Registrare l’esistenza. I corti di Mattia Biondi al ShorTS IFF tra archivio e arte visiva

1 luglio 2026 – ore 11:00 – Esci con un cellulare, una videocamera, e registra le cose. I palazzi, le persone, i loro gesti. Lascia che sia il flusso dell’esistenza a decidere chi sarà protagonista. Così nasce il cinema di Mattia Biondi, filmmaker e artista che quest’anno partecipa allo ShorTS International Film Festival con due corti: Breve storia del non arrivo, già proiettato il 27 giugno e Dentro il quadrato, in programma il 3 luglio presso il Giardino Pubblico. Due opere diverse, ma accomunate dall’assenza di attori e sceneggiature lineari, nate dalla stessa filosofia creativa: “Il mio approccio alla creazione è sempre lo stesso” racconta infatti Biondi. “Non filmo mai in funzione di una finalità specifica o seguendo una pianificazione. Registro il quotidiano, lo archivio e, solo quando decido di strutturare un’opera, inizio a comporre. Cerco accostamenti inconsueti tra le inquadrature catturate, ibridandole spesso con sequenze di repertorio”.

Ne risultano, dunque, due opere inserite in altrettante linee di sperimentazione. “Breve storia del non arrivo appartiene a Serratissimi, un ciclo di lavori della durata massima di un minuto” spiega l’artista, mentre “Dentro il quadrato costituisce invece il primo capitolo di Tablòidi, progetto che raccoglie film brevi racchiusi in un formato perfettamente quadrato”. Come già detto, i corti si avvicinano tra loro per suggestioni e modalità concrete di realizzazione, ma la differenza risiede nel “vincolo artistico scelto per distinguere le due categorie, un limite che stimola il processo creativo e argina le scorribande dell’io”.

frame del corto Breve storia del non arrivo di Mattia Biondi
frame del corto Breve storia del non arrivo di Mattia Biondi

Mattia Biondi è di certo un uomo che ama cercare i significati profondi anche nelle cose piccole, strafigurando il proprio vissuto “attraverso sconfinamenti e divagazioni”, per poi parlare attraverso il montaggio. Parlare di cosa? Come lui dice, nei suoi film “tutto si risolve nella forma. È quando si ha la consapevolezza che in fondo non c’è niente da dire che le cose iniziano a diventare interessanti”. Allora forse l’essenzialità del risultato, “la riduzione al suo nucleo più denso”, si allarga anche semplicità dei mezzi tecnici e alla ristrettezza di collaboratori: Biondi ha infatti fondato il Piccolo Cinema Ovale, realtà produttiva in cui lui e sua moglie Giulia – anche “interprete, musa o coautrice” – sperimentano e fanno collidere “universi estetici differenti”. Ritorna quindi l’attenzione verso le potenzialità del linguaggio, anziché alla trama: per questo è opportuno accostarsi alle opere di Biondi essendo disposti all’ascolto, a “una temporanea sospensione dell’aspettativa narrativa”.

“Chi si accosta ai miei lavori” spiega, “deve accettare che la lacuna o il frammento non sono difetti o cedimenti del racconto, ma lo spazio stesso in cui il film accade. Cerco una complicità percettiva, la libertà di abitare l’immagine senza l’ansia di decodificare un messaggio prestabilito”.

frame del corto Dentro il quadrato di Mattia Biondi
frame del corto Dentro il quadrato di Mattia Biondi

Il pubblico triestino ha già avuto modo di conoscere l’arte e lo stile di Biondi, avendo partecipato al festival di due anni fa con un corto intitolato Questa disperazione di Piero. “Il film è incentrato su una conversazione radiofonica, avvenuta negli anni Settanta, tra il poeta Bruno Vilar e il cantautore Piero Ciampi. Uno scambio imprevisto che, decontestualizzato e accostato a immagini altre, si trasforma nel pretesto per una riflessione su nodi di natura esistenziale”.

Con i due corti presentati all’edizione di quest’anno, Biondi continua a riconoscere l’importanza dei festival, anche se la sua partecipazione è il risultato di una lunga meditazione sulle modalità di diffusione più adeguate per i suoi film. “Ogni opera richiede una riflessione specifica” e in questo caso ShorTS emerge forse come una realtà in cui è ancora possibile fare “veri incontri con opere e autori”, grazie alle varie categorie e agli incontri collaterali con i registi; nonostante, a detta dell’artista, “il panorama festivaliero sia profondamente cambiato rispetto al passato” e molte delle sezioni “aperte alla sperimentazione siano state smantellate, travolte dall’egemonia schiacciante del mainstream”. Le logiche di mercato non fermano però Biondi, che lascia ad altri “bandi, i pitch, le richieste di finanziamento e le mediazioni industriali” continuando piuttosto a esprimersi attraverso un percorso già tracciato, con l’obiettivo di “progettare lavori capaci di resistere nel tempo”.

Articolo di Agata Cragnolin

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