Ciao, Giorgio. Quando gli assessori consumavano le scarpe

11 luglio 2026 – ore 21:00 – Alla fine si è fermato. Ed è forse questa la notizia più difficile da accettare. Perché Giorgio Rossi, per Trieste, era uno di quegli uomini che sembravano destinati a esserci sempre. Una mostra da inaugurare, un concerto, la presentazione di un libro, una conferenza stampa, una cerimonia. Se la città aveva qualcosa da raccontare, lui c’era. Non per obbligo istituzionale, ma per convinzione. In un tempo in cui la politica misura il proprio peso con le visualizzazioni e i “mi piace”, Rossi apparteneva a un’altra scuola. Quella di chi riteneva che un assessore dovesse consumare le suole delle scarpe più che le tastiere dei telefoni. La presenza era il suo linguaggio. Il lavoro, il suo biglietto da visita. Per questo definirlo semplicemente il “braccio destro” di Roberto Dipiazza è corretto, ma non sufficiente. Lo è stato, certamente. Per anni è stato il collaboratore più fidato del sindaco, uno dei pochi in grado di interpretarne il pensiero quasi senza bisogno di parole. Ma Giorgio Rossi era anche altro. Era uno dei depositari della memoria amministrativa di Trieste, un uomo che conosceva il Palazzo, i suoi equilibri e le sue dinamiche come pochi. La sua forza non era soltanto l’esperienza. Era l’intelligenza politica. Quella vera. Quella che non si insegna nei corsi di comunicazione e non si costruisce davanti a una telecamera. Aveva la capacità di capire dove stesse andando una discussione prima ancora che gli altri ne cogliessero la direzione. Sapeva leggere le persone prima ancora delle posizioni politiche. Era un uomo di mestiere. E il mestiere, nella politica come nel giornalismo, continua a essere una delle qualità più sottovalutate. Aveva anche una qualità sempre più rara nella vita pubblica: il coraggio delle verità scomode. Non lo faceva per provocare, ma perché riteneva che la politica dovesse partire dalla realtà, non dalla convenienza. Lo dimostrò anche quando ricopriva la delega allo Sport, ricordando pubblicamente che le società sportive rappresentano un patrimonio fondamentale per la crescita sociale, educativa e aggregativa di una comunità, ma che, al tempo stesso, sono realtà che perseguono anche legittime finalità economiche e gestionali. Un’affermazione che suscitò discussioni, ma che rifletteva il suo modo di amministrare: riconoscere il valore delle cose senza rinunciare a guardarle con lucidità, anche quando questo significava esporsi a critiche.

Negli ultimi anni aveva anche smesso di cercare mediazioni a tutti i costi. Quando riteneva una scelta sbagliata, lo diceva. Senza alzare inutilmente la voce, ma senza nemmeno nascondersi dietro formule diplomatiche. L’esperienza gli aveva regalato una libertà che pochi amministratori riescono a conquistare: quella di non dover dimostrare più nulla a nessuno. Prima della politica c’era stato il lavoro. L’impresa edilizia. I cantieri. Le responsabilità di chi sa che ogni decisione ha un costo e ogni errore presenta il conto. Fu proprio quell’esperienza, maturata sul campo, a portarlo nel 2001 a ricevere da Roberto Dipiazza una delle deleghe più impegnative, quella ai Lavori pubblici. Non era una scelta casuale: conosceva il valore della programmazione, il peso delle responsabilità e la differenza tra annunciare un’opera e riuscire davvero a realizzarla. Forse è lì che aveva imparato il pragmatismo che lo avrebbe accompagnato anche nell’attività amministrativa. Le idee gli piacevano, ma ancora di più gli piaceva vederle trasformarsi in cantieri aperti e opere concluse. Le sue origini istriane emergevano senza bisogno di essere dichiarate. Erano nel carattere. Nella schiettezza, nella concretezza, in quella ruvidità che qualcuno scambiava per durezza e che, invece, era soltanto sincerità. Non cercava di piacere a tutti. Cercava di essere sé stesso. E proprio per questo finiva quasi sempre per conquistare il rispetto anche di chi non la pensava come lui. Aveva qualcosa della Trieste raccontata da Umberto Saba. Non la Trieste monumentale o da cartolina, ma quella degli uomini veri. Quelli che parlano poco, lavorano molto e preferiscono un gesto sincero a un discorso costruito. Una città concreta, laboriosa, ironica, capace di alternare una battuta pungente a una stretta di mano. La cultura, per lui, non era una parola elegante da inserire in un programma elettorale. Era qualcosa di vivo. Lo si capiva osservandolo durante una mostra, parlando con un artista o seguendo una presentazione. Non aveva l’atteggiamento di chi presenzia. Aveva quello di chi partecipa.

L’ultima volta che ci siamo incontrati è stata all’inaugurazione della mostra fotografica di George Tatge in Porto Vecchio che, ironia della sorte, termina domani. Negli ultimi tempi ci vedevamo meno spesso, anche perché il mio lavoro mi porta con minore frequenza alle conferenze stampa e agli appuntamenti istituzionali. Eppure bastarono pochi minuti per ritrovare la consueta naturalezza del confronto. C’è un’immagine che porto con me. Alla fine della visita volle che George Tatge autografasse il catalogo della mostra e chiese che alcune copie firmate fossero donate anche ai giornalisti presenti. Potrà sembrare un dettaglio marginale. Non lo è. Raccontava il suo modo di intendere la cultura: qualcosa da condividere, non da esibire. Qualche mese prima aveva letto un mio articolo sul toto-sindaco. Mi cercò per dirmi che lo aveva apprezzato. Non era un complimento di circostanza. Era il riconoscimento di un lavoro. Giorgio Rossi apparteneva a quella generazione di politici che sapeva distinguere una critica onesta da una polemica gratuita e che considerava il confronto con la stampa parte integrante della vita pubblica. L’ultima fotografia che conserverò, però, è quella di Capodanno. Piazza Unità piena, la musica, la città in festa, con i suoi amati alberi di Natale, frutto di una sua intuizione che negli anni è diventata uno dei simboli delle festività triestine. E lui lì, in mezzo ai triestini, a ballare. Senza preoccuparsi di apparire. Senza cercare l’obiettivo di una telecamera. Semplicemente presente. Come era stato per tutta la sua vita. Oggi la politica è diversa. Più veloce, più spettacolare, più attenta alla comunicazione che alla relazione. È il corso naturale delle cose. Ma insieme a Giorgio Rossi se ne va anche una generazione di amministratori che aveva imparato il mestiere parlando con le persone, frequentando i quartieri, conoscendo associazioni, artisti, commercianti e volontari per nome. Le città non ricordano soltanto le grandi opere. Ricordano anche i volti che le hanno accompagnate giorno dopo giorno. Giorgio Rossi è stato uno di quei volti. Non perfetto, perché nessun amministratore lo è. Ma autentico. E l’autenticità, in politica, è forse la qualità più rara di tutte. Da domani Trieste continuerà il suo cammino. Cambieranno gli assessori, cambieranno le maggioranze, cambieranno i linguaggi. Ma entrando alla prossima inaugurazione, qualcuno si sorprenderà ancora a cercare con lo sguardo quella figura discreta, sempre in giacca, pronta a stringere una mano, a scambiare una parola, a interessarsi davvero a ciò che aveva davanti. Perché, prima ancora che un assessore, Giorgio Rossi è stato un uomo che ha fatto del lavoro la propria cifra e della presenza il proprio modo di servire la città. E sono proprio uomini così, spesso, quelli di cui ci si accorge davvero soltanto quando non ci sono più.

L’editoriale è di Francesco Viviani

Addio a Giorgio Rossi, assessore alla Cultura e storico uomo di fiducia di Dipiazza

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