‘Extravacat’ di Marija Milic, il nuovo brand che celebra l’arte del marbling

27.10.2023 – 15.00 – Un’atmosfera nostalgica e un forte richiamo a colori audaci che strizzano l’occhio alla cultura underground e psichedelica racchiudono l’essenza di ‘Extravacat’, nuovo brand nato con Marija Milic, 29enne, grazie alla scoperta – in pandemia – di una passione che l’ha coinvolta fin da subito, rendendola viva: il cucito.
Dal primo approccio con quest’attività manuale nel 2021, in Argentina, si è consolidato un progetto a Trieste che si distingue per la ricerca di un approccio innovativo ed originale. Dal marbling, una tecnica di decorazione su stoffa che gioca con i colori simulando un effetto marmorizzato, il brand prende vita e comunica attraverso lo stile i suoi valori identitari come la bellezza contenuta nella diversità e la fascinazione per attitudini stravaganti. Dal negozio e laboratorio artigianale di via della Madonnina 5/B, si scorge l’ideatrice di ‘Extravacat’, Marija Milic, pronta ad aprire le porte di un mondo rimasto fermo agli anni ‘80 e ‘90, ma con il coraggio di sperimentare un “artigianato dal processo lento” nel presente.

Entriamo nel vivo delle tue scelte artigianali. Cosa si intende con la tecnica artistica del ‘marbling’ che caratterizza tutte le tue creazioni?
“Il marbling è il punto focale del mio lavoro artistico; ho voluto spingermi al di là del cucito di capi o accessori perchè l’originalità è un aspetto a cui tengo molto. All’inizio della mia ricerca, mi sono imbattuta in diversi metodi artigianali per stampare le stoffe, dalla serigrafia al linoleum. La tecnica che, però, mi ha rapita fin da subito è stata il marbling. Ha una storia antichissima, nasce nell’anno 1000 in Giappone dove veniva chiamata ‘suminagashi’; in quel caso si usava l’inchiostro sulla carta di riso per ottenere dei pattern in bianco e nero. Da lì, il marbling si è diffuso in Medio Oriente dove la resa era soprattutto su carta e seta. Con ‘Extravacat’, invece, ho deciso di riprendere questa tecnica del passato, rivisitandola: scelgo colori sgargianti da depositare, goccia dopo goccia, in una vasca gelatinosa. Come stoffa per le creazioni, invece, uso il cotone: una scelta ancora poco comune nel mondo ma che tiene conto di una particolarità del marbling, tecnica applicabile solo su fibre naturali come il cotone, la seta o la lana.”

Showroom ‘Extravacat’, via della Madonnina 5/B

Il rifiuto del poliestere che lo stesso marbling racconta è, forse, indice di una tua particolare sensibilità verso le tematiche ambientali?
“Sì, credo che puntare alla sostenibilità dei prodotti che si propongono sia la chiave giusta, scorgo lì il nostro futuro. Il progetto di ‘Refashion’ che ho iniziato da poco si inserisce in questo quadro; spingo al riutilizzo di capi di seconda mano delle persone intervenendo sulla stoffa, con l’intento di ridare nuovo vigore all’abbigliamento. L’idea di fondo è offrire un servizio di modifica di capi o accessori esistenti negli armadi nelle persone per creare un prodotto attento all’ambiente, ma che non scenda a compromessi stilistici.”

E il nome del brand ‘Extravacat’, invece, da dove nasce?
“È un gioco di parole, all’interno se ne possono riconoscere tre che mi rappresentano: extravagant, extraterrestre e gatto. Con la prima, mi lego al concetto di stravaganza che distingue l’identità del brand. Personalmente, ammiro le persone che non si interessano dei giudizi altrui; con il brand mi rivolgo, infatti, alle persone bizzarre che non si incasellano in categorie prestabilite. Le altre due parole, invece, raccontano delle mie passioni. Ho un particolare amore per i gatti, li ritengo degli animali nobilissimi e indipendenti e che non si vendono per avere degli affetti intorno. Extraterrestre si lega, poi, ad un fascino per l’universo, ma anche ad un mio particolare senso di non appartenenza ai luoghi che abito.”

Il senso di non appartenenza ad un luogo è un concetto molto forte. Si lega ad un vissuto personale particolare?
Trieste è casa mia da sempre, sono nata qui, ma tutta la mia famiglia è serba; sono un’immigrata di seconda generazione e credo che questa mia caratteristica abbia contribuito a limitare un mio senso di appartenenza ai luoghi. Fin da piccola, avevo la sensazione di crescere in una ‘famiglia’ che non mi voleva riconoscere fin da subito; ho ricevuto la cittadinanza appena a 18 anni. Oggi, però, quella diversità che mi aveva creato dei disagi durante l’adolescenza, l’ho accettata e penso sia una fonte di ricchezza; mi sento di rivendicarla con orgoglio. ‘Extravacat’ parla anche di questo, di vissuti e cambiamenti”.

‘Extravacat’ ha segnato, infatti, un momento di svolta nella tua vita. Qual è stato lo scacco matto che ti ha spinto ad aprire il tuo showroom e laboratorio?
“Tutto è avvenuto in modo molto veloce, in pandemia ho riflettuto a lungo su quello che mi faceva stare bene e ho capito che, fino a quel momento, tutte le mie scelte erano state direzionate dal prossimo o da pressioni sociali. Con il cucito, in Argentina, sono riuscita, invece, a sentirmi viva a 25 anni; prima non avevo una passione e ne soffrivo: le passioni servono per farci sentire vivi. Fino a quel momento, viaggiavo per il mondo dopo un percorso di studi nel campo dell’enologia, ma sentivo di recitare un copione. Con il 2021 ho approfondito l’attività del cucito, fino al momento che ha svoltato il corso di tutti gli eventi: la candidatura ad un bando europeo finanziato da Invitalia che dava la possibilità ai NEET di aprire un’attività. Ho scoperto con grande emozione di essere stata selezionata nel febbraio 2023 e, dopo 3 mesi, ‘Extravacat’ aveva un suo posto nel mondo, a Trieste, in Largo Barriera. Con questo progetto, sento di essere nel posto giusto; per la prima volta provo un senso di appartenenza che non ho mai sentito in nessun luogo.”

Entriamo ora nel tuo laboratorio. Quali sono le fasi coinvolte nel processo “artigianale dal processo lento”?
“Come prima cosa, la tela bianca va lavata con il sapone naturale e mordenzata – una fase necessaria dove si cuoce la stoffa con un sale particolare; si prosegue poi con l’asciugatura e la stiratura della tela. A quel punto, si arriva alla preparazione della stampa: i colori vanno diluiti controllandone le densità in modo che, durante l’attività del marbling, galleggino sulla gelatina. Si prosegue, così, con la fase più giocosa e divertente del marbling che prevede di depositare le gocce di colore sulla superficie gelatinosa, ma non finisce qui. Gli ultimi passaggi prevedono la stampa, l’asciugatura e il lavaggio della tela per rimuovere gli eccessi di gelatina, fino alla fissazione del colore a caldo.”

Vasca per la tecnica del marbling

Tornando al tuo stile. Ti ispiri a qualche mondo nello specifico?
“Mi ispiro molto agli ambienti underground, con un’attenzione particolare al mondo degli anime e dei fumetti; Sailor Moon è uno dei miei cartoni preferiti da sempre.
I colori giocano, poi, un ruolo fondamentale. La regola che seguo, in linea generale, per il loro abbinamento è l’unione di due colori simili ed uno complementare. Mi lascio, però, ispirare anche dai suggerimenti sui social perchè mi affascina il processo di co-creazione in cui ognuno possa esprimersi; realizzo un prodotto in un’ottica comunitaria. Mi baso su colori neon e fluo, ma sono aperta ai suggerimenti.”

E con il tuo brand ti rivolgi, invece, a qualcuno in particolare?
“Il mio pubblico principale sono giovani e giovanissimi, anche perchè ho notato che in Italia l’artigianato si rivolge soprattutto agli over 45. Tuttavia, il progetto non esclude nessuno: accolgo con piacere tutti coloro che amano essere fuori norma, esuberanti e giocosi. Come brand di streetwear, inoltre, ‘Extravacat’ si pone in comunicazione con il mondo degli skater e dei roller skater.”

Domanda di rito per concludere, dove ti vedi nel futuro?
“Sono molto ottimista; vorrei trovare uno spazio più ampio dove poter appendere le stoffe. Nel futuro prossimo, invece, sto progettando di iniziare alcuni laboratori per insegnare questa tecnica artistica senza tempo che intreccia antichità e modernità.”

[m.p]

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