19 luglio 2026 – ore 10:00 – La ciabatta consumata, la bottiglia accartocciata, il flacone d’un detersivo smangiato. Venti, trent’anni fa l’emergenza plastica era impegnata soprattutto col -macro: l’attenzione mediatica era concentrata sui grandi volumi dispersi nell’ambiente, dei quali rimane emblematica la spazzatura sulla spiaggia, spesso rigurgitante prodotti del 1960-70-80. Un ritorno del ‘rimosso’, in termini freudiani, di una civiltà che aveva fatto, specie nei primi decenni del secondo dopoguerra, della plastica il materiale miracoloso da utilizzare sempre e comunque. Tuttavia, con l’avvento della raccolta differenziata e di una ‘guerra’ a specifici oggetti di plastica usa-e-getta (i piatti, le cannucce, i bicchieri delle feste…) era apparso possibile ‘controllare’ la plastica, indirizzarla verso un uso maggiormente razionale e compatibile con l’ambiente.
La discussione sui media è tuttavia mutata di nuovo dieci anni fa quando dal -macro si è passati ai -micro, evidenziando come il pericolo rappresentato dalle scorie della plastica superasse lo stesso inquinamento tradizionale. Proprio dieci anni fa, nel 2016, le microplastiche venivano per la prima volta rilevate alle isole Svalbard e nell’Artico profondo. D’allora l’occhio tecnologico è diventato sempre più acuto e le microplastiche sempre più numerose, evidenziando una diffusione che, per cecità dei microscopi di un tempo, era stata (tragicamente) sottostimata. Come il piombo nel Secolo Breve e l’eternit/ amianto per i nostri nonni, le microplastiche sono ora la sfida (e il danno alla salute) dell’odierna generazione: con la rilevante differenza che rimuovere le microplastiche appare ben più arduo della rimozione di singoli pannelli o prodotti.
Evitare di compiere gli errori del passato e guardare a una plastica che (davvero) si decomponga è la sfida della professoressa Lucia Gardossi del Dipartimento Scienze Chimiche e Farmaceutiche dell’Università degli Studi di Trieste; e il tema è d’impellente attualità per Trieste, città post-industriale che aveva già fatto i conti, come la vicina Monfalcone, coi danni dell’eternit e il cui mare, l’Adriatico, ha da tempo dimostrato di essere molto suscettibile alle variazioni ambientali.
Ricerca sulle microplastiche e soluzioni innovative
“Io sono docente di chimica organica, però mi occupo da sempre di sostenibilità, chimica sostenibile e chimica rinnovabile”, racconta Gardossi. Il punto di partenza della sua ricerca è la possibilità di produrre e sintetizzare sostanze chimiche non derivate dal petrolio, ma da fonti naturali, biomasse o processi di fermentazione. Nel tempo, questa attenzione si è concentrata sui polimeri, cioè sulle molecole alla base delle plastiche, con una domanda centrale: come progettare materiali che svolgano una funzione utile senza diventare un danno ambientale?
Lo studio avviato su questo fronte si è evoluto in un “argomento grande e complesso”, tanto da dover essere affrontato “in maniera multidisciplinare da diversi punti di vista” spiega la docente. Così, il gruppo di ricerca dell’Università di Trieste è stato intercettato dal Gestore delle Acque di Udine già anni fa “quando il tema delle microplastiche era ancora poco presente nel dibattito pubblico”. Da quella collaborazione è nato un dottorato di ricerca che ha coinvolto Raffaele Bruschi, biotecnologo ambientale, insieme a ricercatori del Dipartimento di Scienze Chimiche e Farmaceutiche e del Dipartimento di Scienze della Vita.
Mentre da un lato i ricercatori studiano l’impatto delle microplastiche negli ambienti naturali e nei sistemi idrici, dall’altro, nei laboratori chimici si progettano polimeri che possano superare proprio quel problema: entrambi mossi dall’obiettivo di creare dei materiali bio-based, cioè derivati da fonti non fossili, e biodegradabili a livello marino.
Il principio guida è quello promosso anche a livello europeo del safe and sustainable by design: prodotti sicuri e sostenibili fin dalla progettazione. Non basta, dunque, intervenire dopo che il materiale è stato immesso sul mercato o disperso nell’ambiente. Bisogna pensarne la sostenibilità prima ancora di sintetizzarlo. Questo è il principio che ispira il progetto europeo “Be-Up” che finanzia gli studi sulla plastica sostenibile del gruppo di ricerca triestino, progetto che comprende 17 tra industrie e università.
La ricerca sulle microplastiche ha così volto l’interesse dei suoi studi in ambienti particolari, come le grotte del Carso e le grotte di Postumia, in collaborazione con istituti sloveni, e si estenderà anche al Timavo. Parallelamente, con il gestore delle acque friulano è stato avviato uno studio di ampia scala sulle acque di approvvigionamento e su quelle provenienti dagli impianti di depurazione, con lo scopo di misurare e caratterizzare la presenza di particelle plastiche, filtrando grandi volumi d’acqua secondo protocolli coerenti con le normative europee. Inoltre, grazie a una collaborazione con l’Università di Pisa nell’ambito del progetto europeo “BIO-TEXTILE”, Gardossi sta lavorando per lo sviluppo di molecole alternative ai PFAS (composti organici di fluoruri alchilici dotati di proprietà tensioattive, come idrorepellenti e oleorepellenti), pensate per sostituire composti come quelli usati in materiali tecnici impermeabili, ma con soluzioni non tossiche e di origine naturale.
Lo scopo dello studio
La sinergia tra chimici ed ecologi è fondamentale nell’analisi delle microplastiche e nella stima della loro pericolosità: compito dei chimici è identificare la composizione delle microplastiche disperse nelle acque e nei sedimenti, per definire quali particelle derivano da plastiche sintetiche e quali sono di origine biologica, come lignina o cellulosa. In base alla loro struttura varia anche la loro tossicità, ed è l’aspetto che viene definito dagli ecologi. Così questi ultimi “studiano l’effetto delle particelle sugli organismi e sugli ecosistemi; i chimici ne analizzano la composizione e progettano nuovi materiali”.
È di estrema importanza individuare quali microplastiche possono rappresentare un rischio per l’ambiente, dato che “i microrganismi che stanno nel mare si cibano delle particelle che sono in grado di degradare e sono in grado di metabolizzare”. A Trieste, gli studi effettuati su campioni del vicino Adriatico osservano se e come i microrganismi marini riescano a degradare quei materiali e, dai risultati finora ottenuti, i ricercatori hanno potuto dimostrare che c’è spazio per produrre materiali biodegradabili che non derivino da fonti fossili e che la ricerca può e deve muoversi in questa direzione.
Questo non significa, però, che tutta la plastica del mondo possa o debba essere sostituita da materiali biodegradabili in acqua: “alcune plastiche nascono proprio per durare” afferma Gardossi. Le componenti di un’automobile, un impermeabile o oggetti progettati per resistere nel tempo non possono essere pensati per degradarsi facilmente e sono, infatti, destinati a un altro tipo di mercato. La ricerca si concentra invece sui prodotti che, per loro natura, finiscono inevitabilmente per disperdersi nell’ambiente, come nel caso di prodotti cosmetici e prodotti per la cura del corpo che vengono lavati via con l’acqua di scarico e non possono essere riciclati; oppure il caso dei teli agricoli usati per colture come fragole o asparagi che, se lasciati sul suolo o frammentati dagli agenti atmosferici, devono potersi degradare senza diventare una fonte di contaminazione per terreni, fiumi e mari.
Da quali materiali nascono i nuovi polimeri
Quando si passa dal principio generale alla composizione concreta dei materiali, il lavoro del gruppo triestino si concentra in particolare su varianti di poliesteri: gli studi devono sempre partire da monomeri disponibili su scala industriale, perché “la sintesi di molecole totalmente innovative sarebbe un processo eccessivamente dispendioso e lungo”.
Tra i partner su cui i ricercatori possono contare c’è perciò Novamont “azienda italiana leader nel settore delle plastiche biodegradabili e nota al grande pubblico per i materiali usati nei sacchetti dell’umido”.
Tra i monomeri utilizzati vi è il butandiolo, un dialcol prodotto per via fermentativa: “in pratica” spiega la docente, “alcuni batteri trasformano zuccheri economici attraverso un processo simile, nel principio, alla fermentazione usata per produrre vino; invece di generare alcol etilico, producono il ‘mattoncino’ chimico necessario alla sintesi del polimero. Un altro esempio”, continua, “è l’acido azelaico, ottenuto da oli vegetali attraverso un processo di ossidazione chimica. Si tratta di sostanze derivate da fonti rinnovabili, già disponibili da decenni e valutate dal punto di vista della tossicità”.
Il lavoro del laboratorio consiste nel combinarli in modo diverso, sfruttando gli enzimi come strumenti di sintesi. Questi catalizzatori permettono un controllo molto fine della struttura molecolare, maggiore selettività e processi più sostenibili rispetto a molte tecniche chimiche tradizionali. In alcuni casi non vengono usati solventi, in linea con l’idea di ridurre fin dall’inizio l’impatto del processo produttivo. Una volta ottenuti, i frammenti polimerici vengono studiati per valutarne tossicità, biodegradabilità e potenziale applicativo. Successivamente, le industrie possono testarli per comprenderne l’utilizzabilità reale e, secondo il parere il Gardossi, i dati già pubblicati sulla biodegradazione e sull’ecotossicità sono molto promettenti.
Come si diffondono le microplastiche
La verità, è che ogni cittadino contribuisce alla dispersione di microplastiche nell’ambiente tramite il proprio comportamento quotidiano, e perciò anche inconsapevolmente. Ad esempio, “le microplastiche, soprattutto quelle che si trovano nel mare, derivano fondamentalmente dal bucato”, afferma Gardossi. “Ogni volta che laviamo indumenti sintetici, in particolare capi sportivi realizzati con poliammidi o poliesteri, vengono rilasciate microfibre che entrano nelle acque di scarico”. La capacità degli impianti di depurazione di trattenerle è importante, ma il problema nasce già a monte, nella scelta, nell’uso e nella frequenza di lavaggio dei prodotti tessili.
Un’altra fonte significativa è l’usura degli pneumatici. L’attrito sull’asfalto produce polveri e frammenti che, con la pioggia, possono essere trasportati nei corsi d’acqua e infine in mare. Questi residui sono particolarmente problematici perché derivano da materiali reticolati, resistenti e non biodegradabili.
La dispersione può avvenire anche attraverso il vento: è certamente emblematico il caso del deserto di Atacama, in Cile, dove si accumulano e degradano enormi quantità di abiti legati al fast fashion; ma si possono ricercare anche esempi più vicini alla vita quotidiana, come prati sintetici, siepi finte, foglie di plastica esposte agli agenti atmosferici. Con il vento, queste particelle possono viaggiare lontano, raggiungere montagne e ghiacciai. “Per questo, quando si trovano microplastiche in ambienti apparentemente incontaminati, la spiegazione non va cercata solo in un inquinatore distante, ma anche nella somma delle scelte collettive”.
La responsabilità ecologica del cittadino
Ecco perché è giusto richiamare ognuno di noi alla responsabilità: “il cittadino ha un enorme potere nel guidare la transizione ecologica”, sostiene la ricercatrice, evidenziando la vasta gamma di possibilità a cui le persone possono optare quando comprano dei prodotti.
“Finché si continuerà a scegliere prodotti economici ma poco sostenibili, l’industria avrà meno incentivi a cambiare e la politica tenderà a proteggere il modello esistente”, ma il vento sta cominciando a cambiare grazie alle generazioni più giovani che comprano più facilmente abiti di seconda mano, sono più attenti all’impatto della dieta, riflettono sul peso ambientale delle proteine animali e mettono in discussione il modello del consumo illimitato. “Ormai tutti dicono che sono i bambini e i figli a insegnare ai genitori e ai nonni a fare la raccolta differenziata” e forse perché loro sono, in un certo senso “vittime delle scelte compiute dalle generazioni precedenti, e percepiscono con maggiore urgenza la necessità di cambiare”, sostiene Gardossi.
Dal punto di vista scientifico invece, la ricerca ha già sviluppato molte soluzioni, ma la loro applicazione dipende anche dal contesto economico, normativo e sociale. I cittadini possono accelerare o rallentare l’adozione di nuovi materiali attraverso le proprie abitudini e gli imprenditori – soprattutto italiani – “hanno colto come la sostenibilità può essere un’occasione di innovazione e di competitività”, ma non bisogna sostituire una semplificazione con un’altra: anche il cotone, ad esempio, ha un impatto ambientale e sociale, legato al consumo d’acqua, alle coltivazioni e alla produzione. La sostenibilità non riguarda solo il tipo di materiale, ma anche la quantità di ciò che consumiamo e la durata dei prodotti che scegliamo; senza contare, dal punto di vista commerciale, le politiche di supporto di cui si ha bisogno, gli incentivi, regole chiare e un mercato capace di premiare i prodotti più sostenibili.
Un passo in avanti verso la responsabilità economica è l’informazione: “etichette e certificazioni possono aiutare, ma serve una cultura del consumo più consapevole” conclude Gardossi, una cultura capace di interrogarsi non solo sulla qualità dei prodotti, ma anche sulla necessità di acquistarli e sul loro destino finale.
Approfondimento a cura di Zeno Saracino e Agata Cragnolin
____________________________________________________
Faglia Doppia è il format di approfondimento di Trieste News nato dall’idea che una notizia non abbia mai una sola chiave di lettura. Ogni articolo è scritto a quattro mani: due firme, due sensibilità, due percorsi di ricerca che convergono in un’unica analisi costruita attraverso verifica delle fonti, confronto e lettura critica dei fatti. Il nome richiama le faglie che attraversano territori, comunità e società: linee di frattura storiche, culturali, economiche e sociali spesso invisibili in superficie, ma fondamentali per comprendere ciò che accade. Da qui nasce il concetto di Faglia Doppia: osservare gli eventi nel loro sviluppo immediato e, allo stesso tempo, nelle cause profonde e nelle conseguenze che producono. La doppia firma non rappresenta soltanto una scelta editoriale, ma un metodo di lavoro. Ogni approfondimento nasce dall’incontro di punti di vista differenti che si confrontano, si verificano reciprocamente e contribuiscono a costruire una lettura più ampia e articolata della realtà. Faglia Doppia non è cronaca in tempo reale. È uno spazio dedicato all’approfondimento, al contesto e all’analisi. Un luogo editoriale in cui dati, documenti, testimonianze e interpretazioni vengono messi in relazione per offrire ai lettori strumenti utili non solo a conoscere i fatti, ma a comprenderne il significato. Perché informare significa raccontare ciò che accade. Comprendere significa andare oltre.


