Caldo, clima e povertà energetica. I nemici di oggi e del futuro.

20.08.2019 – 15.27 – Caldo, fa caldo, anche quest’anno, come l’anno scorso. Oltre trenta gradi fino a venerdì; poi pioggia, anche forte, e sempre 30 gradi; fino a quando non si sa ancora, la meteorologia ha fatto passi da gigante eppure rimane talmente complessa da non essere ancora una scienza esatta. Un altro anno trascorso senza sensibili cambiamenti culturali. I nemici del futuro prossimo venturo, inteso come prossimi venti, massimo trent’anni – c’è chi dice meno, e gli crediamo – saranno due: il caldo e la pioggia. Il caldo, infatti, con le sue conseguenze dirette di desertificazione e carestia, alle quali potremmo aggiungere la derivante migrazione dei popoli, si avvia a diventare la prima causa di morte per cause climatiche; le piogge, le alluvioni e le catastrofi naturali dovute all’imprevedibilità e alla violenza degli eventi atmosferici seguiranno, se non subito dopo, a poca distanza. Le morti stimate come causate da inquinamento atmosferico, nel solo 2015, sono state stimate in quasi tre milioni. I responsabili principali? Il carbone, e i combustibili fossili, quindi l’uomo. L’obiettivo? La decarbonizzazione: da fare presto, il prima possibile, subito, e che invece segna il passo. Mentre il fabbisogno di energia cresce sempre di più, le rinnovabili non avanzano più di tanto, e del nucleare non si parla.

La povertà energetica è, per definizione, in buona sostanza una situazione nella quale una famiglia viene a trovarsi privata, per ragioni economiche, dell’accesso ai livelli base di energia dei quali ha bisogno per condurre una vita normale. Non ci siamo ancora, ma con l’aumento costante e continuo delle bollette per l’energia elettrica, il gas e ora l’acqua – composte, sia per le famiglie che per la piccola e media impresa, ormai da una metà di costi fissi, sui quali ridurre il consumo equivale quasi a fare niente – verso la povertà stiamo facendo passi da gigante. Una famiglia normale non può mettere i pannelli solari nel suo terrazzo al primo piano, accanto alla parabola della tivù; un artigiano e un contadino con un piccolo terreno non hanno un sistema per lo sfruttamento di biomasse. Quindi pagano tutto, senza via di scampo, spesso trovandosi nella surreale situazione di dover dire al gestore locale: “Se metto un tubo che scarica acqua dalla finestra a vuoto, per tutto il mese, praticamente pago quasi uguale”, e di sentirsi rispondere che ha ragione.

In Europa, a parte l’Austerity degli anni Settanta e i tempi di Suez originati da giochi su uno scacchiere politico internazionale, di povertà energetica non si era mai sentito parlare prima della crisi finanziaria del 2008. L’Unione Europea ha risposto, quasi subito, con una legislazione fatta di precise direttive che incoraggiano gli stati membri a rimodellare i piani nazionali orientandosi verso le energie rinnovabili e, come misura indiretta, con incentivi per la ristrutturazione ed efficientamento degli immobili. Gli stati europei chiave: la Grecia, l’Italia, il Portogallo, la Spagna. E, sorprendentemente, anche la Germania, che dopo lo stop alle centrali nucleari affronta un problema non tanto di generazione quanto di distribuzione dell’energia elettrica su tutto il suo vasto territorio, problema simile a quello della Spagna, mentre per l’Italia si è un passo più indietro, e se non si comprano energia e gas all’estero, la lampadina si spegne, e niente acqua calda. Sono, entrambe, azioni che da sole non possono risolvere la crisi energetica, però possono alleviarla; la seconda, la politica di incentivi alle ristrutturazioni, è risultata nel pratico molto più efficace della prima, che sul piano teorico, però, ha alcuni obiettivi.

La realtà continua a essere, pur a obiettivi in fase di perseguimento, quella di una bolletta sempre più cara, sulla quale pesa ora anche lo spettro dell’aumento dell’IVA nel 2020 e 2021 e che contiene comunque una larga fetta di carbone e combustibili fossili; gli efficientamenti energetici delle abitazioni e delle aree cittadine hanno ridotto i consumi, senza che però un effettivo vantaggio – un vantaggio che cambi effettivamente la vita delle persone – si sia visto nella bolletta stessa, proprio perché la quota fissa è contemporaneamente aumentata. La Commissione Europea continua a rafforzare la legislazione, e si spera in interventi che possano andare a toccare più sensibilmente le infrastrutture e le politiche dei gestori stessi. Per ora, così è: fino a questo momento energia ‘pulita’ è rimasto sinonimo in Italia di energia ‘cara’ e il carbone è ancora qui, anno dopo anno. L’effetto della povertà energetica è quello di avere 54 milioni di persone in Europa che non possono scaldare le loro case d’inverno perché non hanno soldi, e un numero simile costretto a far debiti per pagare le bollette arretrate.

L’esperienza ha mostrato che le misure strutturali atte a riportare i costi e la disponibilità di energia a livelli bassi e sopportabili per le famiglie sono di gran lunga preferibili a interventi di sostegno economico, per esempio quelli portati avanti per le famiglie con ISEE basso – spesso, a Trieste, composte da una sola persona anziana, e posto che l’ISEE sia in effetti uno strumento di campionamento buono, cosa sulla quale c’è molto da discutere. Agire su un piano strutturale ha invece un doppio effetto: quello di ridurre veramente i costi dell’energia, e quello di migliorare le condizioni di vita nelle città. L’Unione Europea continua a raccomandare con forza ai governi nazionali di varare misure e politiche strutturali tali da poter veramente le famiglie nel loro accesso all’energia, in modo che i costi per la stessa non vadano a costituire fino al sei, sette per cento del bilancio familiare, come nel nostro paese, dove peraltro c’è un salario medio inferiore alla media europea; c’è ancora molto da fare.

[r.s.]

Roberto Srelz
Roberto Srelzhttps://trieste.news
Giornalista iscritto all'Ordine del Friuli Venezia Giulia

Ultime notizie

Dello stesso autore