27.05.2023 – 20.58 – Aleksandar Vucic, presidente della Repubblica di Serbia, si è dimesso dalla carica di capo del partito SNS (Srpska Napredna Stranka), il Partito Progressista Serbo al governo del paese, proprio con Vucic, dal 2012. L’intenzione era stata annunciata qualche giorno fa, e la notizia, per l’Italia, è importante, data la rilevanza del vicino paese nello scenario dei Balcani e più in generale dell’Unione Europea prossima futura. Eppure non guadagna le prime pagine dei quotidiani, dove vincono il festival di Cannes, Zaporizhzhia e l’offensiva di primavera di Kiev, e l’assenza di Lukashenko dalla scena. In Serbia, Vucic rimane alla guida della nazione, anche se non più del governo e del partito, questo l’annuncio; ma apre alle ipotesi di riforme e di compromessi che seguono la necessità di maggior unità interna. Vucic se ne va dopo le proteste – l’ultima delle quali, la quarta in poche settimane nonostante il maltempo e la pioggia, ha portato in strada di nuovo migliaia e migliaia di persone – contro il suo governo sollevatisi a seguito delle due stragi di questo mese: un governo che non piace ai giovani e che per i manifestanti è responsabile di aver favorito una cultura della violenza e quindi indirettamente dei diciotto morti (compresi, ed è stato questo a scatenare orrore, i bambini della scuola di Belgrado, caduti sotto i colpi di uno studente appena adolescente: all’ordine del giorno purtroppo negli Stati Uniti, ma in Serbia non era mai successo prima). C’è bisogno – così Vucic che rimane nel partito e lascia il posto di capo a Milos Vucevic, attuale ministro della Difesa – di una nuova Serbia, “che si concentri sui suoi cittadini, per un paese che non guardi alle ragioni di divisione ma a quelle di unione e solidarietà”: un atto che è un po’ una secchiata d’acqua gelida su chi, fra gli osservatori stranieri, solo pochi giorni fa aveva predetto che in fondo nulla sarebbe successo e che le cose importanti nei Balcani erano ben altre.
Anche se il benaltrismo lascia spesso a bocca asciutta, a dire la verità, di altre cose importanti nella regione ce ne sono. Proprio ieri Aleksandar Vucic, attraverso una dichiarazione ufficiale diffusa alla televisione di stato, ha comunicato di aver innalzato il livello di preparazione e di allarme dell’esercito serbo, spostandone reparti al confine con il Kosovo. Proprio Vucevic, ora nuovo capo del partito di maggioranza, ha dichiarato che la decisione di muovere truppe al confine è stata presa in risposta alle azioni terroristiche contro la comunità serba del Kosovo: Vucic ha chiesto l’intervento delle forze di pace NATO per proteggere i cittadini di etnia serba dalla polizia kosovara, e a sua volta la polizia kosovara ha confermato di aver rafforzato la propria presenza nel nord, compresa la città di Mitrovica, in risposta a proteste serbe e per salvaguardare i diritti delle comunità dell’etnia purtroppo sempre più contrapposta, quella albanese. Sono volati gas lacrimogeni, e notizie non confermate parlano di colpi d’arma da fuoco. I due governi si scambiano accuse reciproche: nel frattempo gli elicotteri NATO si sono alzati per davvero e le forze di pace hanno fatto intervenire veicoli blindati per il presidio di punti strategici. Il segretario di Stato americano Antony Blinken ha condannato l’azione della polizia kosovara di venerdì, presa, così nella sua nota, contro le indicazioni USA: “Chiediamo al Primo ministro Albin Kurti di invertire la rotta e a tutte le parti in gioco di astenersi da altre azioni che possano infiammare le tensioni e favorire il conflitto”. Una situazione esplosiva scatenata dal tentativo di Pristina di aumentare il numero di sindaci albanesi nei quattro capoluoghi settentrionali del Kosovo, peraltro favorita dall’astensione dei serbi dal voto; tentativo che all’America non piace. Dopo il conflitto scoppiato nel 1998, quando i separatisti albanesi rinnegarono l’autorità di Belgrado e la Serbia rispose con la forza fino all’intervento della NATO l’anno successivo, una soluzione che dava autonomia all’etnia serba era stata inserita negli accordi del 2013 proprio fra Pristina e Belgrado stessa; il Kosovo, che è una nazione riconosciuta dagli Stati Uniti e dalla maggioranza delle nazioni europee (fra le quali l’Italia) ma non da Russia e Cina, l’ha però poi rigettata, la Serbia non intende accettare vie di mezzo e da dieci anni ormai sia l’Unione Europea che gli Stati Uniti stanno spingendo le due parti verso un nuovo accordo, in particolare dopo lo scoppio della guerra in Ucraina, ma finora niente da fare.
Il mandato di Aleksandar Vucic, rieletto già due volte (nel 2017 e nel 2022), terminerà nel 2027, e la sua intenzione sembra quella di creare una forza politica di intesa più larga che stia al di sopra dell’SNS stesso, che ha, in parlamento, una solida maggioranza. Vucic è, già da tempo, un capo contestato: accusato di avere un passato da ultranazionalista e troppo vicino ai ‘falchi’ della nazione nelle guerre degli anni Novanta, è stato fortemente criticato, nel corso dei suoi primi mandati, per gli attacchi alle libertà individuali e soprattutto a quella di stampa. Negli anni però la sua politica è cambiata, aprendosi all’Unione Europea anche attraverso la forte collaborazione con l’Italia, sposando sempre di più politiche moderate e mantenendo l’adesione all’UE come obiettivo strategico, pur senza compromettere i rapporti, molto stretti, con la Cina e con la Russia, alleata di sempre. Un delicato gioco d’equilibri, e nel Kosovo questo gioco è un continuo cozzare di vasi di cristallo spinti a volte da Belgrado e, più spesso e negli ultimi anni più forte, da Pristina che si sente più sicura grazie all’appoggio americano: sullo sfondo c’è la pace nei Balcani. Alla quale il mondo non può rinunciare: il rischio forte di conflitto globale, infatti, più che sulla linea di Bakhmut può trovarsi a Mitrovica.
[r.s.]


