16.02.2026 – 11.30 – “Hikikomori”, termine giapponese che significa “stare in disparte”, viene ormai utilizzato in tutto il mondo per indicare coloro che si chiudono in un isolamento sociale volontario e prolungato per periodi superiori ai sei mesi. In Italia, questo fenomeno spesso diffuso tra adolescenti e giovani adulti sembra avere proporzioni molto più ampie di quanto emerga dai dati ufficiali raccolti nelle scuole. A lanciare l’allarme è Marco Crepaldi, psicologo e presidente dell’associazione Hikikomori Italia, intervenuto durante il convegno “Libro, carta e penna” presso il Ministero dell’Istruzione e del Merito. Le rilevazioni scolastiche parlano di 50-60mila studenti che vivono forme di ritiro sociale: tuttavia, secondo Crepaldi questa cifra rappresenta soltanto la punta dell’iceberg. L’associazione Hikikomori Italia, che da anni offre supporto alle famiglie, stima infatti che i giovani isolati possano salire a quota 200mila, considerando anche chi ha abbandonato la scuola o non rientra nei circuiti istituzionali.
In effetti, il quadro delineato dallo psicologo mette in luce un fenomeno che sfugge facilmente alle statistiche tradizionali: molti ragazzi che scelgono l’isolamento interrompono i percorsi formativi o non vengono intercettati dai servizi, rendendo difficile una misurazione accurata. L’associazione racconta di essere in contatto con migliaia di famiglie e descrive una realtà ad oggi radicata anche nel nostro Paese. Nel suo intervento, Crepaldi si è soffermato in particolare sul ruolo delle tecnologie digitali, sottolineando come il problema non riguardi unicamente l’uso eccessivo degli strumenti online, ma anche la possibilità che si crei un legame emotivo con essi, soprattutto nel caso dell’intelligenza artificiale. Un aspetto che, a suo avviso, richiede particolare attenzione soprattutto nei contesti educativi, dove l’introduzione dell’IA deve essere accompagnata da una riflessione sulle possibili ricadute psicologiche e relazionali di una fruizione poco consapevole degli strumenti digitali.
Il fenomeno, nato e studiato inizialmente in Giappone, dove si stimano circa un milione di casi, non appare più come una peculiarità culturale isolata. Le osservazioni raccolte dall’associazione italiana indicano che anche nel nostro Paese l’isolamento sociale giovanile è una realtà diffusa, spesso sommersa e difficile da quantificare con precisione. Le cifre presentate non rappresentano un dato statale ufficiale, ma una valutazione basata sull’esperienza diretta dell’associazione con le famiglie e sull’analisi accurata del territorio. Secondo Crepaldi, i dati raccolti testimoniano la necessità di affrontare il tema con strumenti più adeguati e con una maggiore consapevolezza istituzionale, per evitare che un numero crescente di giovani scivoli in una condizione di invisibilità e isolamento sociale.
[b.m.]


