“Trieste xe stada fata in piera de Muja!” Le cave tra ‘700 e ‘800

02.02.2019 – 08.15 – Il volto sibaritico di una maschera; la torsione erculea d’una statua; la cascata floreale pietrificata da un genio liberty. Non è raro passeggiare nel centro storico di Trieste e rimanere sorpresi, ammutoliti dalla ricchezza decorativa che ammanta ogni singolo edificio. Socchiudere gli occhi, fermarsi nel proprio andirivieni quotidiano; soprattutto alzare il capo, al di là dell’infestazione di supermercati e pubblicità, di manifesti e bar. Guardare in alto. Rimanendo sorpresi per le finestre dalle cornici decorate, per le terrazze ornate, per le colonne e colonnine sovra i tetti.

Tuttavia, altrettanto interessante è guardare in basso e specie nel cuore della città riflettere su quali pietre si cammini ogni giorno. Laddove il cemento non ha divorato il tessuto storico cittadino, né questo è stato rimpiazzato dai mediocri sostituti moderni che si sbriciolano e scheggiano, le strade possiedono ancora la pavimentazione che risale alla sua golden age.
Riveste speciale interesse pertanto approfondire quali pietre e quale materiale venne usato dagli architetti e dai costruttori di Trieste tra Settecento e Ottocento, quand’era al suo apogeo.
La crescita demografica della città sprigionava un furore edilizio che continuerà fino agli inizi del Novecento, strettamente connesso al suo ruolo di snodo commerciale.
Non solo palazzi di rappresentanza e ville private, ma caseggiati per la media e bassa borghesia, edifici popolari e stamberghe di periferia. Non c’è materiale più fondamentale per la costruzione di un edificio che la pietra e pertanto non si deve sottovalutare un elemento così banale. Una città viene seriamente intralciata nel suo sviluppo – specie secoli addietro – se non dispone di una necessaria “dieta” di materie prime dalla facile disponibilità.
La metamorfosi urbana di una città, Trieste compresa, cambia radicalmente a seconda che vi siano cave nelle immediate vicinanze o al contrario si debba ricorrere a materiale scadente o a complicate operazioni di trasporto via mare o via terra.

Cava Milloch, 1905 (Muggia)

La progettazione del Borgo Teresiano, caratteristico tutt’oggi per la sua pianta razionale e geometrica, fu resa possibile solo con un disordinato caos di cave dalle quali estrarre l’arenaria necessaria per le strade e gli edifici. Non vi era un sistema organizzato per reperire la pietra dall’altipiano carsico, ma le maestranze si limitavano a orchestrare l’estrazione dalle vicine colline.
Se una famiglia di contadini scopriva nei propri terreni un giacimento di arenaria, procedeva per suo conto all’estrazione, fino a quando la profondità era tale da scoraggiare ulteriori picconate. La manodopera pertanto nel XVIII secolo non era specializzata; il contadino arrotondava i propri profitti con l’attività di “cavatore”. L’anarchia dominante nella Trieste di metà Settecento, paragonata non a caso a una frontiera del West americano, si traduceva nell’assoluto caos di buche e scavi alla periferia di Trieste. Il contadino scavava con piccone e pala, fino a quando il filone non si esauriva o la profondità diveniva eccessiva. La pietra non rifinita veniva poi depositata su un carro, rivenduta in loco, lavorata dagli scalpellini e infine messa in opera dai muratori.
Lavoravano soprattutto contadini dalle ville, ma non si deve dimenticare il reimpiego degli addetti alle saline, così come il richiamo occupazionale per la popolazione nell’entroterra.
L’arenaria – largamente utilizzata per tutto l’Ottocento – proveniva dapprima dalle colline più vicine, in seguito dalla parte alta di Via Fabio Severo e dal Rione di San Giovanni. Quando la città incontra il naturale confine dell’altopiano carsico, è ancora visibile la cavaDe Rin”, sotto l’omonima villa, a sua volta in rovina.
La pietra venne dapprima utilizzata come riempimento delle saline, in seguito per la pavimentazione (ancora visibile quando si elimina lo strato di asfalto) e infine per le grandi case del Borgo Teresiano. Quando la “buca” di arenaria si rivelava fruttuosa e la conformazione del luogo lo permetteva, si procedeva a una vera e propria cava. Questo è il caso di Muggia, dove infatti si sviluppò una professione di “cavatore” invece assente a Trieste.
Solitamente l’arenaria era o di colore grigio-azzurro, senza venature e molto resistente, oppure di colore marrone-giallastro, fragile e facilmente soggetta a caldo e freddo. La qualità dell’arenaria variava a seconda della disponibilità di fondi del committente; nel caso invece della pavimentazione l’arenaria era piuttosto solida e in tal senso il confronto con il selciato “moderno” di Piazza dell’Unità è certo impietoso.
Quando una casa viene ristrutturata nel centro storico, è possibile osservare la diversità dei “conci” utilizzati. L’arenaria era diversa per dimensioni e qualità; il tutto appena “sbozzato” e rifinito quel tanto per garantire una tenuta uniforme della struttura. Le maestranze passavano poi sopra l’intonaco, pertanto non era importante che la pietra fosse perfettamente uniforme. È possibile notare tutt’oggi alcuni tocchi artistici notevoli, specie nell’utilizzo di pietra bianca di Aurisina per le decorazioni di finestre e porte, con effetto chiaroscurale.

La posa dei “masegni” in Piazza della Stazione

Verso il 1850 Trieste reclamava ancora a gran voce più arenaria, più materiale per i nuovi edifici e arterie stradali. Gli scavi in periferia non bastavano più. Alla ricerca di un’alternativa, il Comune si ricordò allora dell’esistenza a Muggia di cave di arenaria molto attive nel Medioevo. Ne accennavano infatti gli statuti cittadini del 1333 e del 1420.
Come osserva Franco Stener nell’opera “La locale pietra arenaria nel XVIII-XIX secolo”, precedentemente Muggia era territorio della Repubblica di Venezia fino alla sua caduta nel 1797. L’ostacolo pertanto non era solo geografico, ma giuridico, legato ai dazi della dogana.
Quando s’iniziò a sfruttare le cave muggesane, i “buchi” a Trieste persero rapidamente d’importanza. L’attività di “cavatore” a Muggia divenne presto un lavoro professionale e specializzato, del quale Stener riporta due belle testimonianze.
Un certo Pietro Apostoli, originario di Muggia, ricordava in un’intervista (1889) tradotta dal ladino dall’abate Jacopo Cavalli, l’attività nelle cave: “quand’ero grande facevo lo zappatore, ma andavo anche per le cave di pietra ed avevo da imparare tutto quello di cui c’è bisogno in una cava”.
Mentre Albino Postogna (1890) ricordava una sfortuna degna dei Malavoglia, ovvero il naufragio della sua barca carica (troppo carica?) di arenaria per l’Arsenale del Lloyd. Il tutto causato da una violenta raffica di Bora.
Le cave di Muggia ebbero larga fortuna, sopravvivendo fino agli anni sessanta del Novecento. Tuttavia, va ridimensionato il detto che “tuta Trieste xe stada fata in piera de Muia!”. Sicuramente ciò vale per la seconda metà dell’Ottocento e una larga parte degli edifici austroungarici, ma in precedenza la città era di arenaria squisitamente triestina. Una precisione storica, più che una forma di orgoglio campanilistico, perché l’arenaria muggesana era decisamente migliore.
La qualità altalenante della pietra locale emerge dai documenti d’appalto del Comune, dove più volte si richiedeva di rifare la pavimentazione di quella strada o piazza, perchè le pietre venivano consumate sotto l’usura di carri e carrozze.
Verso il 1825 il Comune era infatti impegnato a rifare la pavimentazione tra Corso Italia e Via Vincenzo Bellini, specificando stavolta di utilizzare la miglior pietra disponibile: “Le pietre masegne per la costruzione del nuovo lastrico dovranno essere di perfetta qualità, estratte da una buona cava di pietra scelta non crostellosa, esclusa qualunque pietra sabbionica o con vene bianche e tutta lavorata in tanti parallelopipedi tirati pienamente a squadra da tutte le parti, le dimensioni di queste pietre dovranno essere della lunghezza da de, tre, sino a quattro piedi di Vienna, e della grossezza metà di 12 pollici, e metà da 9, 10 e 11 pollici. Tutte le pietre che avranno una lunghezza di piedi quattro dovranno avere nel mezzo un canaletto intagliato della profondità di mezzo police”.
Un precedente documento, inviato all’Inclito I. R. Magistrato, illustrava quanto oggi verrebbe definito il “degrado” della città: “La contrada della Madonna del Mare è munita del vecchio lastrico che si ritrova in perfetto disordine come tutti li altri vecchi selciati della città”.
Sostituire i selciati non fu affatto indolore, ma richiese anzi un “dazio sul lastrico” (2 aprile 1825) che fu accolto assai male dalla cittadinanza, la quale pure aveva lamentato in primo luogo il cattivo stato della pavimentazione.

Le proteste per il dazio, così come le polemiche sulla tipologia del materiale utilizzato, ricordano distintamente le discussioni sulla cattiva tenuta delle pietre di Piazza dell’Unità, così come di vaste zone pedonali del centro storico. La Trieste asburgica reagì con forza a questo problema, investendo nell’arenaria di qualità. La Trieste invece degli ultimi decenni preferisce permettere i rattoppi e le soluzioni temporanee proprie di continui cantieri e materiali low cost.

Zeno Saracino
Zeno Saracinohttps://www.triesteallnews.it
Giornalista pubblicista. Blog personale: https://zenosaracino.blogspot.com/

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