21.03.2019 – 08.50 – Cina, Trieste e la “Nuova Via della Seta” cinese. Russo, la partecipazione al progetto “BRI”, la “Belt and Road Initiative” conosciuta come “Nuova via della Seta”, come elemento decisivo per Trieste; con la forte opposizione, però, degli Stati Uniti. Un’opposizione scontata?
Che oggi sia in atto una guerra commerciale, e ci sia un mostrare i muscoli anche in termini militari, fra Stati Uniti e Cina, con l’opinione pubblica americana sollecitata dal presidente Trump a rivolgersi proprio contro Pechino, è una cosa che non può prendere di sorpresa nessuno. Stupisce invece, soprattutto a livello nazionale, la sottovalutazione del problema da parte dell’attuale governo.
Qual è la vostra posizione?
La posizione del Partito Democratico in Parlamento è quella di invitare alla riflessione, stimolandolo il più possibile, un governo che pensa di poter trattare questioni internazionali di portata così grande come se fosse ordinaria amministrazione. Senza tener conto del nostro quadro storico di alleanze, di politica internazionale e di fattori geografici ed economici importantissimi che offrono al tempo stesso rischi da gestire e grandi opportunità da non farsi sfuggire.
È così anche localmente?
Non credo. A Trieste mi sembra che per alcuni ci sia soprattutto bisogno di farsi notare. Cercando una posizione dalla quale lucrare, ottenere vantaggi. Piccoli dividendi politici. Mi pare però che non ci sia un reale riscontro, perché oggi i triestini non sembrano aver paura di questo cambiamento. Io non posso che ribadire la straordinarietà dell’opportunità che si presenta: Trieste è oggi al centro dell’interesse globale, della riflessione economica e geopolitica internazionale. La città è sulle pagine del “New York Times”. Non succedeva dalla metà del secolo scorso. L’opposizione di una parte della politica locale, che per trent’anni ha vissuto alle spalle di situazioni favorevoli garantendo piccolissimi interessi e impedendo che ci fosse un cambiamenti, mi sembra una riedizione del ‘No se pol’ triestino che arriva persino al tentativo di impaurire le persone con i manifesti messi per la strada. Azioni sterili, senza valore.
Niente rischi di ‘colonizzazione cinese’?
Li escluderei totalmente. A livello nazionale c’è stato, per quanto riguarda i rapporti con la Cina, un richiamo a temi che sono effettivamente delicati, come quello delle telecomunicazioni e del 5G. Argomenti sui quali il governo ha dimostrato di non saper proprio esattamente bene di cosa si stia parlando. La situazione di Trieste è invece chiara: sulla portualità non ci sono grandi dubbi. È un’opportunità sulla quale Trieste non può permettersi il lusso di perdere. Il porto è ben diverso, come sistema, da un’azienda: non si può delocalizzare, è qui e ci rimane. Le sue infrastrutture, come quella importantissima rappresentata dal sistema della ferrovia, sono qui in Friuli Venezia Giulia. E rimangono qui; la Cina non può copiare le rotaie e i moli e portarseli a casa. Il lavoro è qui; e, come ha detto Zeno D’Agostino, è un lavoro che oggi non può più essere sottopagato e sfruttato attraverso esternalizzazioni. Venire a Trieste, comprare un pezzo di porto e farci dentro quello che si vuole semplicemente non è possibile, il porto è un asset pubblico: la Cina non comprerebbe nessuna banchina, opererebbe in regime di concessione e non creerebbe nessuna “Chinatown”.
Qual è la vera agenda, allora, se per Trieste è già tutto chiaro?
Credo il tema sia quello della concorrenza all’interno dell’Unione Europea. Ne ho parlato nei giorni scorsi con Romano Prodi. “Forza Italia” forse non lo sa, ma già da anni esiste un tavolo Europa-Cina sul quale vengono negoziati gli scambi commerciali, e gli altri si sono già mossi: gli investimenti cinesi in Germania e in Francia sono molto grandi. Non si capisce perché non si possa far parte di questo progetto: l’Europa ha deciso quali sono le quote di mercato che sono sostenibili nel rapporto di scambio commerciale con la Cina, l’Italia può concorrere a esse, e questa è la sfida. Per questo non mi è chiaro perché una parte politica locale si opponga a giocare questa partita.
Come esempio negativo si parla del porto greco del Pireo; la Cina, in Grecia, si sarebbe comprata tutto, ‘conquistandolo’.
Anche sul Pireo c’è molta, molta confusione. Leggende, come quella che in Grecia la Cina stia operando in deroga alle norme europee, al di fuori delle norme di diritto greco. Non è così. E nonostante le difficoltà della Grecia, le condizioni dei lavoratori del Pireo, anche quelle economiche, sono migliorate. Il Pireo stesso però è utile come esempio perché dimostra che non sempre i cinesi vincono e conquistano: ad Atene la Cina ha sbagliato, ha fatto un enorme investimento scoprendo però che far transitare le merci fra Atene stessa e Belgrado non è possibile a causa della situazione dei paesi dei Balcani che dovrebbero attraversare. E quindi devono venire a Trieste. Alle nostre condizioni.
Condizioni da concordare, però, con una Cina che è di fatto governata da un partito unico, dove libertà e diritti umani non sono l’argomento più importante. Come si può rispondere a chi lo ricorda con forza?
Ricorderei a tutti che i rapporti fra Italia e Cina durano già da decenni. Le nostre imprese fanno affari con la Cina da cinquant’anni: la Cina può essere un interlocutore con cui si parla o sempre, o mai, non può esserlo a seconda del momento e della convenienza. E se dovessimo dire: “non si parla più con la Cina”, moltissime imprese italiane fallirebbero. Poi: sicuramente occorre molta attenzione. Sui diritti umani e sulla democrazia l’Europa non transige, è un modello. Ecco, forse questo modello va posto, può essere posto, anche in termini attrattivi. Temiamo la Cina come se solo la Cina potesse essere il paese che vince tutto nel mondo; ma l’Europa, quando è unita, è ancora l’area a maggior sviluppo economico globale. La Cina ha ad esempio enormi problemi di sostenibilità ambientale; su questo l’Europa può essere un modello.
“Forza Italia”, a Trieste, ha parlato di oscurità dei contenuti dell’accordo. E di posizione attendista.
L’opposizione è molto netta. Non c’è un attendismo, il messaggio sui manifesti non ha bisogno di interpretazioni. Questa opposizione è iniziata mesi fa, quando di memorandum d’intesa ancora non si parlava. Quella di “Forza Italia” è una posizione politica, è la volontà di opporsi a quanto è stato fatto negli ultimi anni dalla politica locale, dal Sindaco e dall’autorità di sistema portuale che assieme hanno lavorato per questa opportunità. Da un lato abbiamo Savino e Camber che desiderano un po’ di visibilità per un partito in estinzione; dall’altra parte abbiamo tutti gli altri, compreso il mondo economico. “Forza Italia” afferma di voler difendere le imprese: ma Generali, Fincantieri e Confindustria si sono già espresse e non in direzione di Camber o della Savino. Credo però che questa volta Giulio Camber abbia scelto una bandiera che non interessa ai triestini, agli operatori portuali e alle imprese.
Trieste vincerà questa sfida?
Anche i 300 anni del Porto di Trieste festeggiati proprio in questi giorni, con quella franchigia doganale che ci fu regalata nel Settecento e che trova adesso in “Free Este” una nuova dimensione, dimostrano, con fatti concreti come gli accordi con Austria, Ungheria e Turchia, che oggi ci sono le condizioni per un cambiamento vero. La sfida non è già vinta, ma siamo molto avanti verso il traguardo. Il sistema portuale, grazie a Zeno D’Agostino, oggi è capace non solo di ricevere, ma anche di negoziare le sue partecipazioni: in Lussemburgo, Germania, Slovacchi e nella stessa Cina!


