Riccardo Laterza, “Zeno”, “Tryeste” e le coscienze dei giovani. Futuro e antifascismo.

12.02.2019 – 15.56 – Che cos’è “Tryeste“, Riccardo? Qual è l’idea che si prefigge? Il movimento è molto attivo su Internet e in questi giorni sta presentando nuove proposte.

“Tryeste” è un gruppo di giovani. È nato due anni e mezzo fa da un’idea: proporre al sindaco dieci punti, dieci proposte immediate che potessero permettere di rimanere a Trieste senza essere costretti ad andar via per cercare lavoro. Provare a cambiare la città, per non dover cambiare città. Per ogni punto da noi presentato c’era anche una proposta operativa e il punto di partenza è proprio il problema della migrazione giovanile: Trieste, nonostante sia una città ricca dal punto di vista del reddito, s’impoverisce continuamente e velocemente di opportunità di lavoro, di spazi dove poter sviluppare idee. Di anno in anno.

Qual è stato il riscontro da parte delle istituzioni cittadine?

Abbiamo promosso l’appello e raccolto il sostegno di molti cittadini e circa 400 firme, iniziando a cercare di discuterne con le istituzioni. Molto rapidamente ci siamo resi conto che le risposte che avremmo voluto ricevere non sarebbero venute. E quindi l’appello si è trasformato in un gruppo di lavoro, per cercare di cambiare le cose fuori dalle modalità con le quali si fa politica di solito. Quasi trentamila triestini vivono stabilmente all’estero; nel 2014, ogni trenta ore un giovane triestino si è trasferito fuori dal Paese. Bisogna fare qualcosa.

State lavorando, ora, sul vostro nuovo spazio d’incontro, “Zeno”.

Si, trovare poi degli spazi in cui lavorare non è facile. Siamo riusciti in questi ultimi mesi ad avviare una campagna per l’apertura proprio del nuovo punto d’incontro, uno spazio pubblico che sarà destinato sia a promuovere servizi mutualistici, che alle iniziative artistiche e culturali, che al dibattito politico. Abbiamo anche avviato una raccolta attraverso il Crowdfunding. “Zeno” vuole essere un intreccio di ambiti culturali, di esperienze, con formazione, dibattiti, Coworking, doposcuola e anche attività ricreative.

Funziona? Il Crowfunding può essere applicato con successo anche a un’iniziativa come la vostra, che è comunque politica?

Sta andando abbastanza bene. Ci ha sorpresi positivamente il fatto che la raccolta si stia estendendo oltre il nostro gruppo, a molte altre persone. Non abbiamo l’ambizione di dire che questa sarà la soluzione. Ma è qualcosa.

Perché i giovani vanno via?

Secondo me prevalentemente per necessità e per inserirsi in nuovi ambienti di lavoro. Sfruttare opportunità che qui a Trieste non si possono trovare.

Migranti economici, quindi?

Esattamente. Ne hanno tutte le caratteristiche.

Manca più la capacità di fare impresa localmente, manca più la voglia o manca più il sostegno delle istituzioni?

La voglia di fare è sempre una condizione individuale. Le idee non mancano; poi, naturalmente, non tutto è realizzabile, ma che non manchino le idee e la possibilità di fare lo dimostrano anche i casi di successo di imprenditori triestini, in molti campi. Sono però situazioni singole, non c’è una base sistemica, una soluzione politica che si traduca in azioni che a loro volta permettono uno sviluppo organico delle imprese più giovani.

È possibile invertire la tendenza migratoria e tenere i giovani a Trieste?

Se ci fossero politiche di sostegno positive probabilmente sì. Il punto non è tanto convincerli a rimanere, o per contro spingerli ad andarsene perché qui tutto va male; non è vero. Il punto è metterli nelle condizioni di poter decidere da soli e non a seguito di circostanze economiche che li costringono. Vale per gli italiani e per chiunque altro. È chiaro che in Italia e in Europa questo significa una cosa, in Africa e in Asia un’altra; cosa diversa, ma non così distante.

Riccardo, il movimento di Trieste Antifascista, il 3 novembre, ha raccolto attorno di sé un insieme ampio di partecipanti, composto sia da gruppi organizzati che da individui.

Credo che questa sia proprio la sua caratteristica più importante. La trasversalità, e il rifiuto del fascismo in qualsiasi forma.

Posso chiederti se vedi una differenza fra ciò che una persona comunemente intende come fascismo, e quello che invece intende la Trieste antifascista?

Le diversità ci sono, ed è insensato nasconderle: non si rifiuta solo il fascismo storico, ma l’inquadramento e l’omologazione. È proprio la resistenza a qualsiasi forma di omologazione la cifra che fa la differenza: dove c’è un tentativo di ridurre all’uno – qualsiasi tentativo di ridurre all’uno – si può individuare il fascismo. La resistenza è fisiologica, naturale, e costituisce uno dei punti chiave.

Cosa vuol dire quindi antifascismo oggi, nel 2019?

La mia opinione: l’omologazione è un tratto dal quale si può distinguere che cosa sia ‘fascista’ e che cosa non lo sia, e quindi definire anche l’antifascismo. È molto interessante su questo tema il libro di Elia Rosati: “Fascisti del terzo millennio”. Rintraccia i riferimenti storici su cui fa perno il pensiero di CasaPound.

La contrapposizione fra il movimento Trieste Antifascista e CasaPound è quindi sul concetto stesso di antifascismo, che è rifiuto dell’omologazione e del controllo.

Esatto. Resistenza a qualsiasi forma di omologazione dell’individuo da parte del potere. Mentre, dall’altra parte, fascismo significa rigido controllo da parte dello stato – del potere, quindi. Questa è una delle possibili letture. Secondo me abbastanza efficace.

Pierre Proudhon, Michel Foucault. Questa visione antifascista si avvicina a quella anarchica?

Penso che tendere il più possibile all’autonomia, non solo degli individui ma delle collettività da essi composte, sia una forma di antifascismo, e quindi di esclusione di possibili derive totalitarie. Che questo possa affondare delle radici nel pensiero, direi, perlomeno socialista originario, certamente sì. Marx diceva che la tendenza è quella di andare verso l’estinzione dello Stato.

CasaPound si riconosce, invece, nel fascismo originario, in Benito Mussolini, che fu socialista.

Il fatto che CasaPound a Trieste non nasconda di identificarsi direttamente in Mussolini e lo faccia esplicitamente e alla luce del sole potrebbe di per sé costituire la base giuridica per una richiesta di scioglimento del partito. Quella che attualmente consente loro di continuare l’attività è l’interpretazione stretta, per ora prevalente, della legge: finché la loro dichiarazione non è di espressione della volontà di ricostituire il Partito Fascista, con la dicitura completa, alla quale può aggiungersi o meno una volontà d’eversione che attualmente non viene ravvisata, non si può intervenire. È chiaro si tratta di una interpretazione che la Trieste che è antifascista rigetta.

CasaPound ha identificato come uno dei motivi di distacco dai partiti della destra più istituzionale la loro vicinanza al liberismo e la mancanza di vere politiche sociali. Si è detto lo stesso a sinistra. Gli antifascisti lontani dal Partito Democratico perché si è allontanato dal popolo?

In parte sì. Non si può negare che ci sia stata una convergenza sia della destra che della sinistra storiche verso posizioni liberiste, più vicine al capitale, con conseguente allontanamento dalle politiche sociali. Fra gli antifascisti c’è una condivisione di valori fondamentali che vanno oltre, primo fra tutti la libertà. Sicuramente il 3 novembre non è stato un giorno ‘di sinistra’, ma qualcosa di diverso; non siamo in grado di dire quale fosse la composizione esatta del corteo; certo ci interessa, non è di poco conto, più in generale trovo che focalizzare la discussione su quello abbia meno senso: c’è un’organizzazione, a Trieste, con un suo pseudo-statuto, che si dichiara pubblicamente come fascista. Non c’è che da scioglierla. È il motivo principale per cui quelle persone erano in piazza.

CasaPound Trieste però chiede di potersi confrontare con gli antifascisti, e quindi con il movimento di cui tu fai parte, su un piano politico. Di parlare.

Questo non accadrà. Da parte mia, no, non ci sarà nessun confronto e credo proprio che non ci sarà neppure da parte di nessuno che faccia parte dell’assemblea di Trieste Antifascista. La distanza è incolmabile, non ci sono le basi di condivisione di alcuni valori minimi, e a CasaPound farebbe molto comodo. Devo dire purtroppo che gli organi d’informazione, se da una parte fanno un lavoro d’esposizione prezioso, dall’altra contribuiscono a normalizzare e legittimare la loro presenza invitandoli a incontri e dibattiti. Non si può pensare di sdoganare qualsiasi idea.

Serve quindi, quando si toccano temi come quello del fascismo, un intervento più forte sulla libertà d’espressione?

Parlare del ‘cosa si può dire’ e del ‘cosa non si può dire’ in una società democratica e sulla stampa è sempre molto rischioso. CasaPound, però, sta richiedendo lo sdoganamento di idee politiche incompatibili con la democrazia stessa. Bisogna intervenire per legge su chi si dichiara esplicitamente fascista, ma non si può estendere questo metodo censorio in maniera eccessiva. Penso che sia necessario recuperare una capacità di azione culturale e politica a difesa proprio della democrazia.

Le tue esperienze personali e la tua formazione?

Io sono nato a Trieste, nel 1992, e ho frequentato il liceo Oberdan; poi mi sono trasferito a Venezia per studiare urbanistica e li ho conclusi a Milano, quest’anno. Ero già impegnato nelle organizzazioni studentesche, prima localmente e poi a livello nazionale.

Con una laurea in urbanistica, non posso non chiedere una tua opinione su Porto Vecchio.

Sul Porto Vecchio c’è molto entusiasmo, giustificato e comprensibile. Rischia di nascondere però alcuni problemi importanti, primo fra tutti quello su come vada costituita la società che governerà la trasformazione. Gli esempi europei ci dicono che queste società devono essere totalmente di controllo pubblico, altrimenti si generano conflitti di interesse tra chi gestisce e chi investe sulla trasformazione e che può essere, attraverso una partecipazione in una società privata di capitali, la stessa persona.

È un percorso, quello di Trieste Antifascista, che può poi sfociare in un nuovo partito?

Penso che il valore più importante dell’assemblea sia proprio quello di non identificarsi in una dimensione politica rappresentativa tradizionale. Io vedo i valori che abbiamo rappresentato come fondamentali e alternativi a un modo di fare politica ormai obsoleto: dal mio punto di vista il fatto che ci sia stata una mobilitazione molto ampia vuol dire che questi valori fondamentali sono condivisi ampiamente e c’è l’esigenza di trovare uno spazio per esprimerli. È un momento di forte trasformazione.

Roberto Srelz
Roberto Srelzhttps://trieste.news
Giornalista iscritto all'Ordine del Friuli Venezia Giulia

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