E il laboratorio di Wuhan? Ci crede Trump, ma non la CIA. Fra virus e 5G, duro colpo alle teorie di complotto

01.05.2020 – 20.10 – Donald Trump ha detto anche oggi alla stampa di avere ‘prove certe’ (non ha specificato quali) del fatto che il Coronavirus Sars-CoV2, protagonista di quella che si prospetta come la più grave crisi economica dall’inizio del Novecento per gli Stati Uniti ma anche per l’Italia, sia stato creato nell’ormai famigerato laboratorio di Wuhan; le nuove affermazioni di oggi del presidente degli Stati Uniti potrebbero però anche essere le ultime sull’argomento, in quanto, in una delle rarissime dichiarazioni pubbliche che il servizio rilascia, il direttore della National Intelligence statunitense, responsabile per tutti i servizi segreti, già ieri aveva affermato di “concordare con la comunità scientifica internazionale” che considera naturali le origini della malattia Covid-19. I servizi segreti statunitensi “continueranno a esaminare con rigore le informazioni che emergeranno, per determinare se l’epidemia è iniziata attraverso animali infetti o se sia stata il risultato di un incidente al laboratorio di Wuhan”, ma per ora la strada è di nuovo sgombra da dubbi, e dopo questa chiara risposta dei servizi segreti, sia le teorie di complotto (ce ne sono state sia di americane, che di cinesi, l’una contro l’altra) che le idee di Trump subiscono un duro colpo. Niente arma biologica, e se lo dicono tutti i servizi segreti assieme, è difficile smentirli.

Il laboratorio biologico cinese di Livello 4 dove si studiano agenti patogeni molto pericolosi è stato al centro delle teorie di cospirazione fin dall’inizio: come si è già detto esiste davvero, ed è uno dei più sofisticati e sicuri al mondo. Se l’errore umano non può mai essere escluso del tutto, però, le precauzioni in essere sono talmente tante da rendere la possibilità di incidente estremamente remote, e anche se questo incidente dovesse verificarsi, il rischio di diffusione ancora più lontano: i ricercatori impegnati in questi laboratori devono passare ogni giorno un numero elevato di controlli molto rigorosi. L’idea che il virus possa semplicemente uscire dalla finestra dopo la rottura della classica fiala di vetro è stata resa popolare da film e videogiochi; per tornare alla realtà, però, basta ricordare che furono proprio controlli (diversi in natura, ma fatti con un metodo analogo) rigorosi del personale in ingresso e in uscita a permettere al mondo di accorgersi della catastrofe di Chernobyl, e si era nel 1986. Se proprio vogliamo rilassarci con un po’ di fiction, molto più accurato, e per certi versi tranquillizzante in questo contesto, è Hot Zone, uscito l’anno scorso, che attraverso la protagonista Nancy Jaax, scienziata realmente esistente (impersonata da Julianna Margulies), racconta di un rischio virus occorso sulla fine degli anni Ottanta proprio negli Stati Uniti.

Il laboratorio dei Coronavirus, ovvero l’istituto di virologia di Wuhan, è stato certificato BSL-4 (livello di sicurezza altissimo) nel 2017 ed è uno di più di 40 al mondo fra già operativi o di pianificata realizzazione che si occupano di questo tipo di ricerca: parliamo quindi di Ebola, della febbre emorragica virale Lassa (da 300 a 500mila casi in Africa occidentale ogni anno, con cinquemila morti), di quella del Congo e di altri microorganismi con cui non vorremmo entrare in contatto. Per arrivare ai virus, custoditi in frigorifero, sui quali devono svolgere le loro ricerche, gli operatori del laboratorio devono indossare dispositivi di sicurezza individuali particolari ermeticamente sigillati sopra indumenti a doppio strato e casco con respirazione autonoma da bombola d’ossigeno, e attraversare una serie di porte anch’esse ermetiche che separano locali ciascuno con pressione atmosferica controllata, in un percorso studiato per fare in modo che l’aria soffi sempre dalla zona con livello di rischio minore (quella esterna) verso quella con rischio maggiore (interna), rendendo impossibile la trasmissione aerea; all’uscita, ci si lava sotto docce chimiche prima di togliere gli indumenti e i guanti, viene controllata la temperatura corporea e gli esami del sangue vengono fatti frequentemente e su base regolare. Una vita complicata, ma è l’unico modo per farlo. L’aria di tutte le zone è filtrata attraverso circuiti separati l’uno dall’altro; quello che viene gettato via (dall’acqua usata per i lavaggi agli indumenti, agli animali da laboratorio) subisce un processo di sterilizzazione ad alta pressione e se è necessario viene incenerito.
Si può sbagliare? Come si è detto, nulla che l’uomo faccia è sicuro al cento per cento, e nel dicembre 2014, negli Stati Uniti, ci fu un caso in cui il virus Ebola venne per errore trasportato dalla zona di Livello 4 a quella di Livello 2: un grosso rischio. L’errore venne però scoperto e risolto in tempo. E gli errori, negli ultimi dieci anni, sono aumentati in numero: è un po’ come andare in aereo, l’aereo è di gran lunga il mezzo più sicuro in assoluto ma più aerei girano, più il numero di incidenti, anche mortali, aumenta: su questi incidenti biologici l’errore umano è risultato pesare fino al 79 per cento secondo dati federali statunitensi e dei National Institutes of Health. Nessuno di questi incidenti, però, ha coinvolto laboratori di Livello 4, e si è trattato di errori non sistematici, ma di singolarità che hanno una bassissima probabilità di ripetersi soprattutto dopo la revisione dei processi che avevano consentito l’errore stesso e con un’automatizzazione via via più spinta e frequente.

A proposito di complotti, anche per le teorie di cospirazione 5G non ci sono buone notizie. Nell’ultima fase complottista molto era partito, per quanto riguarda l’Italia, da riferimenti ambigui pubblicati a metà marzo da Gunter Paoli, raccomandato negli anni scorsi da Beppe Grillo come economista e scrittore di riferimento, e accolto poi l’anno scorso da Luigi Di Maio al ministero degli Esteri nonché ospite d’eccezione a “Io sono futuro”, evento organizzato lo scorso ottobre dal Movimento 5 Stelle a Napoli. In marzo, Paoli aveva affiancato il premier Conte come consigliere economico, e aveva scritto: “La scienza deve dimostrare e spiegare causa ed effetto. Tuttavia la scienza osserva innanzitutto le correlazioni: fenomeni apparentemente associati. Applichiamo la logica scientifica. Qual è stata la prima città al mondo coperta dal 5G? Wuhan! Qual è la prima regione europea del 5G? Nord Italia”.
Si è detto che alla teoria di Wuhan non crede più neanche la CIA; per quanto riguarda il 5G, la ICNIRP, commissione internazionale di studio sulle radiazioni non ionizzanti, basata in Germania e che ha il compito di valutare e verificare i rischi portati dalla radiofrequenza, ha ricordato che le trasmissioni nelle bande sopra ai 6 Gigahertz interagiscono con i tessuti organici dissipando molta energia e penetrando molto meno delle altre; gli studi si orienteranno quindi, anche in risposta alle mozioni di gruppi di scienziati, proprio sull’assorbimento piuttosto che sulla sola esposizione come fatto fino ad ora. Sottolineando, come ha riportato ICNIRP, che i limiti imposti nel 1998 sono tuttora sicuri: non c’è alcuna prova scientifica che l’uso del 5G, sigla identifica la tecnologia nel suo complesso (dai cavi al software) e non le sole bande di trasmissione radio, sia pericoloso per la salute umana, soprattutto considerate le basse potenze utilizzate. Per i complotti, servirà ora qualcosa di nuovo; il prossimo ad alimentare il fuoco dei Social Network non potrà essere, temiamo, che il vaccino contro il Coronavirus, quando arriverà.

[r.s.]

Roberto Srelz
Roberto Srelzhttps://trieste.news
Giornalista iscritto all'Ordine del Friuli Venezia Giulia

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