“Santa Maria del Guato”: storia delle Pescherie di Trieste

13.10.2018 – 09.55 – Il mercato del pesce di Tsukiji, a Tokyo, considerato tra i più antichi al mondo, ha definitivamente chiuso i battenti la scorsa settimana: lo stabilimento, risalente al 1935, ma dalle radici rintracciabili nell’era Tokugawa e nel XVII secolo, verrà trasferito a Tohosu in un’area ex novo.
Se la costruzione della pescheria è stata ritenuta necessaria per ragioni igienico-sanitarie, nella realtà l’appuntamento delle Olimpiadi del 2020 ha giocato un ruolo fondamentale: la vecchia area di Tsukiji, infatti, verrà rimpiazzata da un gigantesco parcheggio connesso alla nuova autostrada progettata per il Villaggio Olimpico.
La chiusura del mercato ittico giapponese riflette la perdita di un’identità storica, ma nel contempo i diversi problemi riscontrati nella nuova zona di Tohosu costituiscono anche e soprattutto un danno economico per quanto rimane un’industria d’importanza fondamentale per il Giappone.
Secoli fa, tra Settecento e Ottocento, l’industria ittica era altrettanto importante per Trieste, la quale fino alla crescita sotto l’Austria con l’interessamento di Carlo VI d’Asburgo, aveva proprio nell’attività dei pescherecci uno dei suoi (magri) ritorni economici.

Vecchia pescheria, aprile 1913, di Pietro Opiglia

La prima pescheria di Trieste risale agli inizi del ‘700: era situata presso il Molo della Porporella, in seguito noto come Molo della Sanità e infine Molo Bersaglieri. Le fonti posizionano la pescheria nella zona della “spiaggia dei pescatori”, vicino al “Fontego del Sale”, dove si trovava una porta muraria significativamente chiamata “Porta Pescheria”.
Il mercato fu successivamente trasferito nel 1830 in un edificio presso Via del Pesce e Via della Pescheria, di proprietà di Carlo d’Ottavo Fontana: la costruzione, sopraelevata a questo scopo d’un piano, ospitava al pianoterra il mercato, con i banchi di vendita e le bilance.
Verso il 1866 il mercato del pesce fu nuovamente spostato, stavolta dove sarebbe poi sorto il palazzo del Lloyd: era un luogo finalmente spazioso, con tre file di banchi per esporre il pesce, affollato da una moltitudine di acquirenti, provenienti tanto dal popolino, quanto dalla borghesia.
Il quarto trasferimento, causato dalla crescita demografica e conseguente fervore edilizio di Trieste, avvenne nel 1878, quando il mercato venne ospitato dentro un edificio situato tra Via della Stazione (ora Corso Cavour) e la parallela Riva del Sale. Era una costruzione bassa e rettangolare con finestrelle ad arco acuto e quattro grandi archi d’accesso disposti uno per lato.
Il rivenditore disponeva all’interno di grandi banchi di pietra, addossati alle pareti, dove esporre il pesce in vendita, mentre per riporre la mercanzia utilizzava appositi armadi di legno.
Il pescato proveniva non solo dalle zone locali, ma soprattutto dall’Istria, dalla Dalmazia e persino da Chioggia e Corfù. I pescatori lo rivendevano in blocco agli intermediari, i “padroni della terra”, incaricati poi della vendita al pubblico. C’erano norme igieniche a fine ottocento piuttosto rigorose, che andavano dall’etichettare ogni singolo tonno, al divieto di vendere il pesce senza testa e branchie, fino all’utilizzo di bilance di metallo senza rame o zinco, con i piatti forati.
Il mercato triestino non si limitava a vendere localmente, ma riforniva anche le città dell’Austria-Ungheria; dal principale porto dell’impero ogni giorno ingenti carichi partivano alla volta di Vienna e delle grandi città dell’entroterra, a bordo di appositi vagoni merci pieni di ghiaccio.

A questo riguardo, proprio a Trieste, si sperimentò nel 1897 una soluzione assai originale: vagoni “acquario”, capaci trasportare il pesce “vivo”, anche a lunghe distanze.
L’idea, formulata dall’Ehrenberg&Co, una ditta tedesca di Berlino, prevedeva due vagoni appositi.
Il primo, dalle dimensioni di una carrozza letto, conteneva quattro casse di metallo, dalla capacità di undici metri cubi d’acqua ciascuna, destinate a contenere il pesce. Il secondo invece prevedeva una pompa a vapore e due macchine, rispettivamente per l’ossigenazione dell’acqua e per il suo filtraggio.
Il primo di questi trenivivaio” partì il 22 aprile 1897, alle ore 18, tra la curiosità dei triestini.
Dopo pochi viaggi si scoprì ben presto come il problema non fosse la tecnologia – un’ardita sperimentazione per l’epoca – quanto piuttosto la terribile difficoltà nel catturare i pesci e trasbordarli vivi dal contenitore del peschereccio a quello del vagone. I costi sopravanzavano di gran lunga qualsiasi vantaggio derivasse dall’avere il pesce fresco. Si tornò presto a usare il ghiaccio, prima di procedere con i vagoni frigorifero nel corso del novecento.

Pescheria Nuova (interni), dal sito La Grande Trieste: 1891-1914.

La costruzione dell’Ex Pescheria Nuova risale agli inizi del ‘900, quando il Comune di Trieste si accordò con il Ministero del Commercio e delle Finanze dell’Austria per cedere le zone dove si sarebbe espanso quant’era all’epoca il Porto Nuovo e oggigiorno è il Porto Vecchio.
Tra i territori persi dalla città, c’era anche la pescheria del 1878: il Governo prometteva in cambio un’area nuova di zecca di 3200 metri quadrati, libera da vincoli o tasse, dove edificare un nuovo mercato del pesce.
Il progetto cadde nel dimenticatoio, perché l’area destinata al Comune venne utilizzata dal governo per costruirci il Magazzino Vini (1903); appena cinque anni dopo, nel 1908, Vienna concedeva a Trieste di costruire una nuova Pescheria nella zona tra il molo Pescatori e il molo Venezia.
Il progetto venne infine realizzato nel 1913, appena a un anno di distanza dalla Prima Guerra Mondiale e dal conseguente crollo di quell’Austria che aveva dapprima ostacolato e in seguito finanziato la costruzione. La Pescheria viene pertanto considerata uno degli ultimi, grandi edificiasburgici” prima del conflitto mondiale.
Sotto la guida dell’ingegnere Giorgio Polli e con l’impresa Mazorana e Comel, la “Pescheria Nuova”, collocata sull’attuale Riva Nazario Sauro (all’epoca Riva dei Pescatori), era in realtà un vecchio progetto.
L’edificio seguiva infatti le linee programmatiche formulate da una sottocommissione tecnica per il concorso d’una pescheria coperta del 5 giugno 1868. Tra i 12 progetti, gli esaminatori avevano preferito uno dal titolo “Una figura di donna cogli emblemi della pesca”.

Gli atti tavolari del Comune di Trieste contengono le osservazioni della sottocommissione, che rilevava la bellezza generale del progetto: “Anzitutto dovette tributare ad unanimità un elogio alla bella maniera e al buon gusto con cui è svolto il tema, alla eleganza dell’insieme, alla gentilezza dei dettagli“.

La pescheria era progettata con un occhio alla funzionalità e all’igiene, come voleva il clima positivista dell’epoca e la legge austriaca: “Trovò pure plausibile la progettata costruzione delle tavole per i venditori fissi, le quali sono incavate in modo da permettere la conservazione del pesce, volendolo, sempre nell’acqua e sono munite inferiormente di una vasca, nonché di due rubinetti uno sopra ed uno sotto“.

Purtroppo, non mancavano i difetti, a partire dalla disposizione poco pratica dei banconi e delle colonne: “Al contrario però della loro costruzione, la disposizione delle panche stabili (benché molto facilmente correggibile) è tale da non concedere ad ogni venditore che un posto largo 1′ 10” dietro al suo tavolo; oltre a ciò, al comodo affacciarsi dei compratori a questi tavoli ed alla loro circolazione riuscirebbero di non trascurabile inceppamento le colonne sorreggenti la navata principale, inconvenienti del resto tutti eliminabili collo spostamento delle panche.
Poco opportuna è altresì la posizione assegnata ai cessi nello spazio centrale, cioè nel migliore punto del mercato“.

Pescheria Nuova dell’architetto Giorgio Polli : in costruzione, ottobre 1911-agosto 1913, di Pietro Opiglia

La pescheria effettivamente costruita presentava una pianta a tre navate, con due file di sei colonne a base quadra; annessa alla costruzione c’era una torre dall’aspetto di un campanile. Questa aveva in realtà la funzione di contenere (e camuffare) l’impianto di distribuzione di acqua salata ai banconi di pietra per la vendita del pesce.
Come ai giorni nostri con il “ponte curto”, la cittadinanza non esitò a battezzare la Pescheria, dalle notevoli dimensioni, “Santa Maria del Guato”. Oltre all’aspetto “ecclesiale” dell’edificio, il Guato è il nome del ghiozzo, un pesciolino dell’Adriatico; è evidente la fortissima ironia.
L’edificio, nonostante la struttura classica, può comunque essere inserito nella tradizione architettonica triestina d’inizio secolo, specie per il suo ricco impianto decorativo: colonne doriche, binate, le lesene, il pronao, le grandi arcate e le plastiche ornamentali.
Mentre la struttura portante è fatta di cemento armato, le grandi vetrate sagomate nella forma di campate rettangolari decorate consentono all’edificio un’ariosità e una luminosità straordinaria. I riquadri presentano dei bassorilievi realizzati dagli artisti liberty della Triest. k.k. Staatgewerbeschule: conchiglie, tritoni, granchi e prue di navi.
Come la Centrale Idrodinamica (1889), il Gasometro del Broletto (1901) e la Sottostazione Elettrica di Riconversione (1913), questo genere di edifici colpisce per la perfetta fusione tra bellezza architettonica e funzionalità. L’edificio funzionava egregiamente come pescheria, ma nel contempo restava elegante e piacevole. Il sistema delle vetrate e la generale “ariosità” degli interni ricordavano un edificio pubblico e nello specifico una stazione ferroviaria, impressione quest’ultima confermata dalla pensilina d’ingresso.

Il mercato del pesce di Amburgo, ingresso.

La Pescheria, sopravvissuta alla Prima Guerra Mondiale, restò in funzione sotto l’Italia e passata indenne anche al secondo conflitto mondiale, rimase in attività fino agli Novanta del novecento.
L’idea di fondo, ovvero centralizzare la vendita del pesce in un unico edificio, risultò sempre più anacronistica cogli anni, man mano che il mercato ittico diminuiva i suoi introiti e si trasferiva nelle diverse fiere rionali. Già nel 1964 risultavano appena una settantina di rivenditori nell’edificio, mentre nel 1998 solo sette continuavano a vendere pesce.
La struttura fu dimessa nel 2006, quando venne trasformata nel “Salone degli Incanti”: arguto gioco di parole tra la bellezza della pescheria restaurata e il nome del luogo dove il pesce fresco andava all’asta la mattina, ovvero “all’incanto”.
Come osserva un attento studio di Nicoletta Zanni, la Pescheria non è mai riuscita a trasformarsi in un grande polo espositivo, dove “divulgare gli incanti”, come annunciato nell’inaugurazione. A più di un decennio di distanza, il salone ha ospitato un’ininterrotta successione di mostre, ma è innegabile come lo spazio risulti ancora troppo grande, troppo vasto per venire sfruttato adeguatamente dalle diverse esposizioni.
Il salone, nonostante tutti gli sforzi rilevati dalla Zanni, continua a mancare di una chiara identità.
La soluzione forse consisterebbe nel guardare ai Porti del Nord e a simili esempi di recupero storico-architettonico. La Pescheria ottocentesca di Amburgo, sull’Elba, si presenta nella struttura architettonica identica a quella di Trieste; eppure il suo recupero e reintegro nella città è stato possibile non solo perché ospita diverse mostre e manifestazioni culturali, ma anche e soprattutto, perché continua a funzionare come mercato ittico.
Come l’edificio stesso coniugava nel 1913 funzionalità e bellezza, così il recupero della Pescheria di Trieste dovrebbe allora fondere bellezza (le mostre) a pragmatismo (il mercato ittico).