19 giugno 2026 – ore 06:30 – Tra meno di un anno Trieste eleggerà il sindaco chiamato a raccogliere l’eredità di una delle stagioni politiche più lunghe della storia cittadina. Osservando il modo in cui partiti, movimenti e futuri candidati stanno comunicando oggi, si ha la sensazione che il vero confronto elettorale non si stia giocando soltanto sui programmi, sui contenuti o perfino sui nomi, ma su qualcosa di molto più elementare e, allo stesso tempo, molto più decisivo: la comprensione del mondo nel quale vivono gli elettori. Perché, mentre gli elettori cambiano linguaggi, abitudini informative e modalità di partecipazione, gran parte della politica triestina continua a comunicare come se nulla fosse realmente cambiato. Non è una questione generazionale. Non è una questione tecnologica. È una questione culturale. La politica locale continua infatti a considerare la comunicazione come un accessorio dell’attività politica e non come una componente essenziale dell’azione amministrativa. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: conferenze stampa, comunicati, dichiarazioni affidate ai giornali, qualche intervista, qualche presenza televisiva, un gazebo il sabato mattina e una presenza social che troppo spesso assomiglia a una bacheca digitale sulla quale appendere gli stessi comunicati che un tempo finivano sulle scrivanie delle redazioni. Nulla di tutto questo è inutile. Il problema è che non è più sufficiente. I numeri raccontano un mondo già cambiato. Internet è ormai la principale fonte di informazione per gli italiani e, tra le fasce più giovani, il peso dei social network continua a crescere. Facebook, Instagram, YouTube, Spotify, WhatsApp e TikTok sono diventati luoghi nei quali milioni di persone non cercano soltanto intrattenimento, ma costruiscono quotidianamente la propria percezione della realtà, si informano, discutono, si formano un’opinione e decidono perfino quali temi meritino attenzione e quali no.
Non si tratta di stabilire se sia un bene o un male. Si tratta semplicemente di prendere atto che è così. Ed è proprio qui che emerge il ritardo della politica triestina. In realtà il problema non è TikTok, non è Instagram e non è WhatsApp. I social network sono soltanto il sintomo più visibile di qualcosa di molto più profondo. La politica triestina continua infatti a pensare che comunicare significhi informare. Ma informare e comunicare non sono la stessa cosa. Informare significa trasmettere una notizia. Comunicare significa costruire una relazione. Per decenni ai partiti è bastato informare, perché esistevano sezioni, militanti, associazioni, sindacati, giornali di riferimento e reti sociali che trasformavano automaticamente l’informazione in consenso. Oggi quelle strutture si sono progressivamente indebolite, ridimensionate o, in molti casi, sono semplicemente scomparse. Eppure una parte della politica continua a comunicare come se esistessero ancora. È qui che nasce il cortocircuito. La politica locale utilizza troppo spesso i social come una versione digitale della vecchia bacheca di partito. Pubblica fotografie di incontri istituzionali, rilancia comunicati stampa, condivide locandine di eventi e dichiarazioni politiche. Ma le piattaforme contemporanee funzionano in modo completamente diverso. Premiano continuità, autenticità, capacità narrativa, riconoscibilità e relazione diretta con il pubblico. In altre parole, premiano chi sa raccontare una storia, non chi pubblica un verbale. A Trieste esistono pagine social politiche che assomigliano spesso a bacheche condominiali digitalizzate. Sequenze infinite di fotografie, inaugurazioni, strette di mano, conferenze stampa e comunicati che riescono in un’impresa apparentemente impossibile: rendere noiosa perfino la politica.
Eppure le piattaforme contemporanee premiano esattamente l’opposto. Premiano la capacità di spiegare, coinvolgere, raccontare e costruire un rapporto continuativo con il pubblico. La differenza può sembrare banale. In realtà è enorme. Perché aprire un profilo TikTok tre mesi prima delle elezioni non significa comprendere TikTok. Così come aprire una pagina Instagram non significa padroneggiarne il linguaggio. Le piattaforme contemporanee non premiano la semplice presenza. Premiano la capacità di costruire una comunità. Ed è proprio questa cultura della relazione che manca. Newsletter strutturate praticamente non esistono. Canali WhatsApp utilizzati in modo professionale sono rarissimi. Podcast politici locali quasi assenti. Community digitali inesistenti. Persino le campagne social appaiono spesso improvvisate e concentrate esclusivamente nei mesi che precedono il voto, come se fosse ancora possibile costruire fiducia nel giro di qualche settimana. Eppure il paradosso è che Trieste, più di molte altre città italiane, conserva ancora una dimensione relazionale che altrove è stata in larga parte travolta dalla comunicazione digitale. Esiste ancora la signora Maria che incontra il consigliere comunale al bar sotto casa. Esiste ancora il commerciante che commenta la politica davanti al banco del pane. Esiste ancora il pensionato che critica ogni mattina il quotidiano locale e poi, puntualmente, lo compra. Esiste ancora una rete di relazioni personali che continua a orientare il voto in modo molto più profondo di quanto molti analisti siano disposti ad ammettere. Per una ragione semplicissima: la signora Maria vota. E spesso convince a votare anche la sorella, l’amica e la vicina di pianerottolo.
Molto più di quanto faccia il professore universitario che lavora a Trieste ma magari non ha neppure la residenza in città. In fondo Trieste è sempre stata una città mediata. Per decenni il dibattito pubblico è transitato attraverso pochi quotidiani, poche televisioni locali e un numero relativamente ristretto di figure politiche e giornalistiche riconoscibili. Era un ecosistema che funzionava. Chi riusciva a conquistare quello spazio raggiungeva gran parte della città. Oggi quell’ecosistema si è frammentato. Le fonti informative si sono moltiplicate, le piattaforme si sono differenziate e il monopolio dell’attenzione non appartiene più a nessuno. Eppure una parte della politica continua a comportarsi come se bastasse comparire sul giornale del mattino per parlare a tutta Trieste. Ed è qui che molti politici locali commettono un errore di prospettiva. Pensano che, siccome il rapporto personale continua ad avere un peso enorme, tutto il resto sia irrilevante. È esattamente il contrario. La politica del futuro non sostituirà il caffè al bar con TikTok. Dovrà saper fare entrambe le cose. Dovrà saper parlare contemporaneamente alla signora Maria e al nipote che passa tre ore al giorno su Instagram. Dovrà saper presidiare il mercato rionale e, allo stesso tempo, costruire una presenza credibile sulle piattaforme digitali. Dovrà comprendere che la carta stampata continua ad avere un peso enorme nella formazione dell’opinione pubblica cittadina e che il quotidiano locale, piaccia o non piaccia, resta ancora oggi uno degli attori principali del dibattito pubblico. Ma dovrà anche comprendere che il mondo nel quale vivono gli elettori è ormai molto più grande.
Il vero problema della politica triestina non è la mancanza di visibilità. È la mancanza di una strategia. Si comunica quando c’è una polemica. Si comunica quando arriva una campagna elettorale. Si comunica quando bisogna replicare a un avversario. Molto più raramente si comunica per costruire una relazione. Eppure la politica contemporanea funziona esattamente al contrario. La comunicazione non è l’ultima fase dell’azione politica. È parte integrante dell’azione politica stessa. Spiegare una scelta, raccontare un progetto, rendicontare un risultato, ascoltare una critica e costruire una comunità attorno a una visione della città non rappresentano attività accessorie. Rappresentano il cuore stesso della politica. Per questo motivo la vera sfida delle comunali del 2027 non sarà soltanto capire chi sarà il candidato migliore. Sarà capire chi avrà compreso per primo che la campagna elettorale non dura un mese, ma cinque anni. E che presenziare ovunque, partecipare a ogni inaugurazione, comparire in ogni fotografia e intervenire su qualsiasi tema rischia spesso di produrre il risultato opposto a quello desiderato. Perché essere ovunque significa molto spesso non essere davvero presenti da nessuna parte. La politica triestina continua a discutere molto di candidati e molto meno di linguaggi. Eppure potrebbe essere proprio qui che si nasconde una delle partite più importanti delle prossime elezioni comunali.
Perché il problema non è stabilire chi avrà il profilo social migliore. Il problema è capire chi sarà capace di costruire una relazione autentica con la città. Chi continuerà a considerare la comunicazione un semplice strumento elettorale probabilmente si accorgerà troppo tardi che gli elettori hanno già cambiato abitudini, linguaggi e luoghi di incontro. La politica triestina continua a parlare come se gli elettori fossero fermi ad aspettarla. Il problema è che gli elettori si sono già spostati. E chi arriva tardi alla fermata non perde soltanto l’autobus. Perde anche i passeggeri. Per questo i partiti dovrebbero smettere di chiedersi soltanto come vincere le prossime elezioni. Dovrebbero cominciare a chiedersi se sono ancora capaci di farsi ascoltare.
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