29.03.2026 – 15.30 – Oggigiorno i padri italiani sono più presenti nella vita familiare rispetto al passato, ma ancora lontani da una piena realizzazione del proprio ruolo. Solo il 17% dichiara infatti di sentirsi davvero appagato come genitore, un dato che mette in luce una trasformazione incompleta della paternità contemporanea. A fotografare questa condizione è anche l’analisi dello psichiatra romano Tonino Cantelmi, che parla di una generazione di padri “adulescenti”, sospesa tra desiderio di partecipazione e difficoltà ad assumere fino in fondo responsabilità e cambiamenti interiori richiesti dal ruolo. Se da un lato cresce la volontà di esserci, dall’altro emerge una fragilità strutturale.
Nel 2025 circa il 40% dei padri sceglie consapevolmente un compromesso tra carriera e famiglia, ridimensionando ambizioni professionali o riorganizzando il proprio tempo per essere più presente nella quotidianità domestica. Un segnale importante, soprattutto se confrontato con modelli del passato in cui la figura paterna era prevalentemente associata al sostegno economico e meno alla cura diretta. Tuttavia, questa maggiore partecipazione non si traduce automaticamente in un senso di compiutezza o equilibrio personale. Secondo Cantelmi, il nodo centrale è profondamente culturale e psicologico. La difficoltà dei nuovi padri risiede nel passaggio da una dimensione centrata sull’individuo a una orientata alla relazione e alla responsabilità verso l’altro. È quello che lo psichiatra definisce il passaggio dall’egocentrismo all’oblatività: un cambiamento che implica la capacità di mettere i bisogni dei figli al centro senza viverlo come una perdita di sé, ma come un’evoluzione identitaria.


