13 giugno 2026 – ore 06:30 – Custodiamo i tavoli di marmo del San Marco con la stessa vigilanza ottusa con cui i burocrati di Vienna sorvegliavano gli inventari della Hofburg. Ma tra queste boiserie, da tempo, non si produce più pensiero; si amministra semplicemente una successione fallimentare. È la mistica del cucchiaino: l’arte tutta locale di far durare un capo in b quattro ore, il tempo necessario a occupare uno spazio pubblico spacciando il torpore per meditazione e l’inerzia per distacco intellettuale. Un secolo fa, questo stesso perimetro era un ufficio di fortuna per gente disperata. James Joyce non faceva il letterato da salotto; contava i talleri delle lezioni alla Berlitz per capire se la sera avrebbe cenato nei vicoli di Città Vecchia, mentre correggeva le bozze dell’Ulysses. Aron Schmitz si nascondeva dietro lo pseudonimo di Svevo per non farsi licenziare dal suocero che vendeva vernici sottomarine. Umberto Saba calcolava i centesimi tra i vecchi volumi della sua libreria per sbarcare il lunario. Per loro il caffè non era una posa estetica, ma una stanza riscaldata perché a casa la stufa costava troppo. Erano scarti storici di un impero al collasso, e scrivevano per legittimare la propria esistenza.
Oggi che quel collasso è diventato un’industria turistica per nostalgici in gita domenicale, la borghesia cittadina ha trasformato i caffè storici in un ufficio di collocamento per fantasmi. Ci si siede al tavolo per riscuotere la rendita di una patente culturale scaduta da ottant’anni. Il pettegolezzo d’alto bordo ha preso il posto delle grandi correnti europee, e la polemica civile è naufragata nel mugugno condominiale. In questo scenario si consuma una più profonda decadenza intellettuale. Non si tratta di assenza di cultura, ma di una cultura che si ripete senza più produrre conseguenze, che si autocelebra invece di interrogarsi. Il riferimento al passato diventa una forma di protezione simbolica: si citano autori, miti e tradizioni non per metterli alla prova nel presente, ma per evitare il rischio dell’ignoto. Il sapere si trasforma così in ornamento, e l’intelligenza in rituale sociale. La discussione pubblica si riduce a un esercizio di riconoscimento reciproco, dove contano più le appartenenze e le citazioni che la capacità di generare idee nuove o di accettare il conflitto interpretativo. Trieste è diventata così la metafora perfetta della decadenza europea: un grande pensionato dello spirito che guarda il mondo oltre la vetrata con il disprezzo aristocratico di chi è rimasto indietro, scambiando la propria paralisi per l’ora del destino.
Manca qualsiasi forma di autoironia in questa messinscena. Si evoca lo spettro di Bobi Bazlen o si cita l’eredità di Claudio Magris con lo stesso pragmatismo con cui si mostra un titolo nobiliare decaduto, usandolo come alibi per non produrre più una sola idea contemporanea. Abbiamo imbalsamato i geni del passato per giustificare la mediocrità del presente. Il paradosso si è consumato quando le barriere geopolitiche del Novecento sono finalmente cadute. Nel momento esatto in cui la Storia restituiva a Trieste il suo sbocco naturale verso l’Europa, la sua classe colta ha preferito sbarrare le finestre e rintanarsi nell’acquario provinciale, terrorizzata dal mare aperto. Risulta decisamente più comodo dichiararsi eredi di un passato illustre che rischiare l’inedito. Restiamo così, specchiati nei vetri smerigliati dei nostri locali d’epoca, convinti che il mondo fuori stia ancora aspettando noi e i nostri gloriosi scheletri. Mentre il mondo, molto più banalmente, tira dritto senza chiedere il permesso. E ci lascia soli al tavolo, a mescolare con eleganza lo zucchero in una tazzina vuota.
L’editoriale è di Francesco Viviani
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