Natale a Trieste cent’anni fa, uno sguardo alla ‘pantagruelica mangiata’ del 25 dicembre 1924

25.12.2024 – 07.01 – Quale fu l’atmosfera del Natale di Trieste del 1924? Nascosti sotto i grandi titoli della prima pagina dei quotidiani, dominati dalle preoccupazioni per i conflitti nei Balcani e dalla riforma elettorale voluta da Mussolini, trapelava la Trieste popolare, animata da massaie in cerca dell’ultimo ingrediente per il pranzo di Natale, di impiegati in cerca di un regalo per la propria fidanzata, di gruppi di monelli che scorrazzavano per le strade. Scorrendo i giornali tra il 23 e il 24 dicembre 1924 si apprende ad esempio come il luogo d’elezione per la vendita degli alberi di Natale fosse Via Fabio Severo, descritta dall’edizione del mattino del Piccolo come “un verde parco di pini” dove “in un giorno se ne sono venduti quasi mille!”. Deserte invece le chiese; “la Messa di mezzanotte è un po’ fuori programma da qualche decennio” racconta l’anonimo cronista. In generale, concordavano le testate, i triestini affollavano la Pescheria con “i soliti commenti sui prezzi alti del pesce che si deve comperare a tutti i costi, perchè la tradizione così esige” e le macellerie che “segneranno il record della ricchezza”.
Le ultime pagine dei fogli dell’epoca sono in tal senso i più interessanti, perchè mostrano gli aspetti meno festosi del Natale: la Società degli amici dell’infanzia donava all’epoca oltre mille capi di vestiti e calzature a scolare e scolari poveri, alla scuola Morpurgo, a Chiarbola, venivano invece distribuiti grazie al lascito della Baronessa Nina de Morpurgo 50 paia di scarpe e 30 vestiti agli scolari più indigenti, alla scuola De Amicis di San Vito vi fu una festa dell’albero per gli “studenti diseredati” e infine non mancava un “albero pro figli di disoccupati”. Gesti di beneficenza che tuttavia, analizzando i numeri, dimostravano una perdurante povertà in strati della popolazione triestina.

L’accento in generale rimane però sulla “pantagruelica mangiata”, con ricche descrizioni delle vetrine del tempo: sempre dal Piccolo si legge che “già da giorni le mostre delle macellerie e delle salumerie si sono inghirlandate di lauro, perchè il grasso ‘dindio’, il gonfio cappone, l’umida oca si presentino alla golosa umanità sotto il più appetitoso degli aspetti”.
Sotto il profilo dolciario “si sentono gli odori più strani che colpiscono in volto come schiaffi: la città pare trasformata in una immensa friggitoria: ‘fritole’, ‘rafioi’, ‘crostoli’, ‘putize’ e ‘strucoli’ si manipolano in ogni casa”.
Emerge una figura ‘eroica’ di queste narrazioni ed è, con tono paternalista, la massaia, descritta come “martire sorridente”. Questa mitica figura contratta il prezzo della carne dal macellaio, riempie le sporte della spesa di “seduzioni alla gola” nelle pasticcerie, si aggiudica l’ultimo carico di pesce giunto alla Santa Maria del Guato.
“Sembrano le provviste necessarie a sfamare una compagnia di Alpini – si stupisce il cronica del Piccolo – e non si tratta che del necessario da far figurare sulla tavola di una modesta famigliola che non vuol sfigurare”. E la dolce metà? Mariti e fidanzati provvedono alla componente alcolica, acquistando “qualche bottiglia di liquore e il mandorlato”.

[z.s.]

Zeno Saracino
Zeno Saracinohttps://www.triesteallnews.it
Giornalista pubblicista. Blog personale: https://zenosaracino.blogspot.com/

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