11 maggio 2026 – ore 06:30 – Raffigurare un assessore regionale, due giornalisti e un senatore della Repubblica a testa in giù, evocando Piazzale Loreto, non è antifascismo. È pornografia politica travestita da militanza. Nella locandina dell’“Assemblea contro i nuovi e vecchi fascismi” compaiono Fabio Scoccimarro, Fausto Biloslavo, Gian Micalessin e Roberto Menia: figure pubbliche appese simbolicamente al muro della guerra civile italiana, dentro un immaginario che richiama l’umiliazione del nemico sconfitto, il corpo esposto, il regolamento di conti definitivo. E il dato più impressionante non è nemmeno la locandina. Il dato impressionante è il silenzio. Il silenzio di chi normalmente occupa televisioni, giornali e social per spiegare quanto sia pericoloso il linguaggio d’odio. Il silenzio dei professionisti permanenti dell’indignazione civile. Il silenzio di pezzi della politica e dell’associazionismo che riescono a individuare il “clima violento” perfino in un pronome sbagliato, ma improvvisamente perdono la voce davanti a quattro persone rappresentate secondo l’estetica simbolica dell’eliminazione politica.
Se in quella locandina ci fossero stati un assessore democratico, un cronista di un quotidiano amico e un parlamentare della sinistra raffigurati a testa in giù, quante conferenze stampa avremmo visto entro sera? Quanti editoriali? Quanti appelli? Quanti sit-in? Quanti allarmi democratici? Qui invece niente. O peggio: imbarazzate giustificazioni accademiche sul “contesto antifascista”. Ed è precisamente questo il punto politico più disgustoso della vicenda: l’idea che esistano bersagli per cui la violenza simbolica sia tollerabile. Naturalmente tutto questo arriva dopo un comunicato delirante costruito come un processo di Norimberga in formato volantino universitario. Un testo dove Almerigo Grilz smette di essere una figura storica e diventa il centro mistico di una teoria totalizzante: dai NAR a Fratelli d’Italia, dalla RENAMO ai premi giornalistici, dai film finanziati dallo Stato fino alle “leggi liberticide”. Tutto collegato. Tutto organico. Tutto prova tutto. Il vecchio trucco della propaganda militante: accostare parole tossiche finché il lettore non smette di ragionare e comincia semplicemente a reagire.
“Suprematismo”. “Rito fascista”. “Revisionismo”. “Neofascismo dilagante”. “Saluti nazisti”. E poi il passaggio finale, inevitabile: il nemico va esposto. A testa in giù. Il tutto dentro un’aula universitaria. E qui la questione smette di essere soltanto politica e diventa istituzionale. Davvero l’Università di Trieste ritiene normale ospitare un’iniziativa accompagnata da una comunicazione visiva di questo livello? Davvero un’aula pubblica può diventare il luogo di un’assemblea promossa con immagini che evocano la soppressione simbolica dell’avversario? Sono domande che l’ateneo non potrà fingere di non aver sentito. Perché l’università dovrebbe essere il luogo del conflitto democratico, non della radicalizzazione caricaturale. E invece negli ultimi anni una parte del mondo universitario sembra oscillare continuamente tra attivismo politico e irresponsabilità morale, salvo poi invocare immediatamente protezione istituzionale quando il linguaggio dell’odio colpisce dalla parte opposta. Anche qui: due pesi, due misure.
Fabio Scoccimarro ha annunciato possibili azioni legali. Fausto Biloslavo e Gian Micalessin sono giornalisti che hanno raccontato guerre vere, non assemblee studentesche con grafica da tribunale rivoluzionario. Roberto Menia è un parlamentare della Repubblica. Si possono contestare tutti. Si possono criticare tutti. Si possono combattere politicamente tutti. Ma rappresentarli simbolicamente come corpi da appendere è un’altra cosa. Ed è impressionante che nel 2026 una parte dell’autoproclamato fronte democratico non riesca più a capire la differenza. O forse la capisce benissimo. E semplicemente considera alcuni avversari meno degni degli altri perfino della solidarietà democratica minima.
L’editoriale è di Francesco Viviani


