13.02.2023 – 08.51 – Monfalcone è un cantiere aperto, già da un po’, di quelli che fa piacere guardare: il centro sempre più bello, la cittadina trasformata in città che diventa sempre più grande e piena di cose. Nel suo ufficio, quasi affacciato sopra a uno di quei piccoli cantieri dentro ai quali c’è chi lavora per mettere un fiore in più o completare un impianto, incontriamo Anna Maria Cisint, sindaca al secondo mandato da giugno 2022. Tanti i monfalconesi, e non solo, che l’apprezzano: per le sue idee chiare e concrete, per il lavoro fatto. Molti quelli che la criticano, dall’altra parte, per le sue posizioni per nulla bipartisan su alcuni temi, primo fra tutti forse l’accoglienza, e per la sua rigidità su certe materie, e del resto la politica è questo. Nessuno o quasi l’ignora, però: e anche questo in politica vuol dire tanto. Dicono che Anna Cisint non si emoziona mai, ma non è vero: le stringiamo la mano.
Sindaca, Monfalcone è sempre più grande: finirà con l’assorbire i piccoli comuni che la circondano?
“No. Hanno detto la loro già anni fa: non hanno voluto essere un unico comune. Monfalcone è sempre a disposizione degli altri comuni del territorio con settori già integrati nei quali si lavora assieme, come quello socio-assistenziale e la Protezione civile. C’è l’accordo con i comuni della riviera e c’è il consorzio culturale; ciascuno, però, mantiene la sua identità. Le scelte vanno rispettate”.
Una Monfalcone in cui venivamo spesso, noi triestini della generazione del boom, ma che è completamente diversa da 30 anni fa. A tratti, irriconoscibile.
“I sistemi produttivi locali, in particolare dal 2005, ne hanno cambiato il volto, portando a un 30 per cento d’immigrazione: un cambiamento comprensibile. Soprattutto con la prevalenza di un gruppo etnico specifico, quello dei bengalesi”.
Quando si dice Monfalcone, si pensa a Cisint.
“Io sono monfalconese, ci vivo da sempre. Ho bene in mente l’evoluzione di Monfalcone: ho accettato la candidatura perché volevo contribuire a cambiare le cose. Sono rimasta e ho proposto di continuare il mio lavoro perché le cose le stiamo cambiando per davvero, e vogliamo arrivare alla fine di un percorso. Racconto ogni giorno, con l’entusiasmo che trovo sempre nel lavoro che facciamo, la città”.
Traccerebbe un quadro del suo lavoro di sindaca in un periodi di, ormai, quasi sei anni?
“Monfalcone ha fatto la scelta di puntare, per il proprio futuro, su una diversificazione produttiva, e non più su una cosa sola. L’aver scelto in passato un solo sistema produttivo, che ha snaturato la città, è stato qualcosa che ha portato a conseguenze che abbiamo subito negli anni. Fincantieri ha scelto di delocalizzare al contrario la produzione, portando qui le persone, soprattutto di un’etnia. Questa decisione, non governata negli anni e maturata all’interno di un quadro legislativo, quello italiano, molto permissivo in materia su tanti punti, non ultimo quello del ricongiungimento familiare, ha portato a una situazione difficile: ci siamo ritrovati, come città, a essere lo spogliatoio dell’azienda. Uno spogliatoio che la politica che mi ha preceduta, abbassando la testa, ha assecondato come strategia”.
Dallo spogliatoio Fincantieri di ieri, alla Monfalcone di oggi, dunque, ci sono stati passi in avanti?
“Molti. Importanti. La diversificazione produttiva ha permesso a Monfalcone di riscoprirsi non solo città dei cantieri, ma città che lavora con i cantieri. Le azioni fatte assieme alla Regione Friuli Venezia Giulia, in particolare, ma anche alla Camera di Commercio della Venezia Giulia e allo stesso sistema produttivo privato hanno aperto altre opportunità. La nautica, che con il coinvolgimento degli artigiani è cresciuta anche durante il periodo Covid. Le marine: abbiamo sul nostro territorio la più alta densità di presenza d’imbarcazioni d’Italia, rapportata ai chilometri quadrati di superficie dedicata. L’innovazione, con le imprese create da giovani: ingegneri velisti monfalconesi e triestini, ad esempio, hanno trovato nel sistema delle marine e dell’artigianato nautico di Monfalcone un terreno per sviluppare le loro idee”.
Cosa propongono queste nuove imprese, queste startup che scelgono Monfalcone?
“Ad esempio la progettazione e la realizzazione di barche ecocompatibili, premiate anche con riconoscimenti importanti. Ma anche, assieme agli artigiani, il refitting d’imbarcazioni e natanti. E poi c’è la portualità: il porto di Monfalcone. Su di esso abbiamo investito molto. Lo seguo personalmente, assieme all’Autorità di sistema con il presidente D’Agostino e alla Regione: ha avuto una crescita importante in traffici e infrastrutture. Abbiamo contribuito alla definizione del nuovo piano regolatore: e, dopo più di vent’anni, è arrivato finalmente alla partenza l’escavo, a concessioni ora fatte. L’economia del mare e il porto sono la punta di diamante di Monfalcone. E sono arrivate le crociere, il turismo, che nel 2023 proseguirà, e questo ci interessa perché porta più spinta a un altro volano molto importante, quello dei servizi. Un numero di presenze impensabile fino a pochi anni fa oggi c’è, e sono presenze che si distribuiscono nel corso di tutto l’anno, perché alla città abbiamo dato un nuovo volto, fatto anche di mostre e di cultura”.
A Monfalcone si va di nuovo in spiaggia?
“Una volta, se dicevi: ‘vado a Marina Julia’, la gente sorrideva. Oggi no: adesso il litorale, anche con l’apertura di Marina Nova, è bello e caratterizzato dagli spazi per i giovani, dalle attrezzature e dagli eventi in riva al mare. Monfalcone ha trovato soluzioni anche alle problematiche ecologiche, con un attento lavoro sui rifiuti. È diventata la città fiorita, la città vivibile. Tutto questo in mezzo alla grande difficoltà della grande presenza di immigrati”.
L’immigrazione è un tema che l’ha portata più volte a posizioni di confronto; talvolta duro.
“Non ho niente contro chi lavora, anche se non è nato a Monfalcone e viene da fuori; ho qualcosa da dire, invece, nel momento in cui parliamo di equilibrio e di limite. Noi l’abbiamo raggiunto. La presenza di immigrati, perlopiù di religione musulmana, rende l’equilibrio sociale difficile. Questo non va bene”.
La vostra prospettiva è quella di ridistribuzione? In che modo?
“Da soli, non possiamo intervenire in modo efficace. Il Comune di Monfalcone, naturalmente, non ha competenze normative su questo. Abbiamo sollecitato soggetti che invece le cose le possono fare: la Regione del presidente Massimiliano Fedriga e principalmente il Governo e Fincantieri. Sul piano politico e istituzionale abbiamo condotto un dialogo con il Governo ed è stata presentata, sia alla Camera che al Senato, la proposta di modifica normativa in materia di ricongiungimento. Stiamo lavorando per ritrovare questo equilibrio a vantaggio di chi a Monfalcone già vive”.
Se accenna al ricongiungimento, capiamo che il problema, oggi, è il numero di famiglie immigrate, piuttosto che quello dei soli lavoratori stranieri. È corretto?
“Si. Monfalcone, su questa materia, ha una banca dati approfondita. Se fino a dieci anni fa arrivavano principalmente lavoratori, dopo il 2016 nel numero degli arrivi prevale il componente della famiglia”.
In che rapporto?
“Il dato più recente, quello di quest’anno, è di circa il venticinque per cento di lavoratori, con il resto rappresentato da mogli, famigliari e nati a Monfalcone da quelle stesse famiglie. Il problema quindi non è l’arrivo del lavoratore in sé; la nostra legge, però, prevede ad esempio che a fronte di un arrivo per un contratto di lavoro di un anno, a permesso di soggiorno ottenuto per quell’anno sia subito possibile far arrivare due persone della famiglia. Per ricongiungersi bastano quindi l’esistenza del solo contratto di lavoro, anche a tempo determinato, e di un reddito di meno di mille euro al mese. Lordi. Per questo, Monfalcone è uno spaccato d’Italia che mostra come il welfare nazionale sia influenzato dall’immigrazione. Persino in contrasto con la normativa UE, che raccomanda restrizioni maggiori e regole più chiare: non intervenire su queste leggi non fa altro che creare nuovi poveri”.
Ha detto: Fincantieri. Con la quale Anna Cisint parla spesso, e a volte si scontra.
“A Fincantieri abbiamo già chiesto, e a fine febbraio dovremmo avere una risposta, di agire e applicare nuovi metodi di ingaggio dei lavoratori che inizino a invertire la tendenza degli anni scorsi. Riteniamo che gli immigrati che non sanno l’italiano non possano andare a lavorare. Riteniamo che il meccanismo dei subappalti vada sensibilmente rivisto e ridotto”.
E Fincantieri ha in mano la leva che può per davvero invertire la tendenza?
“Guardi, se non ce l’ha Fincantieri, non ce l’ha nessuno. La leva è quella del soggetto privato che può decidere, quando vuole, di ridurre il subappalto, risolvendo così anche i problemi giuridici e salariali che comporta. Certo vorrei vedere Fincantieri assumere anche direttamente lavoratori, ma non sono contraria agli appalti. Quelli sani. Sano non è un contratto che subappalta a cinque o sei euro l’ora”.
Per un maggior sviluppo del porto: Monfalcone e Trieste a braccetto, con l’integrazione, già avviata, nell’infrastruttura logistica europea.
“Il porto di Trieste ha più fondale, quello di Monfalcone ha più area portuale. Nel nuovo piano regolatore è previsto anche lo sviluppo della banchina, con l’elettrificazione. Lavorare assieme è la strada giusta”.
Però i trasporti fra Monfalcone e Trieste non sono un gran che: al Lisert ci si imbottiglia e il trenino con Trieste è quasi sempre quello, con la sua mezzora come quarant’anni fa e poche eccezioni. Con ‘trenino’ esagero, naturalmente. Qualcosa bolle in pentola, magari una via marittima?
“Lo sviluppo della banchina di Monfalcone porta con sé anche quello delle aree retroportuali. Da questo punto di vista Monfalcone diventa molto attrattiva, e rappresenta un’opportunità per la crescita anche delle aziende del logistico-portuale di Trieste. È chiaro che ci sono dei passi da fare: gli investimenti dovranno andare anche nella direzione di un potenziamento dell’infrastruttura di collegamento, compreso un miglior servizio ferroviario, che crescerà in risposta ai fabbisogni. Ricordando che non sempre l’infrastruttura, il miglioramento della quale è già previsto anche urbanisticamente, risolve tutti i problemi: prima devi sfruttare bene ciò che hai già. E sul porto, anche se non siamo ancora alla fine del percorso, abbiamo fatto più in questi ultimi cinque anni che nei venticinque precedenti”.
Startup e tecnologia: collegate alla nautica e al cluster marittimo-portuale?
“C’è un grande apprezzamento per tutto ciò che ha a che vedere, localmente, con l’economia del mare. Mi ha colpita ad esempio il grandissimo interesse dimostrato nei confronti del corso per maestri d’ascia: più di seicento iscrizioni per imparare un mestiere storico e non facile, una risposta anche al fabbisogno delle aziende. Le startup giovani sono importantissime: è chiaro che noi siamo solo il Comune, e non possiamo fare da soli. Abbiamo bisogno di essere accompagnati dalle istituzioni”.
Visto che tornano in scena le province: Monfalcone è più Trieste o più Gorizia?
“A livello personale, conosco molto bene Trieste, ci sono molto legata. E noi, a Monfalcone, ci sentiamo molto della Venezia Giulia, se devo dire la verità. Con il mare, il litorale, il lavoro sul porto fatto con Trieste…”
L’aeroporto di Trieste…
“Bene, però è a Ronchi, non a Trieste: il nome non cambia il fatto. Però: siamo molto Venezia Giulia, verso la quale ci sentiamo orientati”.
Perché non provincia di Trieste, allora. Magari domani.
“Credo che, nel mantenimento di una serie di equilibri, Monfalcone rimarrà provincia di Gorizia. Nella quale però, con i suoi 30mila abitanti, e lo dico con una punta d’orgoglio, e con Fincantieri, il PIL lo facciamo noi. E anche il PIL del Friuli Venezia Giulia si basa molto sulle nostre produzioni navali”.
Siamo già in campagna elettorale, a breve affronteremo le Regionali 2023. Sanità del Friuli Venezia Giulia come punto critico, come spina nel fianco di Massimiliano Fedriga?
“Fedriga ha amministrato molto bene la nostra Regione in un periodo molto duro: non ricordo altri presidenti che abbiano governato meglio di lui. Monfalcone è stata fortunata, devo dirlo, e ci sono stati altri assessori che hanno fatto molto bene: un punto di riferimento molto importante per noi è Antonio Calligaris, e averlo accanto ha fatto la differenza. Per quanto riguarda il resto, se lei conosce un territorio nel quale i problemi non ci sono, me lo indichi: io penso che esista solo nelle storie di fantasia. A Monfalcone, ogni giorno è una battaglia: i cittadini mi hanno chiesto di andare avanti non perché non ci siano più problemi, ma perché sanno che c’è qualcuno che li affronta”.
E la sanità?
“È sicuramente un tema delicatissimo: il Covid, che è stato il nostro momento più difficile – siamo rimasti in cinque, in quei primi giorni, con tutto chiuso e senza polizia locale. Il dopo Covid. Ma il problema principale, se guardiamo alla sanità regionale, è riuscire a risolvere anni di errori precedenti. Anestesisti, medici d’emergenza e di medicina generale, infermieri non si formano in cinque minuti: quanti errori hanno fatto, negli anni, quelli che quegli errori li hanno fatti? Adesso ci vorranno anni per rimediare. Se c’è però un’amministrazione che ha investito nella sanità, è quella di Fedriga”.
Con qualche errore dell’assessore Riccardi, come si sente dire, oppure lei non è d’accordo?
“Io sono dell’idea che spesso chi parla poi non approfondisce. Non ho timori nei confronti di nessuno, sono fatta così: non critico la sanità, però, semplicemente perché non ho niente da dire. Il tema della scarsità di risorse in medicina generale è un tema italiano da vent’anni: mi pare sbagliato attribuire responsabilità a chi oggi ha fatto, investito e messo tanto impegno nell’affrontare il problema”.
Come si vede nei prossimi anni?
“Faccio il sindaco. Per veder realizzate le cose iniziate. Ho scelto questo”.
E il momento più bello?
“Non avrei mai pensato di vincere con oltre il 72 per cento. Ma più che questo: molti mi hanno scritto e fermato per dirmi: ‘era un modo per ringraziarti’. E questo mi ha emozionata”.
[r.s.]


