04.03.2023 – 07.01 – Trieste, città-porto. Cioè città di mare e dunque città di navi. E, sebbene siano ormai largamente scomparsi a favore della ‘vicina’ Monfalcone, città di cantieri navali. E i cantieri producono navi da guerra e di piacere, corazzate e panfili. Trieste è stata una città madre di molte navi che hanno fatto la storia; tanto sotto il profilo ingegneristico, quanto artistico.
Sotto il profilo delle invenzioni, si consideri l’elica navale della Civetta di Ressel; e sotto il profilo artistico la profondissima (e oramai perduta) ristrutturazione del Palazzo Dreher e/o della Borsa Nuova, i cui ambienti negli anni venti ricalcavano gli ori, le sculture e gli orpelli delle grandi navi transatlantiche. Quando la nave mette radici e diventa abitazione.
Eppure, nonostante questa tradizione navale e cantieristica, si farebbe fatica a trovare un singolo modellino nelle vetrine dei negozi o dei luoghi di Trieste; e ancor meno a rinvenire nomi di vie o targhe intitolate ai vascelli del passato. Se si passeggia ad esempio a Greenwhich o in uno dei tanti sobborghi inglesi che dall’attività marinara hanno tratto storia e fortuna, tutto rimanda a queste origini marinaresche, si ‘respira’ un’aria di mare. Eppure tutto ciò a Trieste in larga parte manca o è ormai scomparso; non vi sono antiche navi ormeggiate ai moli; non vi sono vascelli in vetrina; se interrogato su una famosa nave triestina, probabilmente il cittadino non saprebbe rispondere. D’altronde perchè sorprendersi; le rive stesse sono largamente inaccessibili per i comuni cittadini, monopolio di proprietari di catamarani e yacht, di flyer e panfili. La nave ha ceduto il passo alla barca, le ‘foreste’ di alberi di un tempo alla regata ‘più grande del mondo’. Un triestino di cent’anni fa troverebbe uno spettacolo carnevalesco la Barcolana.
Non è certo uno smarrimento caratteristico solo di Trieste; Gorizia ne soffre uno ancor più profondo, legato alla propria natura di città di frontiera e di ‘preda’ bellica. In un qualsiasi altro paese una città come Gorizia, rimasta talmente a lungo sulla linea del fronte durante la prima guerra mondiale, sarebbe un paradiso per gli storici novecenteschi, un luogo di reenactement e di militaria, di studi storici e rievocazioni belliche. Il pensiero corre alle tante piccole città americane che hanno imbastito un’intera economia cittadina sull’essere snodo della guerra civile. Eppure anche Gorizia, come Trieste, ne sembra indifferente. Sensibilità diverse, affermerete voi, sottintendendo ‘sensibilità superiori’, e va benissimo pensarlo, però accettando anche la logica conseguenza d’un economia povera e depressa, d’un turismo limitato a lavori poveri e malpagati.
Or dunque, perché non guardare alla storia di alcune di queste navi, di questi colossi dimenticati. In attesa della ‘rinascita’ legata al Museo del Mare nel Magazzino 26.
L’Erzherzog Franz Ferdinand era, all’epoca dell’inaugurazione nel 1899, il più grande panfilo da corsa della flotta del Lloyd. Qual era tradizione del periodo, la nave coniugava “forme elegantissime”, nella definizione dell’Osservatore Triestino, con un livello di funzionalità e tecnologia inusitato. Ad esempio, onde svuotare le merci, era dotato di “4 grandissime boccaporte”, con 2 verricelli da 3 tonnellate ciascuno. I boccaporte disponevano, a propria volta, di 4 boma da carico con “una macchinetta speciale a vapore, sistema del sig. direttore F. De Kodolitsch”. La nave presentava legno di ciliegio con specchi di radice di frassino ungherese, soffitto con cassettone a cornice in legno d’abete dipinto e palchetti di quercia per il pavimento. Un accigliato ritratto ad olio in grandezza naturale dell’Arciduca Francesco Ferdinando, ad opera del pittore locale Antonio Lonza, adornava l’ingresso del piroscafo.

Risalendo di qualche anno, al 1911, troviamo l’inaugurazione del piroscafo Wien, partito nell’occasione del 75esimo anniversario della Società del Lloyd. La nave era destinata alla “linea celerissima d’Alessandria”, citando nuovamente l’Osservatore Triestino del tempo.
Il piroscafo, per la gita di prova, si diresse dapprima a Pola, poi a Lussinpiccolo, onde poi ritornare a Trieste. La traversata, quale tradizione dell’epoca, era accompagnata dall’orchestra della banda dell’imperial regio reggimento di fanteria n. 97. Nell’occasione il vicepresidente del consiglio di amministrazione del Lloyd, il sig. Singer, si vantò di come “il Wien sia stato costruito con materiale e forze indigene”. Cioè locali, cioè triestine.
Sempre nel 1911 – anno ‘fertile’ in tal senso – ritroviamo la Kaiser Franz Joseph I, un nuovo gigantesco piroscafo all’epoca tra i più grandi della marineria europea. La cerimonia del varo coinvolse, tra gli augusti ospiti, l’arciduchessa Maria Gioseffa che benedisse il varo, tagliando il nastro col quale “era legata la tradizionale bottiglia di Champagne’ che frangendosi andò ad irrorare colla sua bianca spuma il fianco proviero della nave”.
Nell’occasione l’arciduchessa dichiarò che “siamo riuniti qui oggi per il varo di una nave che avrà l’alto onore di portare il nome di SM l’augustissimo nostro sovrano. Accettai con grande piacere l’invito della solerte società Austro-Americana di fungere da madrina d’un battello mercantile costruito qui a Monfalcone sulle sponde del nostro bel mare. Io gli auguro felicità, prosperità e successo”. Poi, con una “graziosa mannaia col manico d’argento cesellato, sul quale era inciso il nome del piroscafo e la data del varo”, tagliò il secondo nastro che sosteneva gli ultimi agganci del piroscafo.
Oggigiorno la Kaiser Franz Joseph I è conosciuta con uno dei suoi successivi nomi, il ‘Presidente Wilson‘; da nome d’un sovrano di un impero multi nazionale, alla denominazione d’un presidente straniero il cui seme avvelenato della nazionalità ridisegnò i confini dell’Europa trascinandola in un secondo, ancor più distruttivo, conflitto. Ironie della storia.
Ma perchè ricordare queste ‘vecchie’, consunte, sorpassate navi? Erano poi così piacevoli, specie se non eri un alto borghese o un nobile? Sono i depliant stessi delle linee di navigazione a provare a convincerci. Esaminiamo ad esempio il seguente depliant della Cosulich Line, dedicato a promuovere il Neptunia. Il depliant sembra intuire i dubbi di chi lo legge, impersonando un passeggero che ha acquistato il biglietto di terza classe. Eppure, anche in queste circostanze, il viaggiatore ha una sua cabina, un giornale di bordo, stampato “con tutte le notizie più recenti ricevute con la radio”, “ottime pietanze” e “non ci manca neppure il dolce ed il buon bicchiere di vino”. Al pomeriggio la nave proponeva invece uno spettacolo cinematografico e, alla sera, un ballo al “suono dell’orchestrina”.
Sarà pure propaganda, ma convince parecchio. D’altronde, ammette il cliente immaginario nel depliant, “la Neptunia è la regina delle navi. Semplicemente non potete immaginare come si stia bene a bordo”.
[z.s.]


