La storia di Palazzo Dreher, splendida “follia” della Belle Époque

11.09.2021 – 07.00 – Una guerra mondiale? Impossibile, preposterous! Così scriveva il giornalista Norman Angell nel 1911, profetizzando per l’Europa un futuro di pace: grazie alla globalizzazione, ai progressi nella comunicazione e ai legami nel mondo della finanza che affratellavano tutte le nazioni europee, le guerre sarebbero diventate una faccenda del passato. Il bestseller dell’epoca, “The Great Illusion“, smentiva quasi sdegnoso le possibilità di quello stesso conflitto che sarebbe scoppiato a soli tre anni di distanza. È in questo clima d’inquieto ottimismo, ai limiti del delusional, che occorre inquadrare la nascita del palazzo Dreher.
Le dimensioni, il lusso, il gusto artistico: una stravaganza partorita dalla Belle Époque e proprio in virtù di ciò una straordinaria testimonianza.

Originariamente la zona in cui sorge il palazzo della Borsa Nuova, ex Dreher, era pertinenza della cosiddetta “Piazza della Dogana“, successivamente rinominata Piazza della Borsa per la presenza dell’edificio neoclassico della Borsa Vecchia progettato dall’architetto Mollari (1799-1806). Tra gennaio e febbraio 1907 la società anonima di Anton Dreher acquistò “gli stabili ai numeri civici 5 e 7 di via san Nicolò e n. 2 di Cassa di Risparmio” con l’obiettivo “di demolirli col prossimo agosto per passare tosto alla ricostruzione nello stesso luogo di altro stabile sul fondo rispettivo”.
L’obiettivo della ditta Dreher, la cui fabbrica di birra era attiva a Trieste dal lontano 1865, era di costruire un edificio multifunzionale che fosse contemporaneamente casa di abitazione, ufficio e “ristorante di città”. Un modo per pubblicizzare l’attività della fabbrica, da tempo immemore parte integrante della storia cittadina; e d’altronde per glorificare la propria dinastia “birraia”.
Un dialogo proficuo con l’Ufficio Comunale Pubbliche Costruzioni, grazie all’intermediazione dell’avvocato Venezian, portò alla cessione da parte della ditta “dell’apprezzamento di forma triangolare risultante dallo smusso all’angolo verso la Piazza della Borsa in permuta dell’appezzamento di area stradale sulla via del Canale Piccolo”. Si trattò di un passaggio fondamentale, considerando come condizionò il successivo progetto architettonico, creando quell’angolo verso la Piazza della Borsa formato dall’intersezione tra Via San Nicolò e via Cassa di Risparmio, il quale impose a sua volta la torretta angolare tutt’oggi cifra caratteristica dell’edificio.
A seguito di alcune discussioni con il Comune per l’altezza dell’edificio che sopravanzava l’area circostante, specie nel quartiere teresiano, la ditta ottenne il permesso di costruire un “corpo elevatori“, eccitante novità tecnologica che rispondeva perfettamente anche alla natura di ristorante e birreria multipiano, tutt’oggi diffusi con caratteristiche analoghe in Austria e in Baviera. La Delegazione Municipale richiese inoltre, in data 23 marzo 1908, “che lo smusso all’angolo delle suddette vie sia di forma circolare e gli sia dato carattere architettonico, e che per i disegni delle facciate sia tenuto il massimo conto dei desideri e delle osservazioni del Magistrato Civico”. Contrariamente pertanto alla favoletta secondo cui un tempo si costruiva senza vincoli o divieti delle Belle Arti, fu proprio l’attenzione e le restrizioni imposte dalle autorità a conferire a loro volta all’edificio quella forma aggraziata, quasi stroboscopica, caratteristica nello scorcio di Piazza della Borsa.

L’attraversamento pedonale regolato di Piazza della Borsa a Trieste (Foto: Gabriele Turco ©).

Il successivo progetto, proposto al Comune di Trieste, delineava le caratteristiche base di Palazzo Dreher, ovvero un pianoterra, un mezzanino, un piano terra a uso ristorante e uffici, un piano superiore per le abitazioni e gli uffici e infine una terrazza coperta praticabile con scale e ascensore.
L’edificio fu progettato principalmente dall’architetto viennese Emil Bressler (1847-1921), del quale tutt’oggi poco è conosciuto. Dopo aver lavorato a Stoccarda e Parigi, Bressler diresse a Vienna l’Esposizione dei mestieri austriaci e nella capitale imperiale progettò edifici commerciali e ristrutturò numerosi castelli per i rampolli dell’alta borghesia austriaca. È suo, ad esempio, il restyling della galleria dei dipinti nel palazzo del Principe di Liechtenstein (1888), così come la costruzione a Vienna del Palazzo dei Windischgratz (1894-95). Emil Bressler collaborò con un altro architetto austriaco, Gustav Wittrisch, con il quale gestiva uno studio a Vienna, per la progettazione di Palazzo Dreher (1910).
Nello stesso anno, all’insegna di un forte rapporto con la ditta Dreher, progettò a Schwechat, presso Vienna, il restauro del Castello Altkettenhof, acquisito dallo stesso Anton Dreher nella seconda metà dell’ottocento.

Disegno di progetto della ringhiera

Il Palazzo Dreher rappresentò in quest’ambito una combinazione vincente tra l’alta tecnologia dell’epoca (montacarichi, ascensori, telefono, ecc ecc) e il ruolo di Bressler quale restauratore di antichi castelli.
Concettualmente l’edificio si presenta con una pianta interna semplice, ma attenta al dettaglio: tutte le stanze principali hanno l’affaccio sulla strada per godere della maggior luce possibile, mentre vani scale e servizi sono invece rivolti verso il cortile interno. Le sale affacciate su Piazza della Borsa, la cui altezza occupa due piani, erano destinate originariamente al ristorante, mentre quelle su Via San Nicolò alle attività commerciali.
Il primo piano rivela, tramite una scala dall’ammezzato, la “Sala delle Festività“, uno spazio dal soffitto immenso, che si estendeva per due piani interi, distinguibili grazie alla presenza di una “galleria per l’orchestra“. Si trattava del luogo più stravagante e lussuoso dell’intero edificio: un immenso spazio decorato con stile barocco, oggigiorno sede del Museo Commerciale. Il restauro del 1920 di Pulitzer Finali e Geiringer cancellò gli affreschi e le decorazioni, mantenendo solo le finestre ad arco a doppia altezza e il grande lampadario. La loggetta dove suonavano le orchestre divenne invece un piccolo balcone. Non si trattò beninteso di uno sfregio all’edificio, tutt’altro; grazie al restauro si adottò uno stile rigoroso e lineare, con colonne e lesene in travertino, dorature e porte in bronzo. Uno stile “romano”, adatto al nuovo ruolo di rappresentanza.
Durante gli anni della Belle Époque, sempre al primo piano, era inoltre presente un “Salotto per i ricevimenti”, un “Salone per le signore” e una sala fumatori. Gli spazi restanti erano adibiti a “Scrittoi”, mentre al quarto e quinto piano trovava alloggio la servitù.
Ma la firma più distintiva del Palazzo Dreher era il tetto piano che ospitava la “Terrazza per il Restaurant“. Si trattava di uno spazio solo in parte coperto, dove cenare ammirando il golfo di Trieste.
Sotto il profilo artistico Bressler conferì una robusta base alla struttura con un pianoterra di bugnato, mentre ingentilì il primo piano con una serie di aperture ad arco, sormontate da decorazioni floreali di pietra bianca lungo via Cassa di Risparmio. La parte più interessante dell’edificio è senza dubbio il “torrioneall’angolo che s’innalza da due coppie di semicolonne doriche che incorniciano il portone d’ingresso. La rapida successione delle tre terrazze circolari dimostrano un gusto quasi barocco nelle decorazioni che culmina con l’ultimo piano e la terrazza coperta a uso ristorante, con balconi a trifora.
Bressler si dimostrò anche nei materiali adeguato ai tempi: le fondamenta dell’edificio infatti erano solido calcestruzzo Portland su sabbia di Santorino, quell’identica miscela che era stata applicata tra il 1880-90 per i magazzini del Porto Vecchio (all’epoca nuovo), dimostrando grande resistenza. L’applicazione “bassa”, industriale, trovava ora largo utilizzo per un sontuoso palazzo di rappresentanza.

Una delle sale ristorante, oggi atrio della Camera di Commercio

L’apertura del grande “Restaurant Borsa Vecchia“, come lo definirono i giornali, fu il 1 aprile 1910. Una pubblicità su Il Piccolo lo descriveva come “il maggiore e migliore locale di Trieste” con “Giardino americano sul tetto“. Ma non mancava la “sala per feste, salone per signore, camere da giuoco ed altre adatte per clubs”. Concludendo con una promessa affettuosa: “Ritrovo di moltissimi amici”.
Si trattava del più grande luogo pubblico della città; e considerando come potesse ospitare fino a duemila persone e disponesse di 19 sale per pranzi e cene, probabilmente il più grande ristorante cittadino fino all’avvento dei centri commerciali tra gli anni Ottanta e Novanta del novecento.
Le “chicche” del ristorante erano le tante terrazze: dal torrione affacciato su Piazza della Borsa, alla terrazza coperta, alla terrazza aperta sul tetto, con vista sull’Adriatico.
Non c’erano ritardi nelle consumazioni e nei drink, perché accanto ai due ascensori il palazzo Dreher utilizzava un montacarichiper la birra da 200kg” e due montavivande da 100 kg ciascuno.
La posizione centrale del palazzo Dreher lo rese presto popolare tra la borghesia triestina, specie tra chi si recava al Teatro Verdi; si dice che gli orchestrali suonassero per comunicare al pubblico che l’intervallo era finito e lo spettacolo avrebbe ripreso a breve.

La terrazza aperta affacciata su via Canal Piccolo

Il trauma della Prima Guerra Mondiale e lo stato disastrato della città negli anni Venti determinò la fine del ristorante: troppo grande, troppo legato a un ottimismo d’inizio secolo ormai scomparso. Il Palazzo fu così acquisito dal Consiglio Provinciale dell’Economia Corporativa di Trieste e trasformato nella nuova sede della “Borsa Valori e Merci“. Tutt’oggi l’edificio – ristrutturato all’esterno, ma abbandonato negli interni – rimane di proprietà della Camera di Commercio Venezia Giulia. L’edificio possiede all’interno un piccolo, ma ricco Museo Commerciale di Trieste che traccia la storia della città a partire dalle sue grandi compagnie di navigazione e mercantili, ricostruendo quella storia economica base della storia culturale triestina. Purtroppo, nonostante sia recente (2005), il museo mi risulta essere chiuso: una perdita forte per Trieste, considerando come proprio il commercio sia stata l’anima della città, quel soffio vitale che le ha permesso di crescere e prosperare tra Settecento e Ottocento.

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Fonti: Relazione storica di Daniele de Spin e Stefano Tardivo. Ringrazio in particolare, per i dettagli, il materiale e i (davvero tanti) chiarimenti sul Palazzo lo studioso Max Maraldo.

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