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domenica, 25 Settembre 2022

Serbia, Kosovo, Washington, Unione Europea: e la Russia. La danza pericolosa di Aleksandar Vucic

26.06.2020 – 10.08 – “Abbiamo avuto più di due milioni di voti. E ricevuto un forte avvertimento dal popolo: dobbiamo essere ancora più responsabili, più diligenti. Grazie, Serbia”! Eppure il programma preparato già prima delle elezioni, però, che prevedeva un incontro risolutivo a Washington domani 27 giugno, rischia di smaterializzarsi, e il vertice di Aleksandar Vucic con Donald Trump di concludersi, nel silenzio, già prima di essere iniziato. Accade dopo la visita di questa settimana di due giorni fatta da Vucic stesso a Mosca e l’incriminazione di Hashim Taci, presidente del Kosovo, di fronte alla corte dell’Aia.

La Serbia di Aleksandar Vucic, paese quasi dietro l’angolo eppure non ne parliamo quasi mai, bisogna essere sinceri, è una sorpresa: la sua vittoria, no. Quella annunciata da Vucic attraverso la televisione di stato RTS e ripresa dai media e dalla stampa internazionale è stata una vittoria assoluta e ampiamente prevedibile. Non necessariamente della democrazia, vista la completa assenza dell’opposizione (in una Serbia che, data la forte emigrazione, pian piano si spopola), ma sicuramente di un modo nuovo di fare politica che si è già visto in Ungheria e Polonia. Una miscela sapiente, gestita da leader che di comunicazione moderna ne capiscono e che sanno presentare i dati giusti nel modo giusto (al limite scegliendo con cura quali indicatori evidenziare e quali no), coniugando populismo, nazionalismo, religione e, incredibilmente, interessi economici e strategici da est a ovest. Si realizza così una miscela autocratica capace di farli rimanere saldamente in sella, pronti e rapidi nello sfruttare qualsiasi opportunità si presenti per accrescere il consenso personale: dalla Nuova Via della Seta, al fattore migranti, alla pandemia di Covid-19.
Il partito progressista serbo di Vucic è appunto al governo con una formazione definita dagli osservatori come populista, e dai suoi critici come autocratica. Il suo alleato, il partito socialista, gli è subito dietro: ma a una bella distanza, più o meno sei lunghezze. E l’opposizione? Non c’è. I suoi oppositori politici, scomparsi dalla scena, hanno tentato un boicottaggio delle elezioni (completamente fallito) accusando Vucic di aver dominato, sfruttando anche la situazione d’emergenza della pandemia, la scena, e tolto spazio a qualsiasi opinione contraria alla sua attraverso il controllo totale dei media. In Serbia, sono statalizzati, un retaggio dei tempi di Tito e dell’Unione Sovietica che è servito però egregiamente anche oggi. E, oggettivamente, le dichiarazioni rilasciate da Vucic suonano un po’ come d’altri tempi, fra l’idealizzazione del salvataggio della nazione dalla malattia portata dal virus, il suo interessamento diretto nell’acquisto di materiale medico e nella decisione delle misure di profilassi sanitaria, le telefonate ai malati e risultante associazione della sua immagine (con tanto di foto al capezzale) a quella dell’uomo giusto al timone, del quale la Serbia non avrebbe potuto fare a meno, pena il diffondersi del male in tutta la nazione (incluse dichiarazioni di complotti contro la Serbia da parte di altri paesi colpevoli di aver sottratto respiratori destinati a Belgrado, con la promessa di andare egli stesso a prenderli di persona: “E chi mai potrà fermarmi!”). L’elezione in Serbia, pianificata in aprile, poi rimandata a seguito dell’epidemia di Coronavirus, è la prima dopo un parziale ritorno dell’Europa e dei Balcani alla normalità. Vucic ha dichiarato la sua vittoria “storica” chiedendo ai suoi sostenitori un mandato sufficientemente forte da consentirgli di arrivare a una soluzione, mediata dalla comunità internazionale, sull’annosa questione del Kosovo, del quale la Serbia ha rigettato, nel 2008, la dichiarazione d’indipendenza. Ed è attivo già da tempo su molti lati di una medaglia che di facce ne mostra più di due: dialoga con l’Unione Europea (in particolare attraverso il suo inviato speciale per il Kosovo, lo slovacco Miroslav Lajcak), parla con Mosca e con Vladimir Putin alleato chiave da sempre e fautore di una Serbia nuovamente forte anche militarmente, ed è vicino a Donald Trump: in questo (nella capacità di parlare con tutti in modo discreto ma costante, e di essere sempre nelle foto giuste) un po’ Tito lo ricorda.

Chi è Aleksandar Vucic? Il suo passato è controverso. Nato nel 1970, Vucic è stato, già nel 1993, un membro del movimento ultranazionalista di Vojislav Seselj. Dopo la dissoluzione della Yugoslavia di Tito stesso, e il conflitto degli anni Novanta (che ha lasciato profonde ferite, visibili ancora oggi: comprese le bombe NATO, a Belgrado e Novi Sad), Vucic è stato dal 1998 al 2000 fedele Ministro dell’informazione di Slobodan Milosevic. Milosevic è un nome anch’esso rimasto nella storia: protagonista di un processo all’Aia durato cinque anni e conclusosi senza un verdetto a causa della sua morte in cella, era stato arrestato dalle autorità federali del suo paese il 31 marzo 2001 per corruzione e abuso di potere, e poi estradato per crimini di guerra legati soprattutto alle atrocità nei confronti dei croati e agli eventi di Srebrenica (vi morirono migliaia di uomini e ragazzi bosniaci, del massacro dei quali fu accusato il suo braccio destro armato, il generale Ratko Mladic, poi condannato all’ergastolo). Centomila morti, almeno, quelli delle guerre nei Balcani; conclusesi con milioni di sfollati e profughi.
Nel 2008, Vucic lascia l’ala nazionalista radicale e fonda un partito più moderato. La sua prima vittoria sorprendente è quella del marzo 2014: la sua campagna è incentrata sulla lotta alla corruzione, un male che ritiene endemico in Serbia, e alla povertà diffusa, e segna una spinta in direzione dell’Unione Europea che pure aveva approvato i bombardamenti su Belgrado.

Se ora Vucic (in realtà, già dal 2012 e da prima della sua elezione) cerca l’ingresso della Serbia nell’Unione Europea, il paese, all’interno del quale le libertà democratiche sono state fortemente intaccate, sembra essere ancora lontano dall’averne i requisiti. Vucic ha ora la maggioranza assoluta in parlamento (assieme ai socialisti: oltre 200 seggi) e può quindi iniziare un percorso di modifica della Costituzione che riguarderebbe anche la questione kosovara; il partito d’opposizione di Aleksandar Sapic rimane con un pugno di seggi, una decina. Poi ci sono il partito di minoranza ungherese, con Istvan Pasztor, e altri partiti minori, fra i quali Alternativa Democratica Albanese, con 2 o 3 seggi. “E’ un giorno significativo”, ha dichiarato Oliver Varhelyi, l’avvocato ungherese Commissario per l’Allargamento UE subito dopo la vittoria di Vucic: “Ci aspettiamo di lavorare con il nuovo governo sulle riforme, e vogliamo aiutare la Serbia a entrare rapidamente nell’Unione Europea”. L’estroverso presidente ha già vinto le elezioni di aprile 2017 al primo turno, con il 55 per cento dei voti, e non è amico della libertà di stampa: lo spazio sulle prime pagine e le frequenze radiotelevisive sono totalmente dedicati a chi supporta il partito, le risposte alle domande dei giornalisti sono attacchi all’opposizione e Vucic, in più occasioni, è personalmente intervenuto per ‘tranquillizzare’ la stampa di fronte a domande troppo ‘aggressive’ fatte a membri del governo. L’Unione Europea si aspetta da Vucic, che ha avviato colloqui con la Cina relativi a investimenti nella sua rete ferroviaria e capacità logistiche (cosa che può toccare Trieste da vicino, in particolare per quanto riguarda il collegamento Budapest-Novi Sad-Belgrado che per la Cina stessa, coinvolta con CCCC, è di primario interesse ed è parte del Corridoio X dell’UE: 943 milioni di euro d’accordo firmato nel luglio 2018, con il coinvolgimento anche della RZD International russa) il mantenimento di buone relazioni della Serbia sia con l’UE stessa che proprio con la Russia, e una politica flessibile sul Kosovo; da quanto accade in altri paesi della sua zona ‘giovane’, quella centrale e orientale, l’UE dovrebbe però aver imparato qualcosa. O no.

E per quanto riguarda il Kosovo, un esito favorevole a Vucic, anche se a Washington si dovesse andare, non è scontato. L’amministrazione Trump vedrebbe l’evento con favore, e sarebbe una via per il presidente Trump, in difficoltà proprio nell’anno elettorale, per entrare nei libri di storia. Ma c’è scetticismo: la Casa Bianca vuole la firma di un atto che includa il riconoscimento del Kosovo da parte della Serbia, pur concedendo a quest’ultima, eventualmente, una parte del territorio reclamato. Vucic, che vuole un accordo allo stesso modo, forse non è pronto ad accettarlo, e lo stesso vale per Hashim Thaci, presidente del Kosovo ora alle prese con la giustizia. Vucic non ha motivi per andare di fretta verso un riconoscimento del Kosovo se non il desiderio di entrare nell’Unione Europea e di mantenere l’amicizia con gli USA, ma un accordo potrebbe costargli il favore dell’opinione pubblica, nonché di Vladimir Putin, suo principale sostenitore nei confronti della questione del rifiuto del riconoscimento d’indipendenza. E se l’Unione Europea vorrebbe l’accordo, non è favorevole allo scambio di territori fra Serbia e Kosovo stesso, che minerebbe anni di lavoro fatti per far riavvicinare le etnie avversarie: la mossa degli USA, se portata a termine con uno scambio, potrebbe alla fine danneggiare l’UE stessa e nulla esclude che, in qualche agenda nascosta, ci possa essere proprio questo. Ed ecco l’incriminazione di Thaci, che sposta le piastrelle sulle quali l’accordo di Washington avrebbe dovuto appoggiarsi. Tutto questo come scenario di un mondo tutt’altro che ideale nel quale Stati Uniti ed Europa, per una normalizzazione della situazione dei Balcani, non lavorano affatto assieme. Anche perché gli Stati Uniti non disprezzerebbero l’interruzione di un canale di rifornimento che va da Russia e Serbia (contrassegnato nel 2007 da un contratto con l’Iraq di 200 milioni di euro) verso il Medio Oriente e l’Africa, fatto di fucili d’assalto, mitragliatrici, munizioni e razzi anticarro. Oggetti che anche a chi sta oltre Atlantico fa piacere vendere.

[r.s.]

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Roberto Srelzhttps://trieste.news
Giornalista iscritto all'Ordine del Friuli Venezia Giulia

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