07.10.2025 – 15.15 – “La mongolfiera del mare si è immersa per la terza volta” Il Giornale di Trieste descriveva così, il 3 ottobre 1953, una delle prime discese sperimentali del Batiscafo. Il “violatore degli abissi”, come lo definivano i giornali dell’epoca, Auguste Piccard, aveva già sperimentato la sua prima storica impresa: la conquista della Fossa Tirrenica, il 30 settembre 1953, a 3150 metri di profondità. Il giorno dell’impresa la stampa, assiepata sulla corvetta Fenice, assistette col cuore in gola all’immersione; poi, dopo qualche ora, “la emozionante attesa ha avuto termine alle 10.30, quando da bordo della ‘Fenice’ è stato gridato che il Trieste cominciava a riaffiorare”. Successivamente “Alle 10.40 precise sulla superficie marina si è delineata la sagoma del batiscafo. Dalla torretta sono usciti i due Piccard, che hanno salutato agitando le braccia. Sui volti era visibile la loro soddisfazione”.
La discesa dei record nella Fossa delle Marianne compiuta dal figlio Piccard e da Don Walsh, nel guscio (di acciaio, però) del Batiscafo nel 1960 non sarebbe stata possibile senza l’impresa del 1953: l’Italia aprì la strada e prima di essa la Trieste del GMA indicò la via.
Fu infatti il cantiere san Marco del CRDA a realizzare il ‘corpo’ del Batiscafo e il fecondo dialogo tra Auguste Piccard e Diego de Henrique a consentire la nascita del particolarissimo mezzo.
Dall’impresa del 1953 e ancor più dal 1960 i venti della guerra (fredda) si concentrarono nell’applicazione della tecnologia a fini civili, seppure nel confronto tra le grandi potenze: la corsa verso l’alto (lo spazio, la Luna) e verso il sotto (gli oceani, gli abissi inconoscibili). E se questa visione poi fallì con la galoppante corsa agli armamenti del 1980 di Reagan e lo sfacelo dell’Unione Sovietica, il Batiscafo Trieste rimane esempio vivo di una tecnica “per la pace”, Henriquez docet.
Il futuro del Batiscafo, l’intervista ad Enrico Halupca
di Aurora Cauter
“Il batiscafo è la coincidenza tra due sogni”: è stato definito così il ‘Trieste’ dallo storico triestino Enrico Halupca, riferendosi al Batiscafo Trieste come il progetto condiviso tra il collezionista triestino Henriquez e il fisico svizzero Auguste Piccard e suo figlio Jacques. La figura di Enrico Halupca e il suo lavoro di ricerca hanno spinto la città verso la realizzazione di questo nuovo progetto.
Com’è nata l’idea di costruire una replica del Batiscafo Trieste?
Tutto parte nel 2019 quando è stato pubblicato ‘Il Trieste‘, un’inchiesta storica sulla nascita del Batiscafo nel secondo dopoguerra. Durante la presentazione del libro si è parlato di come sarebbe stato bello far rivivere la storia del Batiscafo a Trieste. Da quel momento varie persone si sono impegnate nella realizzazione dell’idea: oltre al Comune di Trieste che ha trovato gli sponsor, hanno partecipato tra i più anche il gruppo Mare Nordest e l’editore della Italo Svevo Alberto Gaffi, che ha preso contatti con Washington. La replica del batiscafo inoltre non si sarebbe fatta senza la determinazione e lungimiranza dell’assessore Giorgio Rossi che ha saputo trovare sponsor e coordinare un progetto così ambizioso.
Dove si trova ora il vero Batiscafo Trieste?
Per vedere l’imbarcazione originale bisognerebbe viaggiare oltreoceano, fino al Museo Nazionale della US Navy, a Washington. La riproduzione che troviamo in Piazza Unità rappresenta il Batiscafo italo-svizzero del 1953. Una volta finite le esplorazioni record nel Golfo di Napoli è rimasto per sette anni inutilizzato: mancavano i fondi per portare avanti le esplorazioni. Gli americani negli anni ’50 si interessarono al progetto e sponsorizzarono nel 1957 delle immersioni, sempre in Italia. Riconoscendo la portata della struttura, gli americani hanno visto nel batiscafo un uso anche militare: da qui la decisione della Marina di comprare il mezzo. Venne poi portato a San Diego in California, dove venne modificato per ampliarne le capacità.
La connessione Piccard-Henriquez
Quale filosofia si nasconde dietro il progetto dell’imbarcazione originale?
Il Batiscafo Trieste nasce veramente da un sogno, quello che Auguste Piccard stava per abbandonare. Il figlio Jacques deciderà di prendere in mano il progetto, coronando il sogno di essere il primo uomo della storia ad andare nella stratosfera e raggiungere il fondale abissale. La stessa ambizione venne condivisa dal triestino Diego de Henriquez, che propose di costruire il Batiscafo a Trieste con capitali triestini. Questo progetto costituisce un’idea di tecnologia etica, dove l’ingegno umano non è più basato solo sulla distruzione, ma può essere utilizzato per costruire eccellenze.
Che legame c’è tra il Museo della Guerra per la Pace, Diego Henriquez e il Batiscafo Trieste?
C’è un’altra lancia da spezzare in favore del Batiscafo Trieste: ci dà la possibilità di reinterpretare il pensiero pacifista di Henriquez. La sua collezione bellica, esposta in un Museo che sembra parlare più di guerra che di pace, ora potrà vantare un’eccellenza tecnologica che fu capace di opporre un’alternativa al nichilismo autodistruttivo della Guerra Fredda del Novecento.
Nell’Hangar numero 8 si sta adesso preparando uno spazio per esporre la copia in maniera adeguata. Sarà questa l’attrattiva per rilanciare il Museo a livello internazionale e creare un polo espositivo che riprenda il vero messaggio pacifista di Henriquez. In quest’ottica sarà necessario uno studio biografico più approfondito sul personaggio.
Le caratteristiche della replica
Ma oltre all’originale e alla nostra copia, esistono altre riproduzioni del Trieste?
Non molte in realtà. Una rappresentazione del Batiscafo del 1960 è esposta al Museo Hydropolis in Polonia, è una ricostruzione di circa 10 anni fa. Esiste poi una cabina sferica pressurizzata a Monaco al Museo Oceanografico. Queste copie però rappresentano il Batiscafo modificato dagli americani, mentre quella a Trieste fa vedere il batiscafo italo-svizzero del 1953: è l’unica in Europa che è fedele all’opera originaria.
Quanto lavoro si trova dietro un progetto del genere?
Tra progetti, studi, finanziamenti, ricostruzioni storiche, ad essere impegnate nel progetto sono decine e decine di menti. Il giorno in cui il batiscafo è entrato in Piazza Unità, ho scritto per ringraziare i collaboratori in una lunga lista: si rende così palese la natura poliedrica della fortuna del Batiscafo Trieste. Il ‘doppio sogno diventato realtà’ è stato raccontato dai testimoni dell’epoca, tra cui il signor Cosimo Cosenza e quelli di Castellammare di Stabia Antonio Ferrara e di Ponza, il dottor Isidoro Feola.
Bolle in pentola anche un docufilm sul batiscafo del regista Massimiliano Finazzer Flory, mentre è già stato messo in scena dal Teatro La Barcaccia ‘L’alabarda in fondo al mare – la vera storia del Batiscafo Trieste‘. Ci sarà anche una novità in libreria: sta per uscire il libro illustrato per ragazzi ‘La straordinaria avventura del Batiscafo Trieste – una scienza che vola alto‘, un progetto mio e di mia moglie Iris Zocchelli.
Ci sono stati dei problemi durante la progettazione e la costruzione della replica?
La difficoltà maggiore è stata trovare i disegni costruttivi, che erano nascosti negli archivi, alcuni inaccessibili, altri andati perduti. Il grosso dei disegni – qualche centinaia – li ho trovati al Museo di Nyon in Svizzera, dove è conservato il fondo Piccard.
La nostra sfida infatti era quella di proporre un batiscafo che effettivamente non esiste più, quello del 1953 costruito come volevano Henriquez e Piccard.
[z.s.]


