24.11.2020 – 08.35 – Energia elettrica: il cuore di un mondo, il nostro, che senza elettricità non può più immaginarsi; soprattutto ora che il futuro, per forza di cose, dev’essere ‘green’, pena inimmaginabili ripercussioni i segnali delle quali sono già presenti. Attraverso siccità che spinge alle migrazioni, precipitazioni troppo repentine e abbondanti che provocano disastri naturali, maree che s’innalzano invadendo intere aree delle nostre città, questi segnali ci parlano di un pianeta che non può più sostenere il progresso umano, a meno che questo non cambi. È un mondo che ha molta fame d’energia: ne abbiamo parlato con Enrico Brandmayr, fisico e ricercatore dell’Università di Trieste.
Brandmayr, quanto grande è, questa fame d’energia, e come potremo soddisfarla nel momento in cui le fonti rinnovabili non dovessero bastare?
“La fame globale d’energia è diventato uno dei problemi che contendono il primato al problema per eccellenza, quello della fame nel mondo. A mio avviso, è diventata una delle questioni più urgenti da risolvere. Possiamo stimare in un miliardo le persone che nel mondo, nel 2020, non hanno ancora accesso all’elettricità”.
Dove si collocano, per la maggior parte, queste persone?
“Soprattutto nell’Africa subsahariana ed equatoriale. In gran parte di queste zone del continente africano si usa ancora come fonte primaria di energia, nello stesso modo in cui si usava millenni fa, la legna da ardere. Legna che proviene dalla raccolta degli scarti o dalle foreste, e viene bruciata all’interno delle capanne, cosa che espone questi popoli alla morte prematura a causa dell’aspirazione dei fumi e del famoso particolato del quale parliamo spesso tanto. Nelle case africane, respirare questi prodotti di combustione è la regola”.
L’uso del carbone, da solo, causa nel mondo 4 milioni di morti l’anno; un numero che spaventa e che, in particolare oggi, fa riflettere. Fornire elettricità alle zone più povere del mondo cambierebbe le cose?
“Sappiamo che con l’elettricità viene la ricchezza. Il progresso e il benessere economico, in una società, è correlato linearmente al consumo di energia primaria e di elettricità. Se guardiamo nello specifico a tutti i servizi di cui non può usufruire chi, nel mondo, non ha elettricità, troviamo le cose basilari: dai bambini che al tramonto non possono più leggere e studiare, alle famiglie che non possono conservare alimenti o mantenere agevolmente l’igiene e si espongono alle infezioni batteriche. In un paese senza elettricità, non possono esistere gli ospedali moderni, e tutto il resto delle cose che noi abbiamo. Se volessimo veramente, come si dice in certi ambienti, ‘aiutarli a casa loro’, il primo e miglior modo sarebbe consentire e agevolare l’accesso all’energia”.
L’Italia è stata per decenni leader nella fisica e nel nucleare civile. Poi c’è stato l’incidente di Chernobyl, e il paese ha invertito la rotta. È stata la paura di una Chernobyl a casa nostra, finora mai superata, quella che ha portato alla rinuncia all’atomo?
“Gli incidenti nucleari, in Italia, hanno giocato in questo una buona parte. È però normale avere paura di qualcosa che si conosce poco, e la gran parte della cittadinanza il nucleare non lo conosce. I fondamenti fisici e tecnologici dell’energia nucleare non sono accessibili con facilità a tutti. Pensiamo al fuoco: l’uomo lo conosce ormai da decine di migliaia di anni, è una fonte di energia che presenta anch’essa molti rischi ma con la quale tutti abbiamo confidenza. I combustibili, anche quelli più pericolosi, non ci fanno paura, li usiamo in casa e li teniamo vicini persino ai nostri bambini: il fornello a gas lo sanno accendere anche i più piccoli. Quando si parla di fissione nucleare e di radiazioni naturalmente la cosa cambia: la conoscenza dei meccanismi dell’energia nucleare, nel cittadino medio, manca, e la reazione emotiva interviene: si ha paura perché non si sa”.

Una questione, quindi, di ignoranza?
“Non solo. Non ci sono solo la comprensibile ignoranza e quindi la paura: c’è stata anche una vera e propria opposizione all’atomo da parte della lobby dell’antinucleare, molto forte soprattutto negli Stati Uniti. Parliamo di un paese che ha una forte tradizione ambientalista, ma nel quale ci sono anche forti scontro di interessi contrapposti, per rendersene conto basta pensare all’industria statunitense degli idrocarburi e del gas. Le grandi compagnie petrolifere hanno finanziato e finanziano, e questo è documentato, le organizzazioni ambientaliste affinché si opponessero al nucleare e ai progetti per il suo sviluppo, contribuendo così a creare un cortocircuito: il nucleare avrebbe portato a una riduzione nell’uso del gas e delle fonti fossili, primaria fonte di guadagno. È il motivo per il quale tuttora le grandi major petrolifere finanziano i progetti di energia rinnovabile intermittente, ad esempio quella solare: i progetti come quelli per le centrali fotovoltaiche si accompagnano molto bene al gas naturale”.
In che modo? Può spiegarmelo meglio?
“È semplice: quando non c’è il sole, bisogna, in brevissimo tempo, ‘rampare’, come si dice in gergo, ovvero bisogna immettere nella rete di distribuzione altra energia, e questa proviene dalle centrali a gas, le uniche a poter essere convenienti in un simile contesto. Le compagnie petrolifere, con le rinnovabili intermittenti, si sono così garantite il futuro”.
Perché ci fu Chernobyl? Può accadere di nuovo?
“Le condizioni che portarono all’incidente di Chernobyl, per tipologia del reattore e per circostanze nelle quali l’incidente accadde, sono irripetibili. Si trattò di una catena colposa di gravissimi errori umani: si volle portare il reattore, i difetti del quale erano già noti ma non comunicati neppure al personale tecnico, oltre i suoi limiti di sicurezza al fine di condurre un esperimento legato proprio a essa. E poi si nascose per giorni l’accaduto”.
A che livello è, oggi, la tecnologia del nucleare?
“Ha fatto grandi passi avanti. Le centrali già esistenti, anche se sono state costruite negli anni Ottanta, come il reattore sloveno di Krsko, e sono quindi di quella che viene identificata come ‘generazione di Chernobyl’ anche se molto diversi come progetto, vengono controllate periodicamente dalle agenzie nazionali di sicurezza nazionale sotto l’egida di una organizzazione globale molto competente, l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica. I controlli portano ad aggiornamenti continui nei protocolli di manutenzione e di sicurezza; questo viene fatto in tutte le centrali del mondo, in particolare dopo l’incidente di Fukushima”.

Dopo Chernobyl, ci fu Fukushima, infatti.
“Gli incidenti veramente rilevanti verificatisi nella storia dell’energia nucleare sono essenzialmente tre: Three Miles Island negli Stati Uniti, Chernobyl nell’Unione Sovietica e Fukushima in Giappone. Hanno portato sempre delle lezioni che l’industria del nucleare ha imparato e che hanno portato a miglioramenti e aumento della sicurezza. Ora si stanno affacciando nuovi tipi di reattore nucleare: sono già esistenti quelli di generazione cosiddetta ‘Tre più’, realizzati con misure di sicurezza passive ovvero tali da spegnere automaticamente il reattore in condizioni di rischio o di incidente senza necessità di intervento umano. Queste misure impediscono le situazioni di ‘meltdown’, di scioglimento del nocciolo del reattore e fuoriuscita di materiale radioattivo nell’atmosfera come accaduto a Chernobyl. Di conseguenza, che i materiali radioattivi possano uscire dal contenimento e diventare pericolosi è sempre meno probabile. Fino a diventare, nei reattori modulari futuri, quelli della cosiddetta generazione ‘Quattro’ che stanno entrando in commercio e che saranno disponibili presumibilmente entro il prossimo decennio, addirittura impossibile.
Reattori che quindi non solo non possono più esplodere, ma che diventano automaticamente inerti in caso di malfunzionamento.
“I reattori nucleare moderni si spengono da soli senza bisogno di intervento umano e senza necessità di misure di sicurezza attive. Questo è possibile perché la fisica dei reattori di nuova generazione li porta sotto i livelli di criticità in caso di anomalie”.

Il futuro è fatto anche di micro reattori? Per intenderci, ‘reattori di quartiere’?
“Esatto, esiste una categoria di progetti che prevede lo sviluppo di piccoli reattori nucleari modulari con potenze che vanno da 1 a 30 Megawatt. Sono, per quanto riguarda l’uso civile allo stato concettuale, ma non sono una novità: rappresentano l’evoluzione dei reattori installati ad esempio nei sommergibili. Hanno però un design avanzato che permetterà di integrarli in modo distribuito nel sistema elettrico oppure di fornire energia elettrica a zone remote del mondo, come ad esempio vaste aree del Canada, e di essere utilizzati per la futura esplorazione dello spazio”.
Sempre reattori sicuri, immaginiamo.
“Le caratteristiche di sicurezza dei reattori nucleari modulari usati in ambito urbano saranno tali da consentire un perimetro di sicurezza molto ridotto, o addirittura azzerato, rispetto al perimetro attuale di una centrale nucleare. A Trieste potremmo immaginare di avere un piccolo reattore modulare nell’area ex Aquila o ex Ferriera, capace di produrre l’energia necessaria per le industrie cittadine e per la città stessa, a impatto ambientale zero.
Tutto molto, o solo, futuribile?
“Molte cose sono ancora concettuali e molte altre appena in fase di definizione. Esistono però applicazioni già più vicine a noi, ad esempio la propulsione delle navi mercantili e da crociera, che sono fra i mezzi di trasporto ad impatto ambientale più alto in assoluto. Esistono già, peraltro, vascelli civili a propulsione nucleare; finora, rispetto a quelli mossi da combustibile fossile, non erano economicamente convenienti, ma con l’avanzare della tecnologia e l’emergere del problema ambientale questo sta cambiando. Inoltre non basta la possibilità tecnologica: va affrontato anche il contesto regolatorio. Le leggi stanno cambiando; ci vorrà tempo”.
L’Italia, però, ha già escluso il nucleare come fonte d’energia, e con due referendum. Come superare questo stato di cose?
“I referendum non hanno escluso un impiego futuro dell’energia nucleare. Per loro formulazione, non prevedono una impossibilità d’uso dell’energia nucleare: abbiamo semplicemente interrotto per due volte, a seguito dei referendum, i nostri programmi di sviluppo. Dopo il primo referendum, la chiusura delle centrali esistenti non era per nulla una conseguenza necessaria ma fu una volontà politica; un errore che ha costituto uno svantaggio economico forte per l’Italia, soprattutto perché le centrali nucleari italiane erano nuove. È necessario, e questo è l’intento del Comitato Nucleare e Ragione che assieme ad altri ho fondato proprio dieci anni fa dopo l’incidente di Fukushima, preparare l’opinione pubblica e discuterne apertamente, sia pubblicamente che politicamente, prima che si possa parlare di nuovo di nucleare”.
Pensa che sia possibile, e che l’opinione pubblica sia pronta?
“Assieme ai miei colleghi, ritengo che i tempi siano maturi, visto il cambio di passo proposto dalle innovazioni tecnologiche, per riaprire la discussione in Italia. Fra dieci anni, questo potrebbe portare a una riconsiderazione e a un programma nucleare italiano fatto di nuove tecnologie. Quando la gente conosce l’energia nucleare, e può leggere e comprendere i dati e si rimuovono i falsi miti, molte paure svaniscono. Peraltro l’energia elettrica generata dal nucleare viene già utilizzata, ed è circa il 14 per cento del mix nazionale: viene importata da Francia, Slovenia e Svizzera. E le imprese italiane sono molto competenti e impegnate all’estero in attività di progettazione, costruzione e decommissionamento. Un programma nucleare ha l’orizzonte temporale del secolo: una centrale, una volta avviata, può produrre energia per sessanta, settant’anni. La politica, di solito, guarda all’immediato, e non si espone per qualcosa del quale non può raccogliere i frutti subito. Occorrono un impegno strategico e una progettualità qualificata, e occorre la volontà popolare; lavorare per il nucleare vuol dire mettere in campo un impegno che può durare cent’anni”.
E le scorie?
“Ci sono e rappresentano un problema che dovremo imparare a gestire in ogni caso, in quanto non vengono generate solo dalle centrali nucleari: basti pensare a quelle di natura ospedaliera e industriale. E per quanto riguarda la gestione delle scorie siamo in procedura d’infrazione europea non avendo ancora individuato, come si sa, il deposito nazionale. Anzi, un programma nucleare potrebbe aiutare al superamento di questa situazione e a una maggiore conoscenza di questi argomenti da parte dell’opinione pubblica”.

Il nucleare, nel ventunesimo secolo, ha delle possibili alternative? In poche parole, se non si sceglie l’energia che viene dall’atomo, che cosa si può fare?
“Iniziamo ricordando che il nucleare richiede una minima quantità di combustibile, che può essere utilizzato per lungo tempo: da una quantità molto piccola di combustibile si ottiene una grandissima quantità di energia. Il combustibile si trova in molti paesi del mondo, ed è potenzialmente inesauribile; e ciò lo rende una fonte estremamente sicura per quanto riguarda l’approvvigionamento, non soggetta a influenze da un punto di vista geopolitico. Poi, dobbiamo pensare agli obiettivi climatici che ci siamo posti, e ai benefici che vogliamo trarre dalla produzione di energia. Se vogliamo usare energia pulita, se vogliamo rispettare l’ambiente e l’uso del suolo e limitare l’immissione di inquinanti nell’atmosfera, non possiamo prescindere dal nucleare usato, in percentuali che certamente possono essere variabili, a fianco delle energie rinnovabili: la Svezia usa il nucleare per circa il cinquanta per cento del suo fabbisogno energetico attuale, e per l’Italia l’obiettivo era stato immaginato dal governo Berlusconi al 25 per cento in affiancamento alle rinnovabili come ad esempio l’idroelettrico e rinunciando al gas e al carbone. Voler raggiungere questi obiettivi significa aumentare vigorosamente, e in tutto il mondo, la sua quota di utilizzo. Un paese come l’Italia, se dovesse precludersi la strada del nucleare, non potrà mai svincolarsi dalla dipendenza da altri paesi: raggiungere un cento per cento di energia solare, idroelettrica ed eolica, in Italia, non è pensabile, e questo non solo dal punto di vista economico, ma anche ambientale. Il nucleare, a dispetto dell’immagine che ce ne siamo fatti, è una fonte di energia sicura: dati alla mano è quella che ha causato meno morti e meno malati per unità di energia prodotta. È una fonte di energia pulita: ha un bassissimo impatto ambientale, in particolare per quanto riguarda l’emissione di anidride carbonica. È una fonte di energia affidabile, sempre disponibile: una centrale nucleare è sempre accesa e lavora in media per il 95 per cento delle ore di un anno. E da un punto di vista economico, solare ed eolico sono molto più costosi dell’energia nucleare”.
[r.s.]
[Enrico Brandmayr, triestino classe 1982, ha conseguito la Laurea Magistrale in Fisica e un dottorato di ricerca in geofisica presso l’Ateneo giuliano, dove attualmente ricopre il ruolo di Assegnista di Ricerca. Cofondatore, nel 2011, del Comitato Nucleare e Ragione, associazione no profit dedicata alla divulgazione sul tema dell’energia nucleare. È stato ricercatore post dottorato per quattro anni presso la North Carolina Central University (USA), dove ha insegnato anche in corsi sul tema dell’energia e delle risorse minerarie.]


