuare a recitare la parte del protagonista in un film che non ti appartiene?»

L’UMILTÀ È UNA FORZA UNIVERSALE CHE TRASFORMA, CREA E COSTRUISCE!

Stefano Silvio Dragani già generale di Brigata dell’Arma dei Carabinieri. Laureato in Scienze Politiche e in Scienze della Sicurezza, ha ottenuto anche un master di II livello in Studi Africani. Dopo incarichi operativi in Italia, ha svolto missioni internazionali in Albania, Kosovo, Ghana, Somalia, Ruanda e Belgio, lavorando come esperto di sicurezza e stabilizzazione in aree di crisi, anche per conto dell’Unione Europea. Ha tenuto docenze e seminari in Italia e all’estero – dall’Università di Padova alla Scuola Ufficiali dei Carabinieri, fino ai congressi ONU sul terrorismo globale – ed è stato special advisor sia del Ministro della Sicurezza della Somalia che delle forze di polizia di Rwanda e Uganda.

È autore di cinque saggi pubblicati da Fawkes Editions, casa editrice romana: “Frammenti di vita”(2022), dedicato alla sua lunga esperienza africana; “La Cavalleria: uno stile di vita” (2023), un affresco storico-militare; “Conflitti e parole”(2024), centrato sui rapporti tra Africa e grandi potenze; “Un altro mondo” (2025) e “Ultimo Miglio” (2026), un’analisi attuale delle crisi in Medio Oriente e Ucraina. Ha vissuto sedici anni in Friuli Venezia Giulia, cinque dei quali a Sistiana, alle porte di Trieste, città a cui è profondamente legato. La sua visione internazionale si coniuga con una forte consapevolezza del ruolo strategico dell’Italia e del nostro territorio nel contesto geopolitico globale.

Articolo di Stefano Silvio Dragani

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