No xe storie | IMEC e i lillipuziani del golfo

11 giugno 2026 – ore 06:30 – Mentre il mondo ridisegna le proprie rotte commerciali lungo l’asse che va da Nuova Delhi a qui, a Trieste si preferisce occupare la mattinata discutendo di confini e di piccoli orti urbani. È una nostra vecchia specialità: di fronte alla Storia che bussa alla porta con la brutalità dei grandi imperi, noi rispondiamo barricandoci dietro un comitato. L’ultimo nato, il fronte dei “No-IMEC” — o qualunque sia la sigla scelta dai professionisti del diniego permanente —, è l’ennesimo capolavoro di quella sindrome lillipuziana che affligge la provincia italiana. La tesi di questi signori ha una sua comica tenerezza, ma cozza violentemente contro la durezza dei numeri. La matematica, a differenza del pacifismo da tastiera, non ammette digressioni liriche. E i numeri dicono che l’IMEC non è un’ipotesi accademica, ma un corridoio logistico capace di tagliare del 40% i tempi di transito tra l’India e l’Europa rispetto alla tradizionale rotta di Suez, abbattendo contestualmente i costi di trasporto del 30%. Di fronte a un simile riassetto dell’economia globale, la reazione locale somiglia a quella del bottegaio che teme gli si sporchi il marciapiede davanti all’ingresso. Non hanno capito, o fingono di non capire, che l’IMEC non è una concessione edilizia della giunta comunale. È geopolitica allo stato puro, finanziata dai fondi sovrani del Golfo che muovono centinaia di miliardi di dollari in infrastrutture, fibra ottica e idrogeno verde.

La geografia ha più memoria di qualsiasi decisione politica locale: ha individuato, per ragioni strutturali, il possibile terminale settentrionale di questa immane colata di merci nell’area di Trieste. Non per simpatia politica, ma per due dati strutturali immutabili: 18 metri di fondale naturale, capaci di accogliere le grandi navi oceaniche, e una rete ferroviaria che già oggi muove oltre 12.000 treni all’anno direttamente verso il cuore industriale dell’Europa centrale. Chi si oppone a questa visione in nome di un ecologismo ornamentale commette l’errore tipico dei dilettanti: confonde l’isolamento con l’identità. Pensa che il mare sia soltanto uno sfondo romantico per le passeggiate domenicali sul Molo Audace, e non quello che è sempre stato: potere, commercio, destino. I blocchi geopolitici internazionali non si fermano per rispetto dei sit-in. Se il Mar Rosso brucia sotto i colpi dei proxy iraniani e l’Occidente risponde tracciando nuove rotte, Trieste ha solo due opzioni: essere la chiusa di questa nuova era o rimanere una bellissima, malinconica cartolina per turisti austriaci in cerca di nostalgie asburgiche. I “No-tutto” preferiscono la cartolina, purché nessuno disturbi il loro sonno. La geografia ci offre un’opportunità clamorosa, non una polizza assicurativa sulla vita. Se Trieste continuerà a farsi dettare l’agenda da chi vuole ridurla a un borgo protetto dal vento, la storia semplicemente passerà oltre, girando l’angolo verso i porti di Capodistria o Fiume, che non soffrono dei nostri complessi d’inferiorità. Resta da scegliere se essere capitali marittime o comparse periferiche. I comitati hanno già scelto la mediocrità; noi, per fortuna, conserviamo ancora un briciolo di ambizione e, soprattutto, l’abitudine di saper di conto.

L’editoriale è di Francesco Viviani

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