Tensioni Belgrado-Pristina: un secondo fronte alle porte dell’Ue?

di Arianna Francesca Brasca
17.01.2023 – 09.30 – La cacofonia mediatica della guerra in Ucraina declassa a eco di sfondo le tensioni tra Serbia e Kosovo degli ultimi mesi, ma proprio le avvisaglie di un nuovo potenziale conflitto nei Balcani pongono forti interrogativi sull’evitabilità dell’interventismo militare, trait d’union tra le due aree di crisi alle porte d’Europa.
Nonostante sia un paese a maggioranza albanese, all’interno del territorio kosovaro, indipendente dal 2013 ma non riconosciuto da Belgrado, vivono circa 100.000 serbi, per la maggior parte concentrati nel nord del paese. A fare da combustibile all’ultima impennata di attriti nella regione è stata la disputa sulle targhe automobilistiche: Pristina ha imposto che anche i serbi che vivono all’interno della sua giurisdizione abbandonino quelle di Belgrado. Quella che potrebbe sembrare una questione di minore importanza trascina con sé un risvolto altamente simbolico: per Pristina si tratta di imporre la propria sovranità, mentre le comunità serbe vivono la sostituzione come una violazione della propria identità.
La sensazione da parte serba è che Pristina non stia rispettando l’accordo stipulato nel 2013 che garantisce alla minoranza una certa autonomia. Ma l’incapacità di trovare una soluzione duratura e stabile è anche e soprattutto il riflesso di tensioni ben più profonde sul piano internazionale: il Kosovo non è mai stato riconosciuto tra le altre, dalla Russia, che non ha anzi perso l’occasione di criticare la NATO per l’intervento armato del 1999, giustificato con l’obiettivo di fermare le truppe serbe all’assalto dei kosovari, di etnia albanese, in lotta per l’indipendenza.

Alle origini del moderno ius publicum europaeum, il diritto internazionale dell’ordinamento westfaliano considerava il ricorso alla guerra come una prerogativa sovrana, indiscussa e illimitata. Solamente la Carta delle Nazioni Unite del 1945 ha cambiato la direzione prevista per il nuovo ordine mondiale nel considerare come riprovevole ogni dichiarazione di guerra ingiustificata. Nello specifico, oltre alla legittimità dell’autodifesa, dalla fine degli anni ’90 è aumentata l’attenzione per i diritti umani, scomodando l’eventualità di un in intervento umanitario armato per risolvere la violazione della sovranità a livello internazionale.
Un chiaro esempio sono proprio i falliti tentativi diplomatici di appellarsi al Consiglio di Sicurezza durante la crisi balcanica, con la Russia pronta a opporre il proprio veto al decisionismo occidentale nella regione. La NATO, in quel caso, ha deciso di attaccare la Serbia senza alcuna autorizzazione. Così, una morale ammantata dell’intenzione di voler proteggere i civili si è sostituita a un grave difetto di legittimità. Da quel momento in poi, le guerre condotte a scopo umanitario, considerate tali sulla base di sole motivazioni politiche, sono diventate un leitmotiv che arriva fino alla cronaca più recente.

Tornando all’urgenza balcanica, il Kosovo non è ancora oggi dotato di un proprio esercito e qualora la scintilla di un nuovo conflitto deflagrasse dovrebbe essere difeso dalla NATO e dall’Ue. Quest’ultima ha dunque tutto l’interesse affinché non si apra un secondo fronte di guerra alle porte casa, con un Paese che, almeno a parole, vorrebbe integrare. Per Belgrado, invece, come sottolineano gli analisti di ISPI, una guerra sarebbe un vero e proprio suicidio politico. Non solo per le conseguenze economiche che ne deriverebbero ma anche perché non potrebbe materialmente sostenere uno sforzo bellico contro le truppe NATO già stabilitesi in Kosovo dal 2013.
A complicare ulteriormente le cose, alla prova di una nuova escalation militare non manca di concorrere anche l’impegno della Russia in Ucraina che va avanti ormai da un anno. Le difficoltà incontrate da Mosca in quella guerra rendono particolarmente difficile per il Cremlino pensare di sostenere militarmente il proprio alleato serbo, ma non mancano le ipotesi che vedrebbero l’attacco a Pristina un degno diversivo strategico al pantano ucraino.

A essere chiamata in causa dalle accuse incrociate di queste rispettive zone di crisi è soprattutto l’Unione europea: dopo il tempo delle grandi speranze, il processo d’integrazione è ormai nel limbo e l’attendismo regna sovrano.
Anche la Serbia, infatti, ha chiesto di poter aderire all’Ue nel 2009 e ha iniziato le negoziazioni nel 2014. Oggi è ancora impegnata nel raggiungere gli obiettivi di 22 dei 35 capitoli negoziali necessari per ottenere lo status di paese comunitario. Tuttavia, le sue scelte di politica estera dell’ultimo anno hanno finito per trasformarla da capofila dell’integrazione, a testa di ponte del filorussismo nel continente.

Le recenti tensioni, le più gravi e prolungate dell’ultimo decennio, sembrano dunque aver riportato indietro le lancette della storia agli anni Novanta, quando tra le parti scoppiò un durissimo conflitto armato. Rispetto all’escalation degli anni Novanta però, il contesto in cui si inserisce questo nuovo scontro, per ora tutto politico, è completamente diverso, dal momento che questi Paesi condividono, almeno sulle carte, lo stesso orizzonte europeista rappresentato dal lungo e spesso contraddittorio processo di adesione all’Unione europea.

[a.f.b.]

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