26.04.2024 – 07.28 – “Nella fase finale della Seconda Guerra Mondiale le province del confine orientale non furono liberate come il resto d’Italia dalle truppe anglo-americane, bensì arrivò il IX Corpus dell’Esercito di Liberazione jugoslavo e si trattò di una “liberazione” cruenta che la città di Zara aveva già sperimentato nel novembre del 1944 e che a Gorizia, Trieste, Fiume e in Istria si manifestò dal primo maggio (entrata a Trieste delle avanguardie jugoslave) al 12 giugno 1945, allorchè entro in vigore l’accordo di Belgrado con cui veniva fissata una linea di demarcazione provvisoria in attesa della conferenza di pace”. Lo ricorda Lorenzo Salimbeni dell’Anvgd in uno scritto apparso nei giorni scorsi anche sulle pagine della stampa locale.
“In questi Quaranta giorni – prosegue Salimbeni nel suo ricordo – si attuò un’epurazione politica che non riguardò solamente ex fascisti o collaborazionisti dei nazisti ma anche rappresentanti della società civile, funzionari pubblici, forze dell’ordine, ex partigiani antifascisti ma sinceramente patriottici: le liste di proscrizione redatte da informatori locali (tanto sloveni e croati quanto italiani) indirizzarono l’Ozna a sequestrare tutti coloro i quali si opponevano all’annessione di queste terre alla nascente Jugoslavia comunista di Josip Broz “Tito”. Processi sommari, eliminazioni nelle foibe, deportazioni in campo di concentramento a marce forzate, detenzione in condizioni terrificanti e migliaia di vittime di cui non si è saputo nemmeno dove fossero state sepolte: la popolazione italiana doveva restare priva di punti di riferimento, vivere nel terrore del nuovo regime e prendere atto dell’annessione. Inglesi e americani, al di là degli impegni presi con il Regno d’Italia in sede armistiziale, erano tuttavia interessati al porto di Trieste e ai collegamenti verso l’Austria, perciò imposero a Tito di ritirarsi oltre la Linea Morgan (dal nome dell’ufficiale britannico che la propose). La Zona A così definita comprendeva Trieste, Gorizia e l’enclave di Pola in Istria ed era sotto Amministrazione Militare Angloamericana; sulla Zona B (entroterra di Trieste e Gorizia, l’Istria e Fiume) vigeva l’Amministrazione Militare Jugoslava. In base al diritto internazionale tale forma di controllo non ledeva la sovranità italiana fino a quando non sarebbe stato definito un nuovo confine internazionalmente riconosciuto e le autorità militari avrebbero dovuto garantire l’ordine pubblico, l’incolumità dei cittadini ed il mantenimento delle istituzioni italiane. Se nella Zona A ciò sostanzialmente avvenne, nella Zona B si avviò un violento processo finalizzato all’annessione alla Jugoslavia, a partire dall’imposizione di una nuova valuta, la “Jugolira”“.
L’improvvisa introduzione di questa moneta generò panico nella popolazione istriana, riducendo molte famiglie alla povertà e provocando una delle poche rivolte contro il governo della Zona B. Si trattò di una serrata dei negozianti di Capodistria, appoggiati da tutte le forze politiche e sociali della città. Esso si concluse con un’azione di forza degli jugoslavi, che organizzarono la calata di un paio di migliaia di uomini del contado, aizzandoli contro i capodistriani dipinti come inequivocabilmente nazionalisti e contrari ai nuovi poteri popolari. Decine di negozi vennero devastati, e due commercianti, Angelo Zarli e Francesco Reichstein, vennero uccisi in piazza, danzando infine il kolo attorno ai loro corpi.
Economicamente questa valuta non aveva potere d’acquisto al di fuori della zona B, ma venne resa obbligatoria la conversione da lire italiane a “jugolire”, con un cambio forzoso di 1:1, delle valute in lira italiana portate da chi provenendo dalla Zona A entrava nella zona B giuliana, permettendo in tal modo la raccolta, da parte delle autorità jugoslave, di valuta relativamente pregiata. Al contempo, si troncò il secolare rapporto fra l’Istria nordoccidentale e la città di Trieste.


