08.10.2025 – 07.01 – Il nome di ‘Cavana‘ affonda le sue origini nel ruolo del quartiere quale ‘casa‘ dei pescatori: la toponomastica affettiva qui presente abbonda infatti di riferimenti al pesce, al mercato (vecchio) e al sale. Il nome, nel dialetto veneto, indica un rio artificiale o un canale; tuttavia può anche significare un ricovero coperto per le barche. I pescatori della Tergeste d’un tempo avevano quale unica ricchezza le proprie barche e la ‘Cavana’ era il loro rifugio, da ‘cavànea’ o ‘cavus‘.
Ettore Generini, oltre ad accennare l’improbabile possibilità di una cava di pietra dalla quale far derivare il nome, avanzava già nel 1884 proprio quest’ipotesi: “Altri forse con maggiore verosimiglianza vorrebbero che il nome le derivasse da qualche picciol seno o ricurva che avrebbe fatto il mare nelle sue vicinanze, nel quale avrebbero trovato ricovero le piccole barche pescherecce. E l’ipotesi non mancherebbe di certa attendibilità quando si rifletta che anticamente il mare s’inoltrava in qualche parte verso città, ben più addentro delle attuali rive, e giungeva fin presso alla chiesa fuori di Porta Cavana che si chiamo perciò appunto di Madonna del Mare“.
L’accezione in ogni caso è presente fin dal tardo Medioevo, in compagnia del più noto mercato, del Riborgo e del Castello.
Lo Squero Vecio
Cavana conobbe in tal senso una naturale trasformazione tra settecento e ottocento quando la crescita della città-emporio modificò le povere abitazioni dei pescatori, modernizzando il quartiere. In particolare, tra fine seicento e inizio settecento, a fianco del Mandracchio, era operativo lo Squero Vecio o di San Nicolò, afferente all’omonima Confraternita. Oggigiorno sarebbe rintracciabile nell’area dell’odierno Palazzo della Regione, ex Lloyd, dove ancora sopravvivevano un tempo i resti del porticciolo romano. Lo Squero precedette le grandi costruzioni navali ottocentesche e fu il terreno di formazione di quell’Odorico Panfilli che catapultò poi nella modernità l’industria cantieristica triestina.
La Night Town
Tuttavia, specie a partire dalla seconda metà dell’ottocento, Cavana cambiò ancora aspetto e assunse quei contorni propri del retro porto ‘sporco’ di una città in fase di grande espansione demografica, sociale e industriale. Risale pertanto all’altrimenti sessuofobica età vittoriana il ruolo di Cavana quale joyciana Night Town dove osterie, bordelli e caffè-concerto si disputavano i corpi di marinai, soldati e viaggiatori in congedo. Le orripilate descrizioni di un Silvio Benco o, ancor più, dei giornali locali di inizio secolo tratteggiano questo mare di corpi sudati e spinti da pulsioni primordiali che, in un dedalo di viuzze e androne decrepite, soddisfacevano desideri vietati dalla morale borghese. Non sorprende che simili “postriboli di pubblica insicurezza” affascinassero a tale livello James Joyce.
Il canto del cigno del GMA
Questo ruolo di Cavana sopravvisse al passaggio all’Italia e ancor più all’ascesa del fascismo, trovando nuovo vigore negli anni del Governo Militare Alleato, quando Cavana visse il suo canto del cigno quale ‘luogo di perdizione’ per i soldati anglo-americani. Tra gli anni Settanta e Ottanta il fascino di Cavana con lentezza trasecolò man mano che l’emergenza droga e lo stato di abbandono degli edifici cancellavano ogni residuo romanticismo. La farmacia Serravallo, oggigiorno tra le più fiorenti del quartiere, valutò negli anni Novanta se spostare l’attività presso il Giulia; e l’area, fino al recupero col piano Urban, era considerata malfamata.
La normalizzazione di Cavana
La trasformazione, nel contesto della Barcolana, del quartiere in ‘Borgo Cavana‘ certifica la sua ‘normalizzazione‘: esorcizzati i fantasmi impudichi dell’otto-novecento, è possibile ora romanticizzarli, trasformarli in un’attrazione turistica.
Largo allora al borgo dei pescatori, nonostante i pescherecci siano ormai scomparsi nel mar Adriatico; largo al borgo degli artisti, nonostante gli affitti e gli immobili siano tra i più costosi a Trieste; e spazio ai piccoli commercianti, nonostante proprio la turisticizzazione di Cavana abbia portato alla chiusura di molti di essi, avendo perso i clienti autoctoni.
Passeggiando a Cavana, con l’eccezione di alcuni locali quali ad esempio Chocolat e l’Ottica Avanzo, l’impressione rimane quella di una qualsiasi via turistica nelle città dell’Istria o nelle città culturali italiane. La colpa non risiede certo nella Barcolana, la quale anzi col ‘Borgo Cavana’ ha offerto la possibilità agli esercenti di partecipare alla regata e di offrire prodotti ad hoc. Rientra però in un generale trend in atto da decenni dove predomina un laissez-faire che, in assenza di interventi esterni, favorisce il settore ristorativo e i negozi di chincaglierie, a discapito dei locali storici. La speranza è che, con Borgo Cavana, il quartiere torni a scommettere sulla qualità dell’offerta.
[z.s.]


