Luoghi nascosti del Porto Vecchio: i Varchi liberty e le vecchie Poste

04.12.2021 – 07.01 – L’assenza di un chiaro perimetro, di un chiaro riferimento architettonico per i limiti di una piazza ne può segnare con facilità il destino: senza un contenitore che la racchiuda, il contenuto urbano si annacqua in una confusione di monumenti e case. È il caso a Trieste di Largo della Barriera Vecchia: nelle intenzioni, come lo chiamava Il Piccolo d’età fascista, del “piccone risanatore” dell’epoca, quello spiazzo avrebbe dovuto trasformarsi in una piazza intermedia che precedesse Piazza Garibaldi e Piazza Goldoni. Era quella dimenticata Piazza Impero che sopravvisse solo per il periodo del dominio coloniale italiano. Il progetto tuttavia architettonicamente fallì, perchè mancarono le quinte architettoniche che garantissero allo spiazzo la dignità di agorà pubblica. Il primo di questi ancora sopravvive; è quel Mercato Coperto segreto tesoro cittadino, tanto nella perfetta costruzione nello stile Novecento, quanto nella conservazione tutt’oggi immutata. Il Mercato – progettato da quel Camillo Iona allievo della scuola wagneriana, ma convertito successivamente al razionalismo – avrebbe dovuto “ancorare” la futura Piazza Impero. Ma il progetto di ristrutturazione architettonica, dopo aver devastato le case eclettiche e liberty ottocentesche, compreso il Caffè Bizantino, si arrestò per l’inizio della seconda guerra mondiale, condannando all’incompiutezza lo spiazzo. Tutt’oggi infatti non ci si ferma presso il Largo, sebbene la presenza di qualche tavolino di caffè e un paio di rivendite segnali la persistenza del progetto originario, smarrito nel marasma di costruzioni successive degli anni sessanta e settanta.
Il caso di Piazza della Libertà, un tempo Piazza del Macello, è molto simile, sebbene non ne raggiunga il senso di irrisolto. La Piazza infatti venne correttamente completata verso la fine dell’ottocento, con una compiutezza d’insieme conferita dal perimetro di edifici che ne conferiscono un’aura quasi viennese: un biglietto di visita innegabile, in un’epoca, a inizio novecento, quando le stazioni dei treni svolgevano il ruolo di ambasciata della potenza ospitante, di emblema dello stato che si visitava. Eppure, nel corso del novecento, la piazza si è rimpicciolita, si è rinchiusa in sé stessa: e la causa sta nel soffocamento di una delle sue naturali quinte architettoniche, ovvero i varchi del Porto Vecchio di Trieste.
La piazza dovrebbe infatti apparire notevolmente più grande di quanto non sembra, scendendo dal treno: il momento in cui il passeggero esce dalla stazione ferroviaria dovrebbe corrispondere a quel senso di meraviglia che si realizza entrando in una nuova città. Eppure il luogo sembra decurtato, quasi monco: come se gli mancasse un frammento fondamentale. Quel frammento sono i varchi di accesso portuali che chiudono compiutamente un intero lato della piazza. La presenza dell’ex Teatro Tripcovich ne occlude completamente la visione, impedendo di realizzare le reali dimensioni della Piazza. Lo spiazzo viene forzato, a causa dello sgraziato edificio per le auto corriere, a un forzato rimpiccolimento. I varchi pertanto – paradossalmente, perchè tranquillamente visitabili – rimangono nascosti.

La recinzione che corona i varchi di ingresso del Porto Vecchio, resosi necessaria a seguito dell’abolizione della franchigia doganale estesa all’intera città del 1891, rappresenta un altro tassello dell’anonymous Giorgio Zaninovich; il quale, sebbene non firmò mai i disegni tecnici e i progetti per gli edifici del Porto Vecchio, ne fu con certezza l’autore. Troppi gli elementi distintivi, all’insegna di un liberty un po’ “tocco” che si stacca dai “soliti” autori, da Fonda a Fabiani. In questo caso Zaninovich sembra recuperare nelle forme possenti e turrite, quel gotico quadrato che l’Austria aveva adottato negli edifici pubblici nella seconda Restaurazione. Il modello era pertanto utilizzato da tempo, ma Zaninovich lo recupera con quella doppia attenzione alla funzionalità e alla decorazione liberty che caratterizza chi aveva frequentato la scuola Wagnerschule. Spesso chi rimpiange lo stile liberty – o più propriamente nel caso locale la Secessione viennese – dimentica che rappresentava un portato della modernità; lungi dall’essere classico, era uno stile moderno che adoperava tecniche costruttive e materiali all’avanguardia, staccandosi con decisione dallo storicismo. Per Il “patriarca” Otto Wagner l’architettura non doveva né imitare la natura, né gli stili del passato, ma in essa “si deve riconoscere la massima espressione della capacità umana che sfiora il divino“.
Nel caso dei varchi, il muro si eleva su uno zoccolo di pietra bianca calcarea, dal quale procede con una muratura di mattoni pieni, intonacata a finto bugnato. Ad un terzo dalla sommità, è possibile notare una sequenza di riquadri in serie, suddivise da lesene con capitelli ionici. Il varco che attualmente può essere utilizzato dai cittadini è l’unico non allineato, con una curvatura di 45 gradi rispetto all’asse dei precedenti tre. Probabilmente era previsto in origine un ulteriore varco, il quinto, anch’esso inclinato come il quarto, collocato all’altra estremità e speculare per dimensioni e forma. Infatti il quarto varco è l’unico con due aperture anziché tre e rompe quell’amore per la simmetria caratteristico di Zaninovich.
I tre varchi centrali ammiccano a un arco trionfale, con al culmine una successione di balaustre con cerchi e stelle. Una vera ossessione di Zaninovich – o forse una sua personale firma di pietra – quella del motivo stellare che si ripete nella vicina Locanda Grande, nella casa della Società Triestina Austria (oggi Circolo Unificato) e nelle case di via Salita Trenovia 4 e 8.

Da Google Maps

Negli ultimi anni del Porto Vecchio prima della grande guerra e in maniera ancora maggiore a seguito del passaggio di Trieste all’Italia si rese necessario costruire degli edifici ausiliari, rispettivamente per le dogane e successivamente per le poste, collocate dietro i tre varchi principali. Il primo di questi, risalente al 1910-14, è posizionato esattamente dietro i varchi, con una facciata a pochi metri dal muro e le parti laterali leggermente occluse dalla tettoia di legno. Un edificio completamente restaurato, dall’architettura classica: originariamente ufficio doganale, poi ad uso degli spedizionieri. Ritorna nuovamente il finto bugnato, così come lo zoccolo di pietra calcarea bianca; la facciata a mare presenta delle belle finestre ad arco, con un bianco davanzale.
Di forma e strutture simili gli edifici sempre collocati a ridossi dei varchi; o a lato degli ingressi, o dietro la muratura. Il legame architettonico semplice, ma presente con la recinzione soprastante rende semplice connettere anche questi piccoli edifici con l’opera di Zaninovich al servizio del porto.

[z.s.]