Emergenza abitativa: perché “Centomila nuovi alloggi” non è la soluzione ideale

20 aprile 2026 – ore 16:00 – Lo Stato e le sue articolazioni territoriali, i Comuni, hanno ampiamente dimostrato di non essere in grado di gestire i cosiddetti “alloggi popolari” dell’edilizia residenziale pubblica: non sono neppure in grado di mappare l’esatto numero di alloggi esistenti, non conoscono in dettaglio il numero degli occupanti, non riescono a garantirne la manutenzione e i relativi oneri sono fuori controllo. Le case popolari sono divenute il simbolo del degrado, dell’inefficienza e dell’incapacità di gestire gli immobili pubblici. Meglio dismetterle: sono soggette a occupazioni illegali (il Comune non conosce neppure chi siano i reali occupanti), fatte oggetto di scambio con chi non ne ha diritto, divenute luoghi di attività illecite e di soprusi, prive di manutenzione, lasciate al disfacimento e all’incuria, fonte di costi abnormi, malversazioni e corruzione. Contribuiscono inoltre alla creazione di ghetti che attirano microcriminalità e generano disagio per i residenti. Esiste una soluzione alternativa che potrebbe apparire controintuitiva.

In Italia una casa su quattro è sfitta: circa 9,5 milioni di abitazioni. Per incentivare i proprietari a metterle sul mercato è necessario rimuovere i rischi derivanti dai vincoli normativi su durata e canone, nonché dalla mancanza di tutela in caso di mancato rispetto del contratto di affitto per morosità o altre cause. Infatti, in Italia una procedura di sfratto può durare diversi anni e spesso non si viene risarciti per i canoni non pagati, per gli oneri condominiali insoluti né per eventuali danni arrecati all’immobile. Un primo passo per liberare queste abitazioni e immetterle sul mercato è dunque liberalizzare gli affitti, sia nella durata sia nel canone, e garantire ai proprietari la pronta esecuzione degli sfratti, affidandola a società o agenzie esterne dotate di requisiti certificati e convenzionate con lo Stato, in grado di intervenire nell’arco di pochi giorni. L’immissione di migliaia di case sul mercato determinerebbe una riduzione dei canoni di locazione, consentendo anche alle fasce meno abbienti di accedervi con maggiore facilità.

Accanto alla liberalizzazione del mercato degli affitti e alle maggiori garanzie per i proprietari, è necessario prevedere un sostegno per chi si trova sotto la soglia di sussistenza. Occorre quindi prendere spunto dall’emergenza abitativa per razionalizzare i sussidi, attraverso la creazione di un unico aiuto per gli indigenti, distinto tra inabili e abili al lavoro.

  1. Per gli inabili al lavoro, l’aiuto dovrà essere erogato finché permane la condizione di inabilità e in presenza di una situazione reddituale e patrimoniale che non consenta la sussistenza.
  2. Per gli abili al lavoro, l’erogazione dell’aiuto sarà subordinata alla stipula di una convenzione con cui il beneficiario accetta eventuali offerte di lavoro provenienti dalle imprese, fino all’eventuale assunzione. A tal fine dovrà essere istituita una banca dati dei percettori di sussidi, da cui le imprese potranno attingere, beneficiando per un determinato periodo di una riduzione del costo del lavoro pari all’importo dell’aiuto.

Un modello analogo (Hartz IV) ha avuto successo in Germania e prevede la destinazione di una quota del sussidio al pagamento dell’affitto nel libero mercato immobiliare, garantendo al proprietario che, in caso di perdita dei requisiti da parte del beneficiario, quest’ultimo provveda autonomamente al pagamento o lasci l’immobile, con la possibilità di attivare una procedura di sfratto rapida ed efficace. Questo sistema evita la creazione di ghetti caratterizzati da occupazioni abusive di immobili pubblici, poiché i beneficiari si distribuiscono in diverse aree urbane. Inoltre, facilita la mobilità territoriale legata alle opportunità di lavoro sull’intero territorio nazionale e garantisce l’accesso ad alloggi efficienti e funzionanti, senza il rischio di occupazioni abusive né lunghe attese in graduatoria.

Il Comune o lo Stato risparmierebbero milioni di euro, adempiendo alla propria funzione in modo più efficiente. In caso di perdita dei requisiti, non sarebbe più necessario procedere agli sfratti, ma semplicemente cessare l’erogazione del contributo. In conclusione, l’esperienza dimostra che la creazione di complessi apparati per erogare beni in natura, come gli alloggi popolari, espone le amministrazioni pubbliche a maggiori rischi di inefficienza, inefficacia e malversazione. Risulta invece più semplice gestire un aiuto in denaro, pur soggetto a requisiti rigorosi (cittadinanza, comprovata indigenza, accettazione delle offerte di lavoro, pena la perdita del beneficio). Lo sosteneva anche il grande economista liberale Milton Friedman, premio Nobel per l’economia, convinto della necessità di sostituire gli aiuti in natura (buoni pasto, edilizia popolare, assistenza sanitaria specifica, ecc.) con trasferimenti monetari diretti. Il suo ragionamento si fondava sui principi del libero mercato e della libertà individuale:

Libertà di scelta e dignità: i beneficiari conoscono meglio di qualsiasi burocrate le proprie necessità. Il denaro consente di allocare le risorse in modo autonomo e dignitoso.

Contrasto allo spreco burocratico: gli aiuti in natura generano strutture amministrative complesse e costose, riducendo il valore effettivo del beneficio.

Negative Income Tax (imposta negativa sul reddito): nel libro “Capitalism and Freedom” (1962), Friedman proponeva di sostituire l’intero sistema assistenziale con un meccanismo in cui, sotto una certa soglia di reddito, lo Stato eroga un sussidio, garantendo un livello minimo senza le inefficienze dei programmi tradizionali.

Efficienza: il denaro è fungibile e consente un utilizzo più efficiente rispetto a beni specifici imposti dall’alto, che potrebbero non rispondere ai reali bisogni.

In sintesi, per Friedman l’obiettivo era sostenere i più deboli ampliando la loro libertà di scelta, non limitandola attraverso forme di assistenzialismo in natura.

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Elena Vigliano

Economista d’impresa, si è laureata in Economia e Commercio presso l’Università “La Sapienza” di Roma; in seguito si è specializzata nella consulenza fiscale, societaria e del lavoro, vantando una pluriennale esperienza nel supporto strategico alle imprese. Grazie a un percorso formativo internazionale, con studi in scuole americane e inglesi e periodi di vita all’estero, anche in Africa, ha sviluppato una visione globale e una profonda comprensione delle dinamiche economiche e culturali. Come economista d’impresa, applica conoscenze teoriche e pratiche per guidare le aziende nella gestione efficiente, nella pianificazione strategica e nella creazione di valore, con particolare attenzione agli aspetti fiscali e normativi. Attualmente presiede “Liberimpresa”, associazione dedicata alla promozione del pensiero e della cultura liberale in Italia e all’estero, con l’obiettivo di dimostrare che le politiche assistenziali e lo statalismo rischiano di soffocare l’iniziativa individuale, la competitività e l’efficiente allocazione delle risorse, mentre è necessario promuovere soluzioni basate sulla concorrenza e sulla sussidiarietà.

Articolo di Elena Vigliano

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