Perché i tuoi soldi valgono sempre meno: il segreto dell’inflazione che nessuno ti spiega

08.03.2026 – 12.30 – Esistono interi trattati sulla filosofia liberale, ma sappiamo che la maggior parte delle persone non li leggerà. Pensatori come John Locke, Adam Smith, Frédéric Bastiat, Carlo Cattaneo, Friedrich von Hayek, Ludwig von Mises, Luigi Einaudi e Robert Nozick, per citarne solo alcuni, hanno mirabilmente sviluppato e approfondito la cultura liberale. Ma, ripetiamo, la maggior parte delle persone non li leggerà. Liberale è colui che mette l’individuo al di sopra dello Stato. Per il liberale l’economia è la condizione necessaria della libertà: non è qualcosa che un governo può “guidare” o “pianificare”. Milioni di persone che scambiano beni e servizi sanno cosa è meglio per loro molto meglio di quanto lo sappia un politico o un burocrate da un ufficio. Il mercato è come una conversazione gigantesca: se lo Stato interviene è come se qualcuno staccasse il microfono a chi sta parlando. Elemento indispensabile per un libero mercato è la proprietà privata: senza di essa non esiste libertà. Se non possiedi i frutti del tuo lavoro (perché, ad esempio, le tasse sono troppo alte o lo Stato può sequestrare i tuoi beni), non sei un cittadino libero ma un suddito. La tua casa, la tua azienda e i tuoi risparmi sono la tua “bolla di libertà”. Più lo Stato entra in quella bolla, meno sei libero di decidere del tuo futuro.

Mentre il socialista o socialdemocratico vuole che lo Stato risolva i problemi sociali (più sussidi, più regole), il liberale pensa che lo Stato sia il problema. Ogni volta che lo Stato cerca di aggiustare l’economia (ad esempio stampando moneta o fissando i prezzi) crea danni peggiori, come inflazione o scarsità di beni. Lo Stato dovrebbe essere come l’arbitro di una partita di calcio: deve far rispettare le regole, ma non deve mettersi a giocare o decidere chi deve segnare. Il socialdemocratico vuole usare lo Stato per cambiare la società e “aggiustare” le persone; il liberale vuole limitare lo Stato per permettere alle persone di vivere e commerciare liberamente, perché ciò consente loro di capire quali siano le proprie inclinazioni e i propri talenti, assumendosi le relative responsabilità. È per questo che la Svizzera, con la sua bassa tassazione, la sua democrazia diretta e il suo rispetto per l’autonomia individuale, è considerata uno dei paesi più vicini a questo ideale liberale, anche se non è perfetto e sta peggiorando. È una visione che mette al centro la responsabilità individuale, l’esatto opposto di quella “ansia da protezione” dello Stato moderno, che chiede tasse altissime in cambio di sicurezza e controllo sociale.

La libertà non è un regalo del governo, ma un diritto naturale che lo Stato tende costantemente a rosicchiare. La conoscenza economica è dispersa: nessun politico, per quanto intelligente o “illuminato”, può sapere di cosa hai bisogno tu, oggi, nella tua città. Le informazioni economiche sono sparse tra milioni di individui. Quando lo Stato pianifica l’economia (decidendo quali energie usare o quali settori finanziare) fallisce quasi sempre perché non possiede le informazioni che solo il mercato possiede. I liberali credono che le cose migliori dell’umanità — il linguaggio, il diritto, il mercato — non siano state “inventate” da un decreto legge, ma siano nate spontaneamente dalle interazioni tra persone libere. Se lasci le persone libere di scambiare, i prezzi si aggiusteranno da soli. Se lo Stato impone prezzi calmierati, il prodotto sparisce dagli scaffali (come avvenuto con il pane nei regimi socialisti). Le crisi economiche non sono colpa del capitalismo, ma delle banche centrali. Quando lo Stato stampa troppa moneta o tiene i tassi di interesse artificialmente bassi crea una falsa euforia economica. Le persone investono in progetti insostenibili, creando bolle finanziarie che poi scoppiano e distruggono i risparmi della popolazione.

Oggi viviamo in un’epoca di “Stato mamma”, dove si preferisce la sicurezza (spesso illusoria) alla libertà. Il cosiddetto “fanatismo green” rappresenta lo Stato che decide dall’alto come dobbiamo vivere, cosa dobbiamo guidare e come dobbiamo scaldarci, senza curarsi del calcolo economico individuale. Spesso chi si definisce “liberale” oggi è il primo a chiedere allo Stato di vietare qualcosa o di sussidiare qualcos’altro. Il vero liberale, invece, direbbe semplicemente: “Laissez-faire”. Quando lo Stato, attraverso le banche centrali, stampa moneta per finanziare i suoi debiti o erogare sussidi, non sta creando ricchezza: sta solo annacquando il valore del denaro che hai già in tasca. I primi a ricevere la nuova moneta (lo Stato, le grandi banche, le aziende sussidiate) possono spenderla quando i prezzi sono ancora bassi. Quando quei soldi arrivano al cittadino comune, i prezzi sono già saliti. L’inflazione è una tassa occulta che trasferisce ricchezza dai poveri e dai risparmiatori verso lo Stato e i suoi alleati finanziari. L’inflazione non è “l’aumento dei prezzi”, ma l’aumento della quantità di moneta in circolazione. L’aumento dei prezzi è solo la conseguenza.

Il problema più grave non è soltanto che tutto costa di più, ma che i prezzi non dicono più la verità. In un mercato libero il prezzo è un segnale informativo: se il prezzo del legno sale significa che il legno scarseggia e devo usarne meno. Con l’inflazione, invece, i prezzi salgono senza indicazioni chiare. Gli imprenditori non capiscono più se un investimento abbia senso oppure no. Questo porta a sprechi di risorse e a investimenti sbagliati che prima o poi conducono a una recessione. Attraverso le valute fiat (moneta creata dal nulla per legge) lo Stato mantiene il monopolio della stampa del denaro e lo userà sempre per espandere il proprio potere a spese dei cittadini. Molti vedono nelle monete denazionalizzate o nel ritorno a uno standard basato sull’oro una possibile via d’uscita per togliere ai politici la “stampante” e restituire stabilità ai risparmi. L’inflazione è anche un atto immorale. È come se lo Stato entrasse nel tuo portafoglio di notte e tagliasse un pezzo di ogni banconota per finanziare le proprie promesse elettorali. Purtroppo molte persone non capiscono che l’inflazione è una tassa nascosta, perché lo Stato ha perfezionato l’arte di nascondere il colpevole. Se un ladro ti ruba il portafoglio per strada sai chi incolpare. Ma se il tuo stipendio resta uguale e il carrello della spesa raddoppia, lo Stato punta il dito altrove: la guerra, gli speculatori, il cambiamento climatico, l’avidità delle aziende.

Debito pubblico e sussidi fungono da anestetico sociale. Lo Stato moderno agisce come un medico che rompe le gambe per poi regalarti le stampelle, pagate con i tuoi soldi. Quando l’inflazione morde, il governo distribuisce bonus, sussidi o sconti temporanei. La popolazione percepisce il sussidio come un aiuto generoso, senza capire che è proprio la spesa pubblica fuori controllo a causare l’inflazione che la sta impoverendo. È un circolo vizioso perfetto. L’economia viene spesso presentata nei media come una materia incomprensibile, accessibile solo ai tecnici delle banche centrali o all’élite tecnocratica dell’Unione Europea. Se la popolazione comprendesse che l’inflazione è un fenomeno monetario semplicetroppa moneta che insegue poca merce — la presa di coscienza e la conseguente pressione sui governi sarebbe immediata. Finché le persone pensano che sia un fenomeno complesso, accetteranno la situazione con rassegnazione. Dopo decenni di statalismo, gran parte della popolazione (dipendenti pubblici, pensionati, percettori di sussidi) dipende direttamente dalla spesa pubblica. Anche chi comprende il problema teme di chiudere quel rubinetto, perché ha paura che senza la protezione dello Stato il sistema crolli. La libertà richiede coraggio e responsabilità; la dipendenza dallo Stato offre una sicurezza apparente. Un’economia basata sull’inflazione e sull’espansione del credito finisce sempre in uno di due modi: o il governo smette di stampare moneta, accettando una dura recessione necessaria, oppure continua fino al collasso della valuta, cioè l’iperinflazione, come accaduto nella Germania di Weimar o nel Venezuela contemporaneo. Purtroppo la presa di coscienza collettiva non avviene durante l’inflazione, ma solo quando la moneta perde completamente valore e il patto sociale tra Stato e cittadini si rompe definitivamente.

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Elena Vigliano

Economista d’impresa, si è laureata in Economia e Commercio presso l’Università “La Sapienza” di Roma; in seguito si è specializzata nella consulenza fiscale, societaria e del lavoro, vantando una pluriennale esperienza nel supporto strategico alle imprese. Grazie a un percorso formativo internazionale, con studi in scuole americane e inglesi e periodi di vita all’estero, anche in Africa, ha sviluppato una visione globale e una profonda comprensione delle dinamiche economiche e culturali. Come economista d’impresa, applica conoscenze teoriche e pratiche per guidare le aziende nella gestione efficiente, nella pianificazione strategica e nella creazione di valore, con particolare attenzione agli aspetti fiscali e normativi. Attualmente presiede “Liberimpresa”, associazione dedicata alla promozione del pensiero e della cultura liberale in Italia e all’estero, con l’obiettivo di dimostrare che le politiche assistenziali e lo statalismo rischiano di soffocare l’iniziativa individuale, la competitività e l’efficiente allocazione delle risorse, mentre è necessario promuovere soluzioni basate sulla concorrenza e sulla sussidiarietà.

[e.v.]

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