12.12.2020 – 08.00 – Correva l’anno 1779 quando Odorico Panfilli ottenne dall’imperatore Giuseppe II d’Asburgo un terreno sulla Piazza dei Carradori, tra l’odierna via Milano e via Geppa. Il terreno era stato concesso in via ereditaria per costruirvi un cantiere, essendo i Panfilli “pubblici costruttori navali”.
Lo Squero Panfilli venne presto chiamato “nuovo” in contrapposizione allo Squero Vecchio, gestito dalla Confraternita di San Nicolò. Quest’ultimo era stato preso in affitto proprio da Odorico per lunghi anni, ma le sue ridotte dimensioni impedivano lo sviluppo di quei grandi velieri che l’imprenditore sognava di costruire.
Lo Squero Nuovo entrò ufficialmente in funzione il 22 dicembre 1788; un terzo dei terreni era di proprietà del Sovrano Erario, mentre lo spazio rimanente veniva concesso di volta in volta ai privati. Sotto la supervisione dapprima di Odorico Panfilli e successivamente dei figli Giuseppe e Vincenzo, furono prodotti nello Squero intorno alle 600 navi nei trent’anni dal 1788 al 1824, varando in alcuni casi autentici “colossi” del mare di 450 tonnellate. In media il cantiere ospitava intorno agli 8 “legni” in lavorazione, con una portata media di 200-300 tonnellate. Il materiale era locale: robusto legno di quercia dai boschi dell’Istria, della Dalmazia, della Croazia e della Carniola.
Secondo lo studioso Leone Veronese, i bastimenti costruiti dal cantiere duravano quasi mezzo secolo, cinquant’anni per l’esattezza: rispetto ai venti dei cantieri inglesi e ai dodici di quelli russi. Tra le possibili cause il tipo di legno impiegato, l’uso dei chiodi di bronzo, anziché di ferro e la pece usata dai calafai, miscelata con una formula segreta. Il primo carico della nave, dopo il varo, era sempre il sale marino; in questo modo si litificava, “pietrificava”, il fasciame della nave, assicurandogli una notevole longevità.
Chi si aggira presso largo Panfili noterà senza dubbio la “palazzina comando”, risalente al 1841: è l’unica, reale, sopravvivenza del cantiere e un tempo era sede degli uffici tecnici e amministrativi. Sugli archi dei due portoni principali è possibile leggere scolpito il nome di Odorico Panfilli e scorgere un bassorilievo di bronzo raffigurante una figura femminile con sullo sfondo una nave in costruzione. Altrettanto particolare era come lo Squero disponesse tra ‘700 e ‘800 di una cappella (1813) e di un salone apposito per la scultura di polene e ornati. Il nome “largo Panfilli” è l’ennesima confusione toponomastica di Trieste; anziché riferirsi, come sarebbe razionale supporre, allo Squero Nuovo, in realtà è il nome di un medico morto nel 1938 nell’Africa Orientale Italiana. Morto “da eroe”; stando alle testimonianze, in uno scontro con i “ribelli” locali, in Etiopia. In realtà però il legame c’è, perchè scavando nell’albero genealogico proprio Panfilli “medico” era parente dell’Odorico “costruttore”. La carriera da medico risulta infatti l’eccezione in diverse generazioni di figli “marinareschi”.

Nel 1818 il cantiere Panfilli costruì la sua prima nave a vapore, sulla scia delle magnifiche sorti e progressive giunte con la rivoluzione industriale oltre manica: era “La Carolina”, commissionata non a caso dal negoziante americano John Allen.
Il giornale L’Osservatore Triestino ci trasmette una vivida testimonianza tanto dell’imbarcazione, quanto dello stupore che suscitava nel pubblico che mai prima d’ora aveva visto una nave procedere contro vento (18 gennaio 1819):
“La curiosità de Triestini fu non ha guari eccitata dall’aspetto di una barca, la quale muovevasi sulla nostra rada in tutte le direzioni camminando anche a ritroso del vento e dei flutti senza l’aiuto delle vele o dè remi.
Questa barca, di elegante struttura, costruita nel nostro Squero Panfili, è divisa in due camere a poppa, ed in un salone a prora: nel mezzo, ma più verso la prora, lo spazio è riserbato per la macchina a vapore, la cui nascosta azione tiene le veci de movimenti ordinari. La caldaia trovasi a destra in sul dinanzi, il cilindro e il volante posti a manca ne fanno contrappeso. L’azione dello stantuffo imprime da entrambe le parti del bastimento, mercé di un braccio a manovella, il moto ad una ruota verticale ad ale assai somigliante a quelle dè molini, cui l’acqua batte al disotto; con quella differenza per l’effetto che molini la corrente dell’acqua fa girare la ruota… qui invece fanno camminare innanzi… la barca medesima. Le ruote sono fatte di latta… Il fumo prodotto dal fuoco ardentissimo che viene mantenuto sotto della caldaia sale per quel grosso tubo cilindrico di ferro battuto che sorgesi mirar sopra la barca in foggia di albero”.
Nel 1829 lo squero Panfilli completò la nave “Civetta” con la quale l’inventore Josef Ressel avrebbe voluto inaugurare la nuova invenzione dell’elica; in realtà con questo primo prototipo una vite a spirale senza fine. Dopo una serie di false partenze, la Civetta iniziò a muoversi con gran visibilio dei presenti; ma non appena prese velocità la caldaia esplose. Fu la fine di un esperimento che avrebbe avuto altrimenti successo; le forze dell’ordine vietarono successivi utilizzi dell’elica di Ressel, nonostante la causa dell’incidente fosse attribuibile alla caldaia difettosa.
Nel 1850 il cantiere Panfilli inaugurò quella che rimane la sua commessa più prestigiosa, tanto nel ruolo, quanto nella committenza: si trattava della prima nave da guerra costruita a Trieste, la corvetta a vapore S. Lucia. Il progetto, a cura di Giuseppe Tonello (1810-1869), era stato voluto dallo stesso governo austriaco, specificatamente dal vice ammiraglio dell’imperial regia marina Dahlerup. Una nave “imperiale”, insomma.
Il 16 maggio 1850 il giovanissimo imperatore Francesco Giuseppe ammirò il cantiere Panfilli dall’alto della coperta della corvetta, ormai ai suoi ultimi ritocchi; l’ingegner Scheffer gli mostrò anche il nuovo modello di timone, inventato dal francese Fouqué.
Il varo della nave, il 24 giugno 1850, avvenne invece alla presenza dell’Arciduca Giovanni. Mentre i triestini si affollavano sul molo Klutsch, la nave venne fatta scivolare dolcemente lungo lo scalo. Tuttavia, a causa delle intense piogge dei giorni precedenti, il legname dello scivolo si era ingrossato e presto la corvetta rimase… incastrata. Oltre duecento operai provarono, mentre l’arciduca guardava perplesso, a smuovere l’imbarcazione. Verso le 17 (il varo avrebbe dovuto avvenire alle 10), la nave si smosse di qualche metro, salvo bloccarsi nuovamente. Infine, alle 20 di sera, la corvetta finalmente scivolò in acqua, tra gli applausi dei presenti.
L’anno seguente, il 1851, segnò la fine dello Squero Panfilli: il cantiere dovette essere sgomberato a causa della costruzione della ferrovia Meridionale e del nuovo Palazzo della Dogana. Ma l’età dei grandi velieri e delle navi in legno andava ormai tramontando: ormai andavano diffondendosi i primi scafi in ferro; figure di grande abilità artigianale come i calafai e i maestri d’ascia non erano più richiesti.
Fonti: Antonella Angeli e Leone Veronese, Passeggiando per Trieste: il cantiere Panfilli ed il Largo Panfili, in Il Meridiano di Trieste, A.14, n. 44, 1985
Elio Apih, Trieste e l’Austria, in La Bora , A. 3, n. 2, marzo 1979
Fabio Zubini, Borgo Teresiano, Edizioni Italo Svevo, 2003-2004
Zeno Saracino, La Chiesa Evangelica e lo Squero Panfili: storie di calafai e protestanti, Trieste All News, 2 novembre 2019
Zeno Saracino, I cantieri navali della Trieste asburgica – cenni di storia, Trieste All News, 7 luglio 2018
[z.s.]
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