Nuova Via della Seta, Piero Camber: “Poco chiare le premesse, non c’è trasparenza nel documento d’intesa”

20.03.2019 – 10.50 – In merito al recente tema di Trieste come porto d’interesse molto forte per la “Nuova Via della Seta” cinese, si è acceso un forte dibattito anche a livello locale. Se da un lato questo dibattito ha trovato chi sostiene l’accordo, dall’altro sono stati sollevati dubbi e critiche. Il gigantesco progetto della BRI, la “Belt and Road Initiative”, con il quale Pechino mira a rilanciare la connettività commerciale ed infrastrutturale euroasiatica e a delineare una nuova linea economica, ha posto il territorio del Friuli Venezia Giulia al centro del dibattito internazionale: una decisione a favore, o contro, all’intesa con la Cina andrebbe ad incidere profondamente sul futuro economico della città di Trieste e dell’intera regione. Nella fazione che è attualmente più critica e meno favorevole all’accordo si inserisce Forza Italia; per un commento, abbiamo raggiunto telefonicamente il Consigliere Piero Camber.

Consigliere, quali sono nello specifico le motivazioni in merito alle quali vi ritenete contrari ad un eventuale accordo con la Cina?

“Per quanto mi riguarda, piuttosto che contrario, mi definirei attendista, in quanto a conoscere i dettagli di questo accordo sono davvero poche persone. Lo stesso Zeno D’Agostino ha dichiarato di recente di non essere a conoscenza in merito ai dettagli dell’intesa in corso di discussione tra Italia e Cina”.

Il presidente dell’Autorità portuale del Mare Adriatico orientale ha dichiarato all’Ansa: “Credo che siano in pochi a conoscere i contenuti dell’accordo tra Italia e Cina, e io non sono tra questi, anche se molti ne parlano… È un accordo gestito da Bruxelles”. Un accordo a scatola chiusa?

“I contenuti di questo accordo rimangono di fatto secretati in un documento d’intesa che risulta essere assolutamente generico e al cui interno vi sono alcuni richiami che potremmo definire curiosi. Innanzitutto, all’interno di esso si parla di ‘parità di condizioni e rispetto di diritti di proprietà intellettuale’: per quanto riguarda il primo punto, ovvero la parità di condizioni, di fatto manca la reciprocità; ad oggi nessuna azienda non cinese può avere quote maggioritarie in Cina. Per quanto riguarda invece il rispetto dei diritti di proprietà intellettuale, non possiamo certo dire che la Cina si sia nel tempo distinta a livello mondiale da questo punto di vista, anzi molto spesso ci sono state accuse nei confronti di aziende cinesi di aver copiato brevetti provenienti da tutto il mondo.
Un altro punto poi che mette in dubbio l’avanzamento di questo accordo fra Italia e Cina è il fatto che, all’interno del documento d’intesa, non si faccia in nessun caso riferimento alla presenza di organi di vigilanza, ovvero della possibilità di verificare e di controllare, tramite un terzo soggetto tecnico, il rispetto delle regole sotto il profilo sociale ed ambientale.
I dubbi che solleviamo sono quindi legati ad una questione di trasparenza: sono poco chiare e, direi, claudicanti le premesse stesse dell’intesa.”

Nel caso in cui venisse redatto un documento che risultasse a tutti gli effetti più trasparente, che andrebbe quindi a chiarificare i punti da lei riportati, si riterrebbe favorevole all’accordo Italia – Cina?

“Non posso essere contrario, come non posso essere favorevole, a ciò che non conosco: di fatto nessuno ha visto gli accordi. Né il Parlamento italiano né il Consiglio regionale del Friuli Venezia Giulia sono stati infatti coinvolti, e ciò significa che nessuno può dire di essere effettivamente a conoscenza dei dettagli in merito.
Se vogliamo poi andare ad analizzare la questione nello specifico, si stanno progettando accordi con un paese all’interno del quale i diritti umani sono ben lontani da quelli che sono gli standard europei; è una nazione nella quale, ad esempio, vige ancora la pena di morte. È chiaro quindi che, se si vuole fare un accordo di questo tipo, dovranno essere rispettati i nostri regolamenti, le nostre leggi.
Oltretutto, l’accordo è stato contestato anche a livello internazionale da molti paesi, a partire dagli Stati Uniti.

Non crede però che nel caso degli Stati Uniti si tratti di un’opposizione dettata piuttosto da una questione di convenienza economico-politica?

“Sicuramente gli Stati Uniti si sono opposti all’accordo prioritariamente per una questione economica e politica. La Cina e gli Stati Uniti sono due enormi potenze economiche; due economie che da sempre si contendono tra loro gli spazi nei quali sviluppare i loro mercati. Non mi ritengo filoamericano, ma tra i due capitalismi, quello che risulta essere più aggressivo ed assolutista è decisamente quello cinese. Inoltre, ritengo che l’Italia potrà essere in grado di tenere un tavolo alla pari con la Cina solo se avrà il consenso esplicito da parte dell’Europa.”

Un mese fa, proprio in merito all’accordo, aveva sollevato allarme un documento firmato da 27 ambasciatori europei a Pechino, che denunciava l’iniziativa “BRI” cinese come uno strumento esclusivamente a favore della Cina stessa e ostacolo al libero commercio; l’allarme era stato rilanciato all’emittente “Telequattro” da Giulio Camber, fratello e compagno di partito di Piero Camber, manifestando la preoccupazione per una reazione ostile da parte degli Stati Uniti, poi puntualmente arrivata. Il livello d’attenzione sulla “Nuova via della Seta”, nel capoluogo del Friuli Venezia Giulia, rimane quindi molto alto.