31.03.2023 – 12:40 – Si è svolta questa mattina, a Trieste, la visita del Ministro all’Università Anna Maria Bernini. Dopo esser stata accolta dal Sindaco di Trieste Roberto Dipiazza presso il palazzo Municipale dove le sono stati illustrati i progetti strategici per l’importante sviluppo del Capoluogo Giuliano grazie ai fondi ministeriali, quelli PNRR ed il piano di espansione cittadina attraverso le aree inutilizzate dell’antico scalo giuliano, oggi in via di rinascita sotto il nome di Porto Vivo, il Ministro si è recato all’Università degli Studi di Trieste. Già ospite via streaming lo scorso Gennaio, in occasione dell’inaugurazione dell’Anno Accademico 2022/2023, quest’oggi in presenza Bernini ha potuto applicare la sua firma al libro d’onore dell’ateneo giuliano alla presenza del Magnifico Rettore, Roberto Dilenarda.
Al punto stampa allestito presso la Sala Cammarata del rettorato, il Ministro ha dichiarato che: “Il Friuli Venezia Giulia sta lavorando bene, in particolare su Trieste, ma anche su Udine e Pordenone, creando ottime sinergie tra l’accademia, il mondo della ricerca e quello dell’impresa. Questo è esattamente quello di cui abbiamo bisogno ora, in un momento in cui abbiamo i fondi e le possibilità per creare un ecosistema propizio alla crescita in grado di unire tutti i protagonisti del mondo non solo della piccola media impresa e del manufatturiero, ma anche quello dei comparti che stanno crescendo e che stanno facendo grande l’Italia in Italia e all’estero. Tutto ciò si può ottenere valorizzando il lavoro dei ricercatori; lo stiamo facendo con un pacchetto attrattività, consentendo alle università di orizontalizzare i percorsi formativi rendendoli maggiormente flessibili. Oggi non esistono più solo le professioni di una volta; oggi esistono l’ingegnere medico, il biologo matematico, ma anche nuovi settori come il meraviglioso comparto dell’aerospaziale, dell’intelligenza artificiale e delle tecnologie quantistiche. Esistono delle infrastrutture strategiche sulle quali stanno lavorando gli italiani e che vorremmo portare anche nel nostro Paese e questo può aiutare in quanto si vanno unire ricerca di base, ricerca applicata ed imprese”.

Una delle più grandi cause della “fuga di cervelli” dall’Italia, è ormai da tempo la ridotta quantità e qualità degli investimenti del governo sul mondo della ricerca. Secondo i più recenti dati Istat risalenti alle annate pre pandemia, il nostro Paese ha investito sulla ricerca e lo sviluppo 23,8 miliardi di euro, circa un terzo di quanto investono altri paesi europei come la Germania in primis, ma anche la Francia, il Regno Unito, la Svezia e gli altri paesi del nord del continente. Il 70% degli investimenti, poi, si concentrano su realtà accademiche relative alle zone del Settentrione e del Centro Italia. Secondo le ultime rilevazione UNESCO, in Italia, ogni anno, il 4,2% dei laureati lascia il Paese. Invece, sono appena il 2,9% quelli provenienti da altre Nazioni UE. Pertanto si potrebbe dire che l’Italia importa meno “menti fresche” di quante ne produca ed esporta. Il fenomeno della “fuga di cervelli”, oltre a rappresentare un danno di immagine dell’Italia nel mondo, in grado di renderla meno attrattiva ed accattivante agli occhi di investitori internazionali, a medio e lungo termine, può compromettere anche le prospettive di crescita economica del sistema paese quindi le sue finanze pubbliche. La fuga di questi giovani, infatti, costa all’Italia oltre 3 miliardi di euro all’anno, spesi per la loro istruzione dal primo anno delle elementari al giorno della laurea. Riguardo ciò, il Ministro Bernini ha dichiarato che per arrestare questo fenomeno bisogna “Consentire in maniera più efficacie il diritto all studio, garantendo l’accesso alle università al numero più grande possibile di persone indipendentemente dal loro reddito potenziando, come abbiamo fatto, gli investimenti sulle borse di studio (sono stati recentemente stanziati 500 milioni di euro, ndr), potenziare le residenze universitarie (sono recentemente stati stanziati 300 milioni di euro, ndr), ma ciò non è ancora abbastanza perchè garantito il diritto allo studio bisogna garantire anche “il post (studio, ndr)“, creando situazioni di ricerca che siano accettabili in una dimensione non solo economica ma anche di offerta di lavoro (l’offerta formativa post-graduate, ndr). Tre settimane fa – ha sottolineato il Ministro – abbiamo firmato un decreto per 18.770 dottorati di ricerca, di cui alcuni innovativi, pianificati per università ed imprese ed in grado di garantire la ricerca nelle imprese e garantire al ricercatore di trovare un posto di lavoro”.
“E’ chiaro che non sono favorevole alla fuga di cervelli dal nostro Paese – ha spiegato il Ministro italiano all’Università – non dobbiamo precludere ai nostri giovani esperienze formative all’estero; tuttavia dobbiamo impegnarci non a non farli partire ma bensì a farli tornare creando le condizioni favorevoli ad un loro ritorno” – ha concluso Bernini.



