15 luglio 2026 – ore 15:00 – La premessa – Se dovessimo descrivere il momento storico che stiamo vivendo, potremmo usare parole come confusione, disallineamento o “caos calmo”. Stiamo assistendo, negli ultimi giorni, a decisioni statunitensi poco comprensibili, alla ripresa di una guerra con l’Iran che speravamo fosse finita e a una politica estera americana in Medio Oriente non facilmente decifrabile, neppure da Israele e da molti Paesi del Golfo. Non possiamo certo dimenticare l’insofferenza, sempre più marcata, di molti Paesi dell’Europa orientale nei confronti dell’Ucraina, sempre più contrari a una guerra senza fine contro la Russia. Nel quadrante dell’Indo-Pacifico continuiamo a registrare, in Giappone, alle prese con una grave crisi valutaria, nelle Filippine e nella stessa Corea del Sud, una palese incertezza sulla reale capacità e volontà degli Stati Uniti di garantire in futuro un livello di sicurezza adeguato nei confronti della Cina. Gli USA, anche con gli “alleati” asiatici, non dimentichiamolo, stanno esercitando le medesime pressioni che ben conosciamo in Europa. Pertanto, anche per gli asiatici, qualsiasi discussione seria sulla sicurezza deve partire da interrogativi sull’impegno degli Stati Uniti nella regione, mettendo a confronto la Strategia di Sicurezza Nazionale statunitense, la guerra in Iran e le lamentele sulle spese per la difesa rivolte a tutti gli alleati, nessuno escluso.
Dall’altra parte, le reazioni della Russia ci giungono ultimamente dall’Africa, dove, nel silenzio generale, il ministro degli Esteri Sergej Lavrov sta tessendo da tempo una fitta rete politico-diplomatica allo scopo di consentire a Mosca di esercitare, nel prossimo futuro, un’influenza rilevante anche nel continente africano. In tale specifico quadrante, se consideriamo la fine dell’Africa francofona, l’assenza di un marcato interesse americano per il continente africano, la presenza dominante della Cina da oltre vent’anni nella maggioranza dei 54 Stati africani e, contemporaneamente, analizziamo il livello strategico delle attuali relazioni tra Mosca e Pechino, comprendiamo perfettamente le possibili ricadute politiche, economiche e strategiche globali che potrebbero svilupparsi dall’ipotetico sfruttamento congiunto sino-russo di un mercato di oltre un miliardo e mezzo di persone, concentrate nell’area del pianeta più ricca di materie prime, rappresentata dall’Africa.
In uno scenario così complesso e in continua evoluzione, se solo per un attimo fissassimo la nostra attenzione sulla profonda crisi politica che attraversano il Regno Unito, la Germania e la Francia, solo per citare i tre Paesi che da secoli dominano la scena europea, dovremmo porci numerose domande. Dovremmo essere coinvolti in dibattiti e discussioni accese sul nostro comune futuro di europei e, invece, il nulla cosmico. Navighiamo a vista, cerchiamo sponde improbabili e sembriamo dividerci su tutto.
Oggi tratteremo alcuni di questi argomenti, cercando di fornire alcune pennellate di un quadro che rappresenti la realtà che stiamo vivendo.
La Bulgaria si autoesclude dal Club dei Volenterosi
La recente decisione espressa dal presidente bulgaro Rumen Radev di sfilarsi dal Club dei Volenterosi ha scosso profondamente gli europei.
Radev, il 14 luglio, da Parigi, rispondendo a una domanda dei giornalisti sul perché nessun rappresentante di Sofia fosse presente al vertice della Coalizione dei Volenterosi, tenutosi lunedì nella capitale francese, ha dichiarato: «Non credo che la Bulgaria abbia un posto nella Coalizione dei Volenterosi. Non facciamo parte di una coalizione che spinge per la continuazione degli aiuti finanziari e militari all’Ucraina. Non forniamo aiuti di questo tipo perché credo che la via per risolvere questo conflitto sia attraverso un forte sforzo diplomatico per porre fine all’escalation, piuttosto che prolungarla con mezzi militari».
Interpellato successivamente in merito alla sua partecipazione alla parata militare per la Festa nazionale francese, Radev ha ringraziato il presidente Emmanuel Macron per l’invito, descrivendo l’evento come «un vero simbolo della perenne ricerca dell’umanità di libertà e democrazia».
Riguardo al 21° pacchetto di sanzioni contro la Russia, Radev ha dichiarato: «La Bulgaria ha espresso apertamente le sue riserve su alcune persone e ha chiarito di essere pronta a porre il veto sull’intero pacchetto se non fossero state rimosse dalla lista. Come avete visto, sono state rimosse. Per la prima volta, la Bulgaria ha difeso apertamente il proprio interesse nazionale».
Ha inoltre aggiunto: «Quando imponiamo un ventunesimo pacchetto di sanzioni, dobbiamo chiederci perché siamo arrivati a questo punto e che fine abbiano fatto i precedenti venti. Chiaramente non stanno raggiungendo il loro obiettivo. Queste sanzioni devono essere concepite in modo tale da non finire, soprattutto, per danneggiare i Paesi che le impongono».
La Polonia parla di pace, lanciando segnali inequivocabili a Bruxelles e a Kiev
Il 14 luglio il primo ministro polacco Donald Tusk ha annunciato che la Polonia ospiterà esercitazioni militari internazionali entro la fine dell’anno con l’obiettivo di prepararsi a fornire garanzie di sicurezza all’Ucraina in seguito a un potenziale accordo di pace o a un cessate il fuoco con la Russia.
Tusk ha inoltre dichiarato la disponibilità della Polonia a ospitare in modo permanente un maggior numero di truppe dei Paesi alleati. In tale contesto, la crisi politico-diplomatica tra Varsavia e Kiev non sembra rientrare e questa tensione è emersa anche recentemente, durante l’avvio a Bruxelles del secondo gruppo di negoziati con l’Ucraina per l’ingresso di Kiev nell’Unione europea.
In questo contesto, il viceministro degli Esteri polacco Ignacy Niemczycki, presente agli incontri, ha fatto riferimento a una dichiarazione congiunta rilasciata da Polonia, Germania e Francia in occasione di un recente vertice del Triangolo di Weimar, nella quale si sottolineava come l’allargamento dell’Unione europea debba rimanere un processo basato sul merito e fondato, in egual misura, sui valori europei, primo fra tutti lo Stato di diritto.
Niemczycki ha collegato tale dichiarazione alle recenti tensioni sorte in Ucraina in merito alla commemorazione dell’Esercito Insurrezionale Ucraino (UPA), ritenuto responsabile del massacro della Volinia, affermando di essere lieto che tale preoccupazione fosse stata espressa chiaramente e non soltanto dalla Polonia.
Pur riconoscendo che è nel fermo interesse strategico della Polonia vedere l’Ucraina aderire all’Unione europea «al momento giusto e dopo i giusti negoziati», Niemczycki ha avvertito che qualsiasi esito di questo tipo richiederà, in ultima analisi, il sostegno della società polacca.
Le tensioni crescono tra Slovacchia, Ungheria e Repubblica Ceca sulla richiesta della NATO di finanziare ulteriormente Kiev
La Slovacchia non è stata la sola a dichiarare, nel recente vertice NATO di Ankara, che non avrebbe fornito alcun sostegno finanziario per il riarmo dell’Ucraina. Anche l’Ungheria e la Repubblica Ceca hanno espresso la stessa posizione al tavolo dei negoziati.
In particolare, il presidente della Repubblica slovacca Peter Pellegrini ha dichiarato, nel corso di un intervento trasmesso dall’emittente televisiva TA3: «Ho notato commenti in Slovacchia che suggeriscono che, poiché la Slovacchia ha chiaramente affermato che non avrebbe inviato armi né fornito assistenza finanziaria in un ulteriore ciclo di riarmo dell’Ucraina, si trovasse isolata in questa posizione al vertice NATO. Questo semplicemente non è vero».
Pellegrini ha quindi precisato che «il primo ministro ungherese Peter Magyar ha chiarito la sua posizione, affermando che l’Ungheria non avrebbe fornito alcun tipo di assistenza militare o finanziaria all’Ucraina». Inoltre, ha aggiunto che anche il primo ministro ceco Andrej Babiš aveva espresso esattamente la stessa posizione direttamente al tavolo delle trattative.
https://easternherald.com/2026/07/12/pellegrini-nato-ukraine-funding-refusal-july-2026/
https://www.elocal.co.nz/Article/9023
Crescono le tensioni tra Israele e Stati Uniti
I media israeliani, nessuno escluso, evidenziano da giorni l’esistenza di continue tensioni tra Washington e Gerusalemme, culminate nelle ultime ore con l’asserita richiesta del presidente Donald Trump al primo ministro Benjamin Netanyahu di ritirare le truppe israeliane dalla Siria e dal Libano.
Tutto nasce da un rapporto pubblicato da Axios, la nota testata giornalistica digitale americana, riportato nel link in descrizione, nel quale si afferma che, nel corso di una recente telefonata, il presidente Trump avrebbe invitato Netanyahu a ritirare le forze israeliane dalla Siria e dal Libano.
Il Jerusalem Post, a questo proposito, ha riferito che il rapporto di Axios avrebbe colto di sorpresa le Forze di difesa israeliane (IDF), che non sarebbero state informate di un simile sviluppo della situazione.
In tale contesto, secondo quanto riportato dalla testata israeliana Walla il 14 luglio, Netanyahu starebbe pianificando un viaggio a Washington nei prossimi giorni. Tuttavia, né la Casa Bianca né l’ufficio del primo ministro israeliano hanno confermato la possibilità di un incontro.
Mentre si registrano queste tensioni, proseguono a Roma i colloqui tra Israele e Libano per discutere l’attuazione di un quadro trilaterale tra Israele, Libano e Stati Uniti. Si ricorda che l’accordo, firmato il 26 giugno a Washington, mira al disarmo di Hezbollah e a facilitare il ritiro delle truppe israeliane dal Libano meridionale.
In base all’accordo quadro, ricorda il Jerusalem Post, Israele ha accettato di ritirare le proprie truppe da due aree, consentendo all’esercito libanese di assumere il controllo delle zone e di attuare misure finalizzate al disarmo di Hezbollah.
Infine, i media israeliani affermano che la telefonata tra Trump e Netanyahu, citata da Axios, sarebbe avvenuta dopo l’incontro tra Trump e il presidente siriano Ahmed al-Sharaa, a margine del vertice NATO di Ankara, in Turchia, al termine del quale il presidente statunitense ha annunciato che gli Stati Uniti avrebbero avviato le procedure per rimuovere la Siria dalla lista degli Stati sponsor del terrorismo.
https://www.axios.com/2026/07/14/trump-netanyahu-syria-lebanon-redeploy
https://www.jpost.com/israel-news/article-902520
Dichiarazione del ministro degli Esteri Sergej Lavrov durante la conferenza stampa congiunta con il ministro degli Affari Esteri della Repubblica del Ciad, Abdoulaye Sabre Fadoul – Mosca, 14 luglio 2026
Desidero proporre alcuni stralci di questa conferenza stampa, poiché dalla loro lettura emergono chiaramente alcune linee politico-diplomatiche della strategia di Mosca in Africa, suscettibili, nel breve e medio periodo, di tradursi in concrete strategie di influenza tutt’altro che trascurabili.
L’intera conferenza è disponibile al link riportato in descrizione.
«Signore e signori,
il mio omologo della Repubblica del Ciad, Abdoulaye Sabre Fadoul, e io abbiamo avuto colloqui sostanziali e proficui.
Abbiamo ribadito l’impegno condiviso di Mosca e N’Djamena a rafforzare le relazioni bilaterali, tradizionalmente amichevoli, che fin dall’inizio si sono basate sulla fiducia e sul rispetto reciproco. Da parte nostra, abbiamo accolto con favore la politica perseguita dalla leadership ciadiana e, in particolare, dal presidente Mahamat Idriss Déby, volta a consolidare ulteriormente le relazioni bilaterali.
Abbiamo discusso di questioni bilaterali fondamentali, incentrate sul commercio, sull’economia e sugli investimenti, settori che trarrebbero grande beneficio dal nostro impegno volto a rafforzarli, poiché risultano ancora significativamente al di sotto dell’elevato livello raggiunto dal nostro dialogo politico e dalla cooperazione umanitaria.
Abbiamo individuato le aree sulle quali le aziende russe e ciadiane potrebbero concentrare i propri sforzi per rafforzare la cooperazione. Particolare attenzione è stata dedicata alla prospezione geologica, al settore energetico, alla produzione di fertilizzanti e all’assistenza sanitaria.
Vantiamo una solida esperienza nel settore sanitario, che non si limita al Ciad ma coinvolge anche numerosi Paesi limitrofi. Le prospettive sono positive e siamo ottimisti sulla nostra capacità di trasformare queste opportunità in risultati concreti.»
Abbiamo espresso grande apprezzamento per il livello di cooperazione in ambito umanitario, in particolare nel settore dell’istruzione.
Oltre 3.500 cittadini ciadiani hanno ricevuto una formazione professionale in Russia. Ogni anno offriamo 300 borse di studio finanziate con fondi pubblici, un dato che colloca il Ciad tra i Paesi leader dell’Africa subsahariana. Per il prossimo anno accademico prevediamo di aumentare il numero delle borse di studio a 360.
Abbiamo affrontato in modo approfondito le attuali questioni regionali e globali, rilevando come le nostre posizioni siano pienamente allineate sulle questioni strategiche al centro del dibattito sul futuro del sistema internazionale. I nostri approcci coincidono anche sulla maggior parte delle proposte attualmente all’esame delle Nazioni Unite per migliorarne l’efficacia, così come sulle modalità per affrontare i conflitti che continuano a interessare l’Africa.
In particolare, abbiamo discusso della situazione nella regione del Sahara-Sahel, comprese le attività della Confederazione degli Stati del Sahel, che riunisce Mali, Burkina Faso e Niger.
Non molto tempo fa abbiamo tenuto a Niamey, capitale del Niger, la terza riunione ministeriale con la partecipazione dei tre Stati membri della Confederazione e della Federazione Russa. Abbiamo condiviso i risultati delle discussioni e i piani elaborati durante quell’incontro.
Abbiamo espresso seria preoccupazione per la crescente minaccia terroristica e per la diffusione delle attività di gruppi islamisti affiliati all’ISIS e a Boko Haram nei Paesi della regione, con l’evidente sostegno, secondo la nostra valutazione, di alcune ex potenze coloniali, che continuano a cercare di minare le relazioni tra la Federazione Russa e i Paesi del Sahara-Sahel. Nell’attuare queste provocazioni, si avvalgono non solo di gruppi terroristici, ma anche di militanti provenienti dall’Ucraina.
Abbiamo convenuto che le crisi e i conflitti nel continente africano debbano essere risolti sulla base del principio delle “soluzioni africane ai problemi africani”, che sosteniamo con coerenza. Continuiamo a riscontrare numerosi tentativi di imporre soluzioni esterne alle crisi in Sudan e Libia, senza tenere conto dell’esigenza di raggiungere una riconciliazione nazionale in entrambi i Paesi.
La Russia sostiene fermamente che siano gli africani a raggiungere un accordo tra loro e che gli attori esterni si limitino a facilitare il processo, fornendo sostegno finanziario alle iniziative di mantenimento della pace o incoraggiando i Paesi africani a stipulare accordi.
In qualità di membro permanente del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, la Russia continuerà a sostenere questo approccio e a concentrarsi sugli sforzi volti a stabilizzare la regione del Sahara-Sahel. Continueremo ad assistere i Paesi della regione su base bilaterale, anche rafforzando le capacità delle loro forze armate nazionali e fornendo addestramento al personale militare e delle forze dell’ordine. Continueremo inoltre a fornire aiuti umanitari.
Apprezziamo molto la ferma determinazione della leadership ciadiana nel voler favorire la normalizzazione delle relazioni tra i Paesi della Confederazione degli Stati del Sahel, la Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale (ECOWAS) e l’Unione Africana.
Condividiamo e sosteniamo pienamente questa linea d’azione. Abbiamo inoltre illustrato ai nostri colleghi la nostra valutazione degli ultimi sviluppi della crisi ucraina, compresi i recenti tentativi di manovra politica da parte degli europei, che riteniamo volti a minare gli accordi tra la Federazione Russa e gli Stati Uniti. Tuttavia, il presidente Vladimir Putin ha ripetutamente sottolineato che, qualora tali accordi non venissero attuati, sappiamo come raggiungere gli obiettivi da lui chiaramente delineati nel discorso pronunciato al Ministero degli Esteri nel giugno 2024.
Va da sé che abbiamo discusso anche dei preparativi per il Terzo Vertice Russia-Africa, che si terrà a Mosca nel mese di ottobre. Siamo grati per aver appreso che il presidente della Repubblica del Ciad, Mahamat Idriss Déby, intende partecipare. Attendiamo con interesse l’opportunità di tenere un incontro ad alto livello e di valutare i progressi compiuti nei settori affrontati oggi, per i quali abbiamo già delineato concrete misure di attuazione.
Domanda della stampa estera: Qual è il ruolo della Russia nella sicurezza regionale in Africa? In che modo Mosca contribuisce alla lotta contro i gruppi armati e il terrorismo transfrontaliero?
Sergej Lavrov: Per quanto riguarda la lotta al terrorismo, siamo impegnati in una battaglia senza compromessi su più fronti e forniamo ogni possibile forma di assistenza ai nostri partner africani. Il Corpo d’Armata Africano del Ministero della Difesa russo opera in Niger, Mali e in altri Paesi della regione. I rappresentanti di questi Stati ci hanno riferito, durante il nostro recente viaggio in Africa, che grazie al suo supporto le forze armate del Mali e del Niger sono riuscite a respingere importanti attacchi terroristici.
Questa cooperazione proseguirà senza dubbio. La sua importanza sarà ulteriormente ribadita nel corso del Terzo Vertice Russia-Africa, che si terrà a Mosca nel mese di ottobre.
Domanda: Che ruolo può svolgere il Ciad nella riforma del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite? Più in generale, quale posizione assume il Ciad all’interno delle Nazioni Unite?
Sergej Lavrov: Per quanto riguarda la riforma del Consiglio di Sicurezza, non potrà esserci alcuna riforma senza affrontare i legittimi interessi dell’Africa.
Domanda: Qual è la posizione della Russia in merito alla violazione, da parte degli Stati Uniti, delle disposizioni del memorandum d’intesa con l’Iran e alla ripresa delle ostilità? Questo può mettere in discussione le future garanzie che gli Stati Uniti potrebbero offrire nell’ambito di una soluzione del conflitto in Ucraina?
Sergej Lavrov: Non posso fare ipotesi sul futuro. Posso parlare soltanto dei fatti. Gli Stati Uniti e l’Iran hanno firmato un memorandum d’intesa, la cui prima clausola menzionava il Libano per ben tre volte.
Tutti speravano che il memorandum venisse attuato. Il presidente Vladimir Putin ha ripetutamente affermato che Israele sostiene questo accordo e auspica che venga realizzato. Israele ha però dichiarato pubblicamente di non essere parte di tale accordo e di ritenersi pertanto legittimato ad agire in Libano sulla base dei propri interessi, piuttosto che in virtù del memorandum concluso tra Stati Uniti e Iran.
Per quanto riguarda i futuri accordi, posso commentare soltanto ciò a cui stiamo effettivamente assistendo. Quasi un anno fa è stato raggiunto un altro accordo – non formalmente firmato, ma comunque concluso – tra Stati Uniti e Russia, quando, in Alaska, la parte americana propose un quadro di soluzione che il presidente Vladimir Putin accettò.
Se leggete le dichiarazioni del presidente Donald Trump rilasciate subito dopo il vertice in Alaska, noterete che ha parlato in termini molto positivi dell’accordo, affermando che il processo era ormai avviato e così via. L’Europa e l’Ucraina, tuttavia, hanno dichiarato di non aver preso parte a quell’intesa e che essa non le riguardava. Da allora hanno fatto tutto il possibile per cercare di distogliere gli Stati Uniti da quel percorso.
Il presidente Trump non ha commentato questi tentativi e non ha dichiarato che gli accordi raggiunti in Alaska non esistano più. Al contrario, gli europei e il governo ucraino hanno affermato pubblicamente che tali accordi sono ormai morti e definitivamente archiviati.
Pertanto, non sono in grado di giudicare come gli Stati Uniti affronteranno un eventuale accordo concluso con la loro partecipazione. Comprendo, tuttavia, che debbano fare i conti con dinamiche politiche interne. Alla luce di queste circostanze, mi sarebbe difficile formulare previsioni sull’attuazione di quanto concordato con gli Stati Uniti.
https://mid.ru/en/foreign_policy/international_safety/regprla/2126659/
Cosa si nasconde dietro il rimpasto di governo a Kiev?
Mentre scrivo, a Kiev sono giunti numerosi capi di Stato e di governo europei per partecipare al quinto Vertice Ucraina-Europa sudorientale, un forum regionale volto a promuovere la cooperazione tra l’Ucraina e i partner dell’Europa sudorientale.
Oltre alla presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, sono arrivati nella capitale ucraina anche il presidente romeno Nicușor Dan, la presidente moldava Maia Sandu, il primo ministro sloveno Janez Janša e il presidente serbo Aleksandar Vučić.
L’attenzione dei media ucraini, tuttavia, appare concentrata sulla composizione del nuovo governo, dopo che il 14 luglio il Parlamento ucraino ha approvato le dimissioni di Yuliia Svyrydenko dalla carica di primo ministro. La decisione, come previsto dalla Costituzione ucraina, comporta automaticamente le dimissioni dell’intero governo.
Secondo diverse fonti autorevoli, tra cui Politico, l’inaspettata decisione del presidente Volodymyr Zelensky sarebbe collegata alle imminenti accuse di appropriazione indebita nei confronti dell’ambasciatrice ucraina negli Stati Uniti, Olha Stefanishyna, già vice primo ministro per l’Integrazione europea ed euro-atlantica e ministra della Giustizia.
L’ambasciatrice è stata coinvolta in diverse indagini per corruzione avviate nel 2019 e nel 2025 dall’Ufficio nazionale anticorruzione e dalla Procura speciale anticorruzione dell’Ucraina. Le inchieste riguardano, tra l’altro, un presunto caso di appropriazione indebita di 2,5 milioni di grivne (circa 49.000 euro) risalente a dieci anni fa presso il Ministero della Giustizia, l’acquisizione illegittima di beni statali da parte dell’ex marito di Stefanishyna e un lussuoso appartamento nel centro di Kiev, intestato ai suoi genitori ma mai dichiarato dall’ambasciatrice.
Stefanishyna, che ha assunto l’incarico presso l’ambasciata ucraina a Washington lo scorso settembre, non avrebbe ancora presentato ufficialmente le proprie dimissioni, sostenendo che la sua imminente uscita di scena non abbia alcun collegamento con l’indagine condotta dall’FBI.
L’Ufficio nazionale anticorruzione ucraino ha rifiutato di commentare un’indagine tuttora in corso.
https://www.politico.eu/article/corruption-probe-might-have-triggered-zelenskyys-latest-reshuffle/
https://usa.mfa.gov.ua/en/governance/ostefanishyna
https://hacc-decided.ti-ukraine.org/en/cases/42014000000000409
Il Dipartimento di Stato statunitense lancia una campagna per smantellare quella che definisce la minaccia alla sovranità americana rappresentata dalla Corte penale internazionale
A conferma della difficoltà oggettiva nel comprendere pienamente la strategia degli Stati Uniti, il 13 luglio il Dipartimento di Stato ha pubblicato una nota dai toni particolarmente duri nei confronti della Corte penale internazionale (CPI).
Su questo tema, tuttavia, non dovremmo sorprenderci eccessivamente, poiché da 24 anni Washington si oppone con forza allo Statuto di Roma del 1998, rifiutando di riconoscere la giurisdizione della Corte sui propri cittadini e militari. Ciò che lascia perplessi molti analisti internazionali è invece la chiara volontà espressa ora dall’amministrazione americana di attaccare frontalmente la CPI, definendola «una minaccia alla sovranità degli Stati Uniti d’America».
Leggiamo insieme il testo.
«Oggi il segretario di Stato Marco Rubio ha annunciato una vasta campagna per smantellare la minaccia che la Corte penale internazionale rappresenta per la sovranità degli Stati Uniti. La campagna prevede una risposta coordinata da parte dell’intero governo, finalizzata a neutralizzare sistematicamente la capacità della CPI di operare, di prendere di mira militari o funzionari americani o di minacciare in qualsiasi altro modo la sovranità degli Stati Uniti.
La Corte penale internazionale rappresenta una minaccia intollerabile per la sovranità degli Stati Uniti: rivendica infatti l’autorità di perseguire e persino imprigionare militari e funzionari americani che operano nell’interesse nazionale degli Stati Uniti. Gli americani non hanno mai accettato questo accordo e tutti i presidenti succedutisi dalla ratifica dello Statuto della CPI hanno sempre sostenuto che la Corte non abbia giurisdizione sui cittadini statunitensi. In passato la CPI ha inoltre avviato un’indagine nei confronti di militari e funzionari dell’intelligence americana, rifiutandosi successivamente di archiviare tali procedimenti.
La Corte penale internazionale aspira ora a diventare un arbitro globale privo di controlli, ponendosi al di sopra e al di là dello Stato nazionale come braccio esecutivo sovranazionale di una burocrazia globalista, autorizzata a perseguire, a propria discrezione, militari e funzionari americani. Nessuna opzione diplomatica sarà esclusa dalla campagna volta a smantellare la minaccia rappresentata dalla CPI per i cittadini statunitensi.
La campagna comprenderà una vasta gamma di azioni volte a garantire che la Corte penale internazionale non sia in grado di minacciare la sovranità degli Stati Uniti né di prendere di mira cittadini americani.
Le azioni attualmente in fase di valutazione includono:
- telefonate diplomatiche del segretario di Stato, del vice segretario, degli ambasciatori e di altri alti funzionari statunitensi ai governi stranieri, per evidenziare quelli che Washington definisce gli abusi della Corte penale internazionale (CPI) e i rischi che essa rappresenterebbe per gli Stati Uniti e per gli altri Paesi, esortandoli a ritirarsi dalla Corte. Le nazioni che collaborano con le forze armate e le autorità statunitensi, o che beneficiano della protezione garantita dagli Stati Uniti, sono invitate a respingere quella che Washington considera la pretesa autorità della CPI di perseguire funzionari e militari americani;
- un maggiore controllo nei confronti dei Paesi che si rifiutano di respingere quella che gli Stati Uniti definiscono la falsa autorità della Corte penale internazionale, pur continuando a dipendere dall’assistenza americana;
- iniziative diplomatiche per sollecitare gli altri Stati che, come gli Stati Uniti, non aderiscono allo Statuto di Roma, affinché utilizzino le proprie reti diplomatiche per intraprendere azioni analoghe a fianco di Washington;
- revoca dei visti e divieti di viaggio nei confronti del personale della Corte penale internazionale;
- inasprimento delle sanzioni nei confronti della CPI e delle organizzazioni a essa collegate.
Conclusione
Desidero concludere questo denso articolo proponendovi alcuni passaggi di una recente analisi di Brad Glosserman, autorevole analista del Japan Times, della quale condivido l’impostazione di fondo.
Noterete le numerose analogie tra Occidente e Oriente: le stesse preoccupazioni, le medesime incertezze e gli stessi interrogativi su un futuro sempre più difficile da interpretare, ricco di incognite che difficilmente potranno trovare soluzione nel breve periodo.
Il rapporto completo è disponibile al link riportato in descrizione.
In estrema sintesi, Glosserman sostiene che:
Negli ultimi anni il quadro strategico globale si è progressivamente indebolito. È facile, e ormai diffuso, attribuire queste nuove incertezze alla presenza di Donald Trump alla Casa Bianca e all’ondata populista che egli rappresenta. Trump e la sua influenza costituiscono certamente una parte del problema, ma sono anche il riflesso di trasformazioni ben più profonde.
I principi e i presupposti fondamentali dell’ordine internazionale sono cambiati con il mutare della distribuzione della ricchezza e del potere, con la riduzione del divario tra gli Stati Uniti, i loro alleati e i loro avversari, con il rafforzamento delle capacità militari e con la trasformazione tecnologica che ha modificato le relazioni tra individui, governi e società.
Altrettanto significativa è la crescente consapevolezza che il vecchio ordine internazionale stia progressivamente erodendosi e che molte delle regole e delle norme che hanno guidato per decenni il comportamento degli Stati — dall’uso della forza al ruolo delle armi nucleari, dal libero commercio alla libera circolazione dei capitali, fino all’ortodossia economica neoliberista e alla funzione delle organizzazioni internazionali e regionali — appaiano oggi sempre più obsolete.
Anche il ricambio generazionale esercita un’influenza rilevante.
In Corea del Sud, ad esempio, per due generazioni successive alla guerra di Corea si è ritenuto inevitabile il processo di riunificazione, una convinzione alimentata tanto dai drammi personali delle famiglie divise quanto dalle esigenze della sicurezza nazionale. Oggi, invece, gran parte dei sudcoreani non vive più quella separazione né sul piano personale né su quello politico ed è maggiormente influenzata dall’esperienza e dai costi sostenuti dalla Germania nel percorso di riunificazione.
In Giappone, le giovani generazioni non provano più il senso di colpa e di vergogna derivante dall’esperienza della guerra del Pacifico. Ciò non significa che siano indifferenti a quella tragedia o disposte a ripeterla, ma semplicemente che non ne avvertono più il peso sul piano personale. Continuano a opporsi alla guerra, come qualsiasi altra società consapevole del suo enorme potenziale distruttivo, ma sono anche consapevoli dei grandi benefici che il loro Paese ha tratto dall’ordine regionale e globale costruito nel dopoguerra e ritengono, di conseguenza, che il Giappone debba impegnarsi maggiormente per difenderlo.
I confronti tra governi e organismi come il Pacific Forum continuano a cercare di interpretare e orientare il momento storico attuale. Tuttavia, sembra che gran parte delle discussioni continui a poggiare su presupposti ormai superati.
La maggior parte degli incontri ai quali partecipo riguarda approfondimenti su singoli problemi: i minerali critici e le catene di approvvigionamento dominano il dibattito economico, mentre comando, coordinamento e, sempre più spesso, la base industriale della difesa restano i temi preferiti degli esperti di sicurezza.
Tutti, però, danno ancora per scontato che la logica strategica che ha guidato tali relazioni continui a essere valida, mentre appare sempre più evidente che non lo sia più. Il consenso si è indebolito e pianificare sulla base di quei presupposti rischia di essere non solo discutibile, ma persino fuorviante.
In sintesi, è arrivato il momento di tornare ai principi fondamentali.
Si tratta di una proposta tanto impopolare quanto difficile. Impopolare perché mette in discussione molte delle “verità” sulle quali esperti e funzionari hanno costruito le proprie carriere; difficile perché richiede la disponibilità a ricominciare da zero e ad accettare una visione del mondo profondamente diversa.
È un esercizio complesso perché richiede discernimento. Dobbiamo analizzare questo momento storico senza affidarci alle scorciatoie interpretative che troppo spesso semplificano l’analisi degli eventi internazionali. Mentre cerchiamo nuovi modelli interpretativi, dobbiamo usare con estrema cautela le analogie storiche e il modo in cui le applichiamo.
Purtroppo, il pensiero realmente innovativo è raramente premiato negli affari di Stato, soprattutto considerando gli orizzonti temporali coinvolti e i rischi derivanti da eventuali errori. Per questo motivo, procedere seguendo schemi consolidati rimane spesso la strada più semplice e, agli occhi di molti, anche la più sicura.
Altrettanto preoccupanti risultano le politiche economiche di Washington. L’atteggiamento di questa amministrazione solleva interrogativi fondamentali sul suo reale impegno a favore del libero commercio, dell’apertura dei mercati, della concorrenza leale, delle istituzioni internazionali create per garantire il rispetto delle regole e dei privilegi storicamente riconosciuti agli alleati nella competizione economica e tecnologica globale.
Questo orientamento, tuttavia, non è esclusivo dell’attuale amministrazione americana. Molte delle scelte avviate dal primo mandato di Donald Trump sono state proseguite anche dal suo successore. La mancata adesione all’Accordo globale e progressivo per il partenariato transpacifico (CPTPP) rappresenta una posizione bipartisan, così come il persistente rifiuto di riformare l’organo d’appello dell’Organizzazione mondiale del commercio (OMC).
Saremo costretti ad affrontare questa nuova realtà, in un modo o nell’altro. Prima inizieremo questo percorso, minori saranno i danni che ne deriveranno.
https://www.japantimes.co.jp/commentary/2026/07/14/japan/old-strategic-assumptions-done/
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Stefano Silvio Dragani già generale di Brigata dell’Arma dei Carabinieri. Laureato in Scienze Politiche e in Scienze della Sicurezza, ha ottenuto anche un master di II livello in Studi Africani. Dopo incarichi operativi in Italia, ha svolto missioni internazionali in Albania, Kosovo, Ghana, Somalia, Ruanda e Belgio, lavorando come esperto di sicurezza e stabilizzazione in aree di crisi, anche per conto dell’Unione Europea. Ha tenuto docenze e seminari in Italia e all’estero – dall’Università di Padova alla Scuola Ufficiali dei Carabinieri, fino ai congressi ONU sul terrorismo globale – ed è stato special advisor sia del Ministro della Sicurezza della Somalia che delle forze di polizia di Rwanda e Uganda.
È autore di cinque saggi pubblicati da Fawkes Editions, casa editrice romana: “Frammenti di vita”(2022), dedicato alla sua lunga esperienza africana; “La Cavalleria: uno stile di vita” (2023), un affresco storico-militare; “Conflitti e parole”(2024), centrato sui rapporti tra Africa e grandi potenze; “Un altro mondo” (2025) e “Ultimo Miglio” (2026), un’analisi attuale delle crisi in Medio Oriente e Ucraina. Ha vissuto sedici anni in Friuli Venezia Giulia, cinque dei quali a Sistiana, alle porte di Trieste, città a cui è profondamente legato. La sua visione internazionale si coniuga con una forte consapevolezza del ruolo strategico dell’Italia e del nostro territorio nel contesto geopolitico globale.
Articolo di Stefano Silvio Dragani


