05.01.2026 – 8.25 – Premessa – Ernest Hemingway, nel suo celebre Verdi colline d’Africa, scriveva: «Una sola cosa allora volevo: tornare in Africa. Non l’avevo ancora lasciata, ma ogni volta che mi svegliavo, di notte, tendevo l’orecchio, pervaso di nostalgia». Nei libri e nei racconti di molti scrittori che hanno conosciuto la grande madre Africa troviamo sempre bellezza e nostalgia, riuscendo a farci amare la natura maestosa e selvaggia di quelle immense terre, aspre e generose, colme di contraddizioni. Quelle straordinarie immagini della natura, descritte abilmente da scrittori, poeti e fotografi, sono sempre riuscite a trasferire nella mente e nello spirito profondo di ognuno di noi i colori e le emozioni dei tramonti africani, sempre diversi e sempre meravigliosi, facendoci, per un attimo, comprendere l’essenza dell’armonia universale.
L’Africa, un continente immenso e poco conosciuto
Quante volte, mi chiedo, esprimiamo giudizi di valore su persone africane che incontriamo nelle nostre città. In alcuni Paesi del Nord Europa, pochi anni or sono, si era diffusa l’idea che tutti gli africani fossero terroristi; in altre realtà europee il pregiudizio si sposta verso il versante della criminalità; in molti altri casi si assiste alla totale indifferenza. Ricordiamoci, anche solo per un attimo, che non abbiamo alcun merito di essere nati in un posto piuttosto che in un altro. Non desidero certo trascurare le evidenti ricadute negative di un’immigrazione senza regole e degli effetti devastanti, nei Paesi europei, delle matrici terroristiche e criminali, anche africane; tuttavia proviamo insieme a comprendere di cosa stiamo parlando e chiediamoci, soprattutto, che cosa sappiamo realmente di questo immenso continente che, ricordiamolo, si affaccia in parte, come noi, sul Mar Mediterraneo. Smettiamo, inoltre, come ho scritto altre volte, di avere quello sguardo pietoso, quella “carità pelosa” che ciclicamente si sovrappone al pensiero di un’Africa povera, senza speranza e continuamente meritevole di aiuto. Nella mia lunga e diversificata esperienza in Africa posso serenamente affermare che stiamo parlando del continente più ricco del pianeta, non solo per le risorse del sottosuolo ma anche, se non soprattutto, per un’umanità esplosiva e travolgente, in continuo fermento, colma di antiche tradizioni, non secolarizzata e animata da un desiderio immenso di conquistare il posto che si merita.
Proviamo ad avvicinarci a questo mondo africano senza pregiudizi, con il solo desiderio di confrontarci, tendendoci reciprocamente la mano. Tratteremo uno o due argomenti di “attualità africana” al mese, cercando di venire incontro alle richieste di coloro che desiderano conoscere e sforzandoci sempre di dare voce a tutti, nessuno escluso.
Alcuni dati per comprendere
Mario Lettieri e Paolo Raimondi, nel loro ultimo lavoro sull’Africa, ci vengono incontro aiutandoci a capire e fornendoci brevi, ma utilissimi, dati. Stiamo parlando di un continente immenso, pari a 30,3 milioni di km², composto da 54 Stati riconosciuti, o da 55 se si inserisce il Sahara Occidentale, quest’ultimo un annoso caso di disputa territoriale. La popolazione è attualmente stimata in oltre un miliardo e seicento milioni di persone che, secondo le proiezioni, nel 2050 potrebbero raggiungere i due miliardi e mezzo.
Dimenticavo: l’età media in Africa è di 19,2 anni.
Dati impressionanti, se pensiamo che l’Europa conta al momento circa 750 milioni di abitanti, di cui 449 nell’Unione Europea, con una popolazione in costante diminuzione, sempre più anziana e con un’età media che ha superato da tempo la soglia dei 44 anni. Questi primi elementi ci consentono di definire meglio i contorni della complessa realtà del continente africano, aiutandoci a entrare in questa nebulosa dalle mille sfaccettature. Se parliamo di “ricchezze”, possiamo affermare, senza timore di smentita, che l’Africa detiene l’84% delle riserve globali di platino e palladio, l’80% dei diamanti, il 44% del manganese, il 42% del cobalto, il 22% dell’uranio, il 15% dell’oro e il 25% delle cosiddette “terre rare”, che comprendono antimonio, litio, rutilo, scandio, titanio, tungsteno, vanadio, ittrio, coltan. Elementi indispensabili per le nuove tecnologie, la ricerca spaziale, le comunicazioni satellitari e molto altro. L’Africa detiene inoltre il 15% del totale delle materie classificate come “bulk”, che comprendono bauxite, cromo, carbone, materiali ferrosi, fosfato e potassio. Ha anche il 5% delle materie prime “base”, come rame, piombo, nickel, stagno e zinco. Infine, gas e petrolio, con 125 miliardi di barili di petrolio e 18.000 miliardi di metri cubi di riserve di gas.
Un piccolo accenno va fatto anche all’acqua, poiché il continente africano detiene un patrimonio immenso di acque potabili. Certamente sussistono grandi problemi strutturali, a partire dal “land grabbing”, ossia la sottrazione di estensioni di terreno da parte di multinazionali, in accordo con potentati locali, fino alla gestione del debito, una criticità rilevante che frena lo sviluppo di molti Stati africani, senza dimenticare una corruzione pervasiva. Non possiamo certo nascondere i tentativi di diverse potenze, Cina in primis, di imporre una nuova forma di colonialismo economico, né sottostimare la presenza terroristica e la criminalità organizzata, con sodalizi strutturati e obiettivi strategici. Tuttavia, in un mondo confuso, alla ricerca di nuovi equilibri, il continente africano è destinato a recitare un ruolo diverso: nuove alleanze, nuove richieste e nuovi obiettivi, anche sul piano geostrategico. In questo scenario, la vecchia Europa, stanca, secolarizzata e ripiegata su se stessa, appare spesso incapace di governare i cambiamenti. Eppure, in Africa, si chiede una maggiore presenza dell’Europa: un’Europa solida, unita, capace di costruire autentiche partnership strategiche, perché Africa ed Europa, pur non avendo avuto lo stesso passato, avranno necessariamente un futuro comune.
Il riconoscimento del Somaliland, uno Stato che formalmente non esiste, da parte di Israele
Da alcune settimane i media internazionali stanno rilanciando la notizia dell’improvviso riconoscimento del Somaliland da parte di Israele.
Una tematica complessa, con effetti potenzialmente destabilizzanti.
Cerchiamo di approfondire.
Iniziamo parlando del Somaliland, terra sconosciuta a molti.
Un recente studio dell’Università di Firenze ci informa che l’attuale Somaliland, dopo la presenza di diversi sultanati, fece parte del vasto Regno di Axum, per poi passare all’Impero ottomano. Quando quest’ultimo iniziò a decadere, subentrò l’Egitto di Ismaʿil Pascià, che dominò l’area per tutto il decennio del 1870, evacuandola solo nel 1884. In quell’anno, con la Conferenza di Berlino, iniziò una lunga lotta politico-diplomatica nella quale tre Stati si contesero la Somalia: Italia, Gran Bretagna e Francia, che si spartirono il territorio. I britannici stabilirono il Protettorato della Somalia Britannica nel 1886, dopo la ritirata dell’Egitto e il trattato con la cabila Uarsangheli. L’area meridionale, occupata dall’Italia nel 1892, divenne la Somalia italiana. La parte più settentrionale del territorio fu assegnata alla Francia, che costituì la Somalia Francese, formata dai territori di Afars e Issas, l’attuale Gibuti.
Il Somaliland britannico era poco più di un punto di transito sulla rotta verso la perla dell’Impero, l’India, e garantiva il controllo dell’area dalle mire francesi e italiane. L’occupazione straniera non fu però indolore e la resistenza si espresse nella guerra dei Dervisci, durata vent’anni, fino al 1920, guidata dal poeta, studioso e politico somalo Mohammed Hassan, chiamato dagli inglesi il “Mullah pazzo”. Nel corso della Seconda guerra mondiale, nell’estate del 1940, le truppe italiane occuparono la Somalia Britannica, ma la controffensiva inglese del 1941 riportò il controllo britannico su tutta la Somalia. Quando nel 1949 le Nazioni Unite affidarono la Somalia in amministrazione fiduciaria alla Repubblica Italiana, il Somaliland rimase territorio britannico. L’indipendenza dalla Gran Bretagna fu ottenuta il 26 giugno 1960 come Stato del Somaliland e un referendum popolare ne sancì l’unificazione con la Somalia Italiana, dando vita alla Repubblica Somala. Il primo ministro dello Stato del Somaliland, Mohammed Haji Ibrahim Egal, divenne così ministro della Somalia unificata. Nel 1991 la guerra civile portò al collasso del governo centrale somalo e l’ex Somalia Britannica si autoproclamò Repubblica del Somaliland, senza essere riconosciuta dalla comunità internazionale. Questa situazione perdura ancora oggi, nonostante il Somaliland sia uno degli Stati africani più stabili.
Cosa spinge Israele a guardare oggi al Somaliland
Secondo diversi analisti israeliani, Gerusalemme avrebbe voluto il riconoscimento del Somaliland per proprie necessità geopolitiche, in una logica di realpolitik. Questo territorio africano, con circa sei milioni di abitanti, risulta non solo decisamente stabile nel complesso panorama somalo, perché composto, a differenza delle altre realtà claniche, dalla preponderanza di un solo clan, quello degli Isaaq, ma, affacciandosi sul Golfo di Aden e a ridosso dello stretto di Bab el-Mandeb, occupa una posizione chiave tra Oceano Indiano e Mar Rosso. Rappresenta, in estrema sintesi, per Israele uno snodo vitale per il commercio mondiale, per le rotte energetiche e per l’equilibrio militare regionale, anche in funzione yemenita, dove le milizie sciite Huthi esercitano da tempo una minaccia all’integrità territoriale israeliana. Il riconoscimento di Israele, secondo Giuseppe Gagliano, potrebbe inoltre essere diretto ad assicurare a Gerusalemme una profondità strategica sul versante africano del Mar Rosso e a ridurre la vulnerabilità delle proprie linee marittime. In questo quadro, prosegue Gagliano, il Somaliland potrebbe diventare un partner ideale: stabile, ostile ai gruppi jihadisti, interessato a uscire dall’isolamento e disposto a inserirsi nell’architettura degli Accordi di Abramo. Non si tratterebbe quindi solo di un gesto diplomatico, ma dell’estensione geografica della dottrina di sicurezza israeliana.
Le reazioni a tale iniziativa sono state, e continuano a essere, estremamente vive.
In questo contesto, la scelta israeliana sta ponendo in un certo imbarazzo Washington, che continua formalmente a sostenere l’integrità territoriale della Somalia, considerata un alleato nella lotta contro il gruppo terroristico al-Shabaab. Tuttavia, gli Stati Uniti sembrano decisi a non esporsi, non volendo ignorare né l’interesse strategico di Israele né l’influenza crescente di altri attori nel Corno d’Africa, come la Turchia e gli Emirati. Il 29 dicembre 2025, la rappresentante degli Stati Uniti nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, non senza un accenno polemico, ha sostanzialmente difeso il riconoscimento del Somaliland da parte di Israele, affermando che «ha lo stesso diritto di intrattenere relazioni diplomatiche di qualsiasi altro Stato sovrano», ricordando che diversi Paesi avevano riconosciuto unilateralmente uno Stato palestinese inesistente all’inizio del 2025 senza che fosse convocata alcuna riunione di emergenza. Ha inoltre ribadito che non vi è stato alcun cambiamento nella politica americana sul tema.
La Turchia ha reagito con estrema durezza, anche perché in Somalia ha investito ingenti risorse, sia sul piano economico sia su quello militare. Una possibile influenza israeliana nel Somaliland rappresenterebbe una seria minaccia alla presenza turca nel Corno d’Africa. Anche l’Egitto appare fortemente infastidito, non volendo nuovi attori nella gestione del Mar Rosso. Nella ex Somalia Francese, Gibuti, si respira un clima tutt’altro che amichevole verso tale decisione. Mogadiscio, capitale della Repubblica Federale Somala che ingloba il Somaliland, ha reagito con fermezza attraverso dichiarazioni del presidente Hassan Sheikh Mohamud, il quale ha affermato ad Al Jazeera che il Somaliland avrebbe accettato tre condizioni da Israele: il reinsediamento dei palestinesi, l’istituzione di una base militare sulla costa del Golfo di Aden e l’adesione agli Accordi di Abramo. Le autorità del Somaliland hanno immediatamente smentito tali affermazioni, ma la situazione politico-diplomatica tra Mogadiscio e Hargeysa, capoluogo del Somaliland, rimane tesa.
Il Consiglio di Sicurezza dell’ONU condanna il riconoscimento del Somaliland
Dalla lettura dei comunicati del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite emerge una situazione difficilmente risolvibile, anche perché la decisione israeliana ha determinato un ulteriore risentimento in diversi attori regionali e internazionali. In particolare, dal verbale n. 10084 (SC/16270) del 29 dicembre 2025 si legge che la Somalia ha condannato il riconoscimento del Somaliland come un attacco all’unità e all’integrità territoriale del Paese, mentre diversi membri del Consiglio e Stati regionali hanno avvertito che la mossa potrebbe infiammare le tensioni nel Corno d’Africa e minare la sovranità e la coesione politica di Mogadiscio. Il segretario generale aggiunto Khaled Khiari ha ricordato che il 26 dicembre il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu aveva annunciato il riconoscimento ufficiale del Somaliland come Stato indipendente e sovrano. In risposta, il governo federale somalo ha riaffermato il proprio impegno non negoziabile verso sovranità, unità nazionale e integrità territoriale, dichiarando nullo e privo di valore qualsiasi accordo che leda tali principi.
Conclusione
La scelta israeliana non facilita la pacificazione nella vasta regione mediorientale e contribuisce ad alimentare la già pericolosa tensione tra Gerusalemme e Ankara. Diversi analisti occidentali ritengono inoltre che Israele abbia riconosciuto il Somaliland anche per contrastare l’influenza iraniana nel Mar Rosso, ipotizzando la creazione di una presenza permanente di intelligence e sorveglianza. Altri analisti mediorientali sostengono invece che da questa posizione Israele potrebbe potenzialmente lanciare attacchi diretti nello Yemen. Secondo Tamer Ajramiin, in un editoriale su Middle East Monitor, Israele dimostrerebbe di non preoccuparsi più delle ricadute diplomatiche, ignorando la sovranità della Repubblica Federale di Somalia e gli avvertimenti di Paesi come Egitto e Turchia, in una logica di espansione dell’egemonia militare nel Mar Rosso. Al di là delle diverse interpretazioni, questa crisi conferma quanto siano evidenti le linee di faglia della geopolitica contemporanea. Il Corno d’Africa, a lungo considerato periferico nello scenario mediorientale, sta assumendo un ruolo cruciale, diventando un punto di convergenza tra sicurezza marittima, competizione militare e influenza politico-economica globale.
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Stefano Silvio Dragani già generale di Brigata dell’Arma dei Carabinieri. Laureato in Scienze Politiche e in Scienze della Sicurezza, ha ottenuto anche un master di II livello in Studi Africani. Dopo incarichi operativi in Italia, ha svolto missioni internazionali in Albania, Kosovo, Ghana, Somalia, Ruanda e Belgio, lavorando come esperto di sicurezza e stabilizzazione in aree di crisi, anche per conto dell’Unione Europea. Ha tenuto docenze e seminari in Italia e all’estero – dall’Università di Padova alla Scuola Ufficiali dei Carabinieri, fino ai congressi ONU sul terrorismo globale – ed è stato special advisor sia del Ministro della Sicurezza della Somalia che delle forze di polizia di Rwanda e Uganda.
È autore di quattro saggi pubblicati da Fawkes Editions, casa editrice romana: “Frammenti di vita”(2022), dedicato alla sua lunga esperienza africana; “La Cavalleria: uno stile di vita” (2023), un affresco storico-militare; “Conflitti e parole”(2024), centrato sui rapporti tra Africa e grandi potenze; e “Un altro mondo” (2025), un’analisi attuale delle crisi in Medio Oriente e Ucraina. Ha vissuto sedici anni in Friuli Venezia Giulia, cinque dei quali a Sistiana, alle porte di Trieste, città a cui è profondamente legato. La sua visione internazionale si coniuga con una forte consapevolezza del ruolo strategico dell’Italia e del nostro territorio nel contesto geopolitico globale.
[s.d.]


