10.02.2026 – 7.15 – Chiediglielo senza chiedere il permesso. Senza aspettare il capitolo giusto o l’autorizzazione implicita di un programma ministeriale. Chiedi che cosa sono state le foibe come si chiede una data, una battaglia, un trattato. Perché le foibe non sono un’opinione: sono un fatto storico. E quando i fatti hanno bisogno di giustificazioni per essere raccontati, significa che non sono ancora diventati davvero storia. Chiedi che cosa sono state le foibe nel 1943, dopo l’8 settembre. Chiedi perché, in Istria, mentre lo Stato italiano si dissolve, inizia una stagione di arresti e uccisioni. Chiedi chi decide chi deve morire e chi no quando il potere evapora. Chiedi se quelle violenze furono solo vendetta contro il fascismo o anche epurazione preventiva, regolamento di conti, preparazione del futuro. Chiedi perché, in quel vuoto, bastava essere funzionari, carabinieri, notabili locali o semplicemente italiani per diventare eliminabili. Chiedi dove sono le foibe. Chiedi dov’è la Foiba di Basovizza. Chiedi perché oggi è un monumento nazionale e perché per anni è stata soltanto un buco nel terreno e nel racconto pubblico. Chiedi perché la geografia del Carso è diventata una geografia del silenzio. Chiedi se un Paese può permettersi di dimenticare un luogo che racconta così tanto di sé.
Chiedi chi era Norma Cossetto.
Chiedi chi fosse prima di diventare un nome scomodo. Chiedi se era una dirigente, una gerarca, una criminale. Chiedi se essere una studentessa universitaria, figlia di un podestà, bastava per essere sequestrata, violentata, uccisa e gettata in una foiba. Chiedi perché la sua storia dà ancora fastidio. Chiedi perché per decenni non è stata raccontata, come se ricordarla significasse schierarsi. Chiedi se una ragazza assassinata ha bisogno di una tessera politica per essere compianta. Chiedi che cosa sono state le foibe nel 1945, quando la guerra è finita ma la violenza no. Chiedi perché, con l’arrivo delle truppe jugoslave nella Venezia Giulia, si arresta senza processo, si deporta senza accuse, si fa sparire senza documenti. Chiedi se questo si chiama transizione o repressione. Le parole contano: cambiare nome alle cose non le rende meno reali.
Chiedi chi era Josip Broz Tito. Chiedilo senza indulgenze. Chiedi chi fosse tra il 1943 e il 1947, quando il suo movimento partigiano non combatteva solo una guerra, ma costruiva uno Stato. Chiedi se la costruzione del potere passò anche attraverso epurazioni politiche e violenza extragiudiziale. Chiedi se un leader antifascista può essere giudicato anche per ciò che fa dopo la vittoria. E poi chiedi un’altra cosa, ancora più scomoda: perché la Repubblica italiana lo ha onorato, conferendogli una delle sue massime onorificenze. Chiedi come si concilia un riconoscimento ufficiale con le foibe, con le deportazioni, con l’esodo. Chiedi se questa non sia una vergogna istituzionale, figlia della diplomazia e dell’oblio più che della giustizia storica. Chiedi che cos’è stata Vergarolla. Chiedi perché, nell’agosto del 1946, in tempo di pace, si muore su una spiaggia affollata. Chiedi se quell’esplosione fu solo un incidente o un messaggio. Chiedi perché Vergarolla accelera la paura e rende l’esodo una certezza. Chiedi se anche questo è “contesto”. Chiedi che cos’è stato il Trattato di Pace del 10 febbraio 1947. Chiedi perché quella firma rese definitiva una realtà già vissuta sul terreno: territori che cambiavano sovranità e persone che diventavano straniere in casa propria. Chiedi se l’esodo che seguì fu una scelta o una conseguenza. Chiedi perché Pola si svuotò, perché Fiume cambiò volto, perché la Dalmazia perse quasi del tutto le sue comunità italiane.
Chiedi che cos’è stato l’esodo giuliano-dalmata. Chiedi perché tra i 250 e i 300 mila uomini e donne lasciarono Istria, Fiume e Dalmazia. Chiedi se si parte davvero per scelta quando il nuovo potere ti guarda come un corpo estraneo. Chiedi cosa significa abbandonare una casa sapendo che non la rivedrai. Chiedi perché questo non viene chiamato per quello che è stato: uno svuotamento umano di un territorio. Chiedi del ritorno. Chiedi se qualcuno è mai tornato davvero. Chiedi cosa significava rientrare e trovare la casa occupata, il cognome cambiato, la lingua cancellata dai cartelli e dalle scuole. Chiedi se il ritorno fosse una possibilità reale o solo una parola buona per i comunicati. Chiedi se si può parlare di “scelta” quando l’unica alternativa è sparire. Chiedi dove sono le tombe. Chiedi perché molti morti delle foibe non hanno una lapide, un nome, una data. Chiedi se una Repubblica può convivere con morti senza luogo. Chiedi se l’assenza di sepoltura non sia una violenza che continua nel tempo, più silenziosa ma non meno grave.
Chiedi che cosa successe in Italia quando arrivarono. Chiedi dei campi profughi, delle baracche, dell’attesa. Chiedi di Padriciano. Chiedi che cos’era il Centro Raccolta Profughi di Padriciano. Chiedi quante famiglie passarono di lì, per anni, in alloggi provvisori diventati permanenti. Chiedi che cosa significa ricominciare una vita dietro un numero, non un indirizzo. Chiedi del Magazzino 18. Chiedi perché lì dentro sono rimasti, per decenni, mobili, sedie, armadi, giocattoli, valigie con il nome scritto sopra. Chiedi perché un magazzino del porto è diventato un museo involontario dell’abbandono. Chiedi cosa significa lasciare tutto, persino le chiavi, pensando che forse un giorno si tornerà. Chiedi di Bologna, novembre 1946. Chiedi del latte destinato ai profughi istriani e rovesciato a terra davanti alla stazione durante una protesta organizzata, nel clima ideologico di allora. Chiedi perché a chi aveva perso tutto si negò persino un gesto elementare di assistenza. Chiedi che Paese è quello che chiede ai profughi anche di giustificarsi. Chiedi dell’esodo dentro l’esodo. Chiedi di quelli che, arrivati in Italia, non trovarono né lavoro né stabilità e furono costretti a ripartire. Chiedi delle navi e degli aerei verso Argentina, Canada, Australia, Stati Uniti, Brasile. Chiedi cosa significa perdere due volte la propria casa. Chiedi dei cinquant’anni di silenzio. Chiedi perché sono serviti mezzo secolo e una legge per ammettere una tragedia nazionale. Chiedi perché questa storia non fa interrogazioni, non fa verifiche, non fa voti. Chiedi chi ha deciso che dovesse restare ai margini. E se ti diranno che è una storia complessa, rispondi che la complessità non cancella i fatti. Se ti diranno che ricordare divide, rispondi che a dividere è stato il silenzio. Se ti diranno che è passato troppo tempo, rispondi che il tempo non assolve.
Chiedi ai tuoi professori che cosa sono state le foibe.
Chiedi dov’è Basovizza.
Chiedi che cos’è stata Vergarolla.
Chiedi chi era Norma Cossetto.
Chiedi perché Tito è stato onorato.
Chiedi che cos’era Padriciano.
Chiedi che cos’era il Magazzino 18.
Chiedi dove sono le tombe.
E se non sanno rispondere senza abbassare lo sguardo, allora la lezione non è ancora finita.
[f.v.]
Foibe ed esodo, l’Italia della memoria sui binari: il “Treno del Ricordo” riparte da Trieste


