di Arianna Francesca Brasca
26.01.2023 – 09.00 – Da quando Mosca ha lanciato l’invasione su larga scala dell’Ucraina, la Russia è passata dall’essere un Paese remoto e dimenticato a bestia nera del mondo, sempre presente nei discorsi pubblici internazionali ma mai pienamente compresa. Ciò che sta accadendo nel complesso emisfero culturale influenzato da questo vasto Paese si estende ben oltre i confini di ciò che è rimasto dal crollo dell’Unione Sovietica, e riguarda tutti noi.
Alcune questioni, in particolare, sono spesso fonte di un acceso dibattito: che fine hanno fatto i movimenti di protesta in Russia? Perché le centinaia di migliaia di persone che sono fuggite dalla Russia non organizzano manifestazioni contro la guerra? Se protestare pacificamente all’interno della Russia è ormai quasi impossibile, al di fuori della Madrepatria sembra invece necessario.
L’ultima vera protesta di massa nel Paese è stata quella del 2021 a sostegno di Aleksej Naval’nyj. Secondo i media, vi hanno partecipato circa centomila persone in oltre cento città. Con l’inizio della guerra, la repressione si è però intensificata: i tentativi eroici sono stati stroncati grazie alle leggi sulle “manifestazioni non autorizzate”, ora inasprite dalle sanzioni per punire chi “scredita le forze armate” e diffonde “notizie false sulla guerra”. Come si vede, il costo della protesta è molto alto per il popolo russo: i processi penali distorti e le lunghe pene detentive inflitte agli attivisti dimostrano che il regime è determinato a schiacciare qualunque dissidenza. L’emigrazione è diventata per questo l’opzione più conveniente e, quindi, la scelta più razionale.
All’estero, le comunità russofone si trovano però sotto i riflettori di un intenso conflitto sociale e politico tra i cittadini di Paesi che non sono di fatto politicamente uniti nel loro atteggiamento verso il regime russo. Questa è la situazione in Estonia, Lettonia e Germania e nei Balcani, ad esempio. Arriviamo quindi a una conclusione paradossale: uno dei primi fattori che frena le proteste degli expat russi all’estero è proprio la pressione delle società che li accoglie, le stesse che vogliono che i russi si impegnino in massa in iniziative contro la guerra.
Allo stesso tempo, le proteste pubbliche potrebbero suscitare l’ostilità dei cittadini russi di altri Paesi, che potrebbero considerarli “traditori della Patria”, come è accaduto in Serbia.
Proprio per questa lunga serie di fragilità, questo tipo di mobilitazione da sola non può sperare di porre fine alla guerra. Diversi esponenti ideologicamente influenti della società russa dovrebbero unirsi ai movimenti sociali, parlare apertamente e disertare dal potere centrale, così da guidare una rinascita culturale per il Paese intero. Per ora, questi atti di ribellione moderata non sono stati sufficienti a spostare la coscienza e la consapevolezza delle persone: perché l’opposizione civile russa abbia successo, è necessario che si verifichi un profondo cambiamento nella cultura che innerva e sostiene un’opinione pubblica da tempo mortificata.
Oltretutto, dall’inizio dell’aggressione all’Ucraina, la Russia è diventata il Paese più sanzionato al mondo e le conseguenze sono molteplici. Le fonti ufficiali ne ammettono alcune riguardanti i dati economici. Altre si notano sul campo di battaglia, nelle sempre maggiori carenze dell’apparato militare russo. Ma sono forse altre quelle che hanno il maggiore impatto sulla vita dei cittadini. Ad esempio, è diventato più difficile spostarsi, e in un Paese così grande non è cosa da poco. Almeno duecento linee di autobus sono state cancellate in 83 città russe. Il motivo è da ricercare nelle sanzioni che hanno colpito l’automotive russo, in alcuni casi dipendente addirittura per il 90 per cento dall’import. Inoltre, molte aziende straniere – dal comparto alimentare a quello manifatturiero – hanno lasciato il Paese, interrompendo le catene di approvvigionamento e lasciando i cittadini russi disorientati. In breve, la vita in Russia è diventata più difficile.
Un parallelismo esemplificativo degli effetti dannosi di questa presunta alternativa alla violenza è il regime di sanzioni economiche che il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha imposto all’Iraq dal 1990 per quasi 13 anni, isolando il Paese dal commercio mondiale. Secondo alcuni analisti, sarebbero state queste sanzioni, più della violenza stessa inflitta dal regime di Saddam, a mettere in ginocchio il Paese. All’epoca, un rapporto dell’UNICEF ha infatti stimato che ben 500.000 bambini iracheni siano morti durante questo periodo di “carestia” imposta.
Il problema, in questo senso, è che ci sono poche o nessuna prova che le sanzioni arrechino danni reali ai regimi che pur intendono colpire. Il Cremlino ha infatti potuto accumulare ingenti riserve “salvagente” commerciando in forma maggiore con l’Asia e riducendo la propria dipendenza dall’Occidente. A ulteriore dimostrazione del meccanismo distorto di funzionamento delle sanzioni, i livelli della disoccupazione nei territori della Federazioni ufficialmente dichiarati riferiscono appena un 3,7 per cento, con l’ottimistica previsione di solamente 2,7 milioni di russi disoccupati. La realtà, però, è che alla fine del terzo trimestre del 2022, quasi 5 milioni di lavoratori russi erano soggetti a varie forme di disoccupazione occulta. In particolare, il 70% della popolazione era in congedo non retribuito.
Un’altra statistica fuorviante in questo senso è il tasso di cambio del rublo, che si vorrebbe rafforzato negli ultimi mesi del 2022 solo perché il governo ha reso difficile per le imprese e i privati russi prelevare denaro e convertirlo in valuta estera. Il divario tra le cifre ufficiali e l’esperienza vissuta dalle persone è tutt’altra storia. Secondo il Centro di Ricerca sull’Opinione Pubblica Russa, il 35 per cento dei cittadini sarebbe stato costretto a tagliare la spesa per i beni alimentari nell’ultimo anno, proprio a causa delle carenze registrate sugli scaffali dei supermercati e del conseguente aumento dei prezzi.
Questo non vuol dire che il governo di Putin sia di per sé sull’orlo del collasso. Come dimostra la dissoluzione dell’Unione Sovietica, però, una volta che il malcontento pubblico a lungo soppresso esplode allo scoperto, il cambiamento può avvenire rapidamente.
Tanto più il popolo russo si troverà a soffrire delle conseguenze dell’isolamento dal mondo intero, quanto più le basi del potere autarchico come lo conosciamo oggi saranno minacciate.
La comunità internazionale ha in questo senso la grande responsabilità di strutturare un processo alternativo – dentro e fuori la Russia – a quello punitivo e sanzionatorio. I nostri confini non possono rimanere chiusi quando si tratta di cultura, ricerca scientifica, mobilità generazionale per chi proviene dalla Federazione. La libertà dal bisogno inflitta da sanzioni ingiuste lascerebbe in questo modo più spazio alla creatività politica di tornare a fluire, per guarire la ferita sociale della guerra, tanto per la Russia quanto per la comunità internazionale intera.
[af.b]


