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sabato, 3 Dicembre 2022

I luoghi nascosti del Porto Vecchio: la Casa degli Operai

13.11.2021 – 07.01 – Uno degli edifici più preziosi del Porto Vecchio che ancora aspetta un recupero integrale, in maniera simile a quanto già avvenuto con altrettanti “ruderi”, dalla Centrale Idrodinamica, alla Sottostazione Elettrica di Riconversione, si nasconde in realtà a un passo dalla città: letteralmente a pochi metri da quel largo Santos dove fluiscono pullman e Flixbus.
Dopo aver infatti superato il Varco monumentale di Giorgio Zaninovich, utilizzando l’ingresso prospiciente alla stazione ferroviaria e ai Silos, si volge lo sguardo a sinistra: e accanto alla Torre dell’Acqua (erroneamente definita “Torre elettrica”) si può notare un edificio basso e lungo, riccamente ornato.
Si tratta della Locanda n.5 o ex Casa degli Operai: un manufatto industriale che si differenzia nettamente dai magazzini a più piani del Porto Vecchio, così come da simili edifici ausiliari o burocratici, quali la Palazzina della Direzione. La Locanda, all’interno della planimetria portuale, è un unicum: eppure, levando lo sguardo in alto verso le stelle di pietra che sormontano i Varchi, è possibile rintracciare una simile leggerezza in salsa liberty. L’architetto responsabile fu infatti nuovamente quell’istrionico Giorgio Zaninovich destinato, dopo la Prima Guerra Mondiale, a un lungo esilio a Buenos Aires, lontano da quel Porto che aveva costruito all’insegna della wagneriana “forma al servizio della funzione“.

L’edificio, costruito nel 1910, era un luogo multifunzione rivolto agli operai che lavoravano in porto: il salone principale ospitava una mensa, l’ala destra dell’edificio delle sale di riposo, spogliatoi e docce e l’ala sinistra, infine, un ambulatorio medico.
Studiosi come il d. Grison e il prof. Pozzetto hanno osservato che una simile cultura del lavoro era ancora rara a inizio Novecento; sebbene proprio l’Austria-Ungheria avesse intrapreso, grazie al pratico riformismo del socialismo austriaco (Valentino Pittoni docet), una serie di iniziative volte a migliorare le condizioni operaie, involontariamente attestate dal gran numero di regnicoli che affollavano la Trieste della Belle Époque.
Successivamente la Casa degli Operai divenne una mensa; da qui il nome di Locanda n.5 o “grande“, onde differenziarla dalla Locanda piccola.
Un architetto quale Zaninovich formatosi alla Wagnerschule di Vienna che mirava a “rompere” l’egemonia del neoclassico e dell’eclettismo con un’architettura al servizio della funzione e del cittadino accolse di buon grado la sfida del Porto Vecchio dove l’utilità dell’edificio era in primo piano, pur senza rinunciare all’ornato art nouveau.
Gli edifici progettati per il Governo Marittimo si caratterizzano infatti per le linee funzionaliste, volte a una ripartizione razionale degli spazi e ad un uso moderno dei materiali. Questo non compromette il gusto artistico – siamo lontani dal deserto piatto “firmato” Adolf Loos – ma la Secessione Viennese viene da Zaninovich rielaborata con una maggiore semplicità: geometrie lineari e un’inconfondibile leggerezza nell’insieme.
Come con la Sottostazione e i Varchi, Zaninovich applicò anche per la Locanda le ultime novità in campo tecnologico: il salone centrale infatti denota l’utilizzo del calcestruzzo armato, all’epoca “nuovo”, per gli orizzontamenti e le nervature.

In maniera simile alla Sottostazione, ma senza raggiungere i suoi eccessi decorativi, la Locanda n.5 presenta una facciata principale leggermente incassata, rivolta verso una gradinata che accoglie la sala principale della mensa. I due frontoni, collocati ai lati, appaiono più bassi e ancorano la struttura principale, completata da una copertura piana con un basso cornicione. Il porticato, rivolto dalla parte del mare e dunque non visibile dalla zona finora accessibile dai cittadini, annovera diversi elementi che tradiscono, pur nell’assenza della firma, la mano di Zaninovich. Il tetto, poco sporgente, è infatti sostenuto da 14 colonnine di pietra, con capitelli che ricordano uno stile Ionico molto stilizzato.
Il parapetto che connette le colonne annovera poi quelle “figure stellari” che vediamo riprodotte, qualche metro distante, nei Varchi di accesso; ma le quali erano presenti, a loro tempo, anche nella Casa della Società Triestina Austria, oggi Circolo Unificato.
Un elemento che non si nota, ed è qui il genio di Zaninovich, è come in realtà la Locanda non sia affatto bene equilibrata: porte, finestre e il loro collocamento nella facciata sono asimmetriche, eppure il tutto sembra perfettamente omogeneo e bilanciato grazie al posizionamento dei due frontoni bassi e soprattutto del porticato che garantisce una “simmetria nell’asimmetria”.
Gradevolissimi e lontani dall’odio per l’ornato caratteristico del minimalismo i motivi ornamentali a stucco raffiguranti piante e fiori, nello stile del liberty classico.
La natura della Locanda come di un edificio a un solo piano portò Zaninovich a “snellirla” con l’inserimento di un camino, ormai gravemente danneggiato. Questo si sviluppava con una parte bassa di bugnato liscio, una centrale di mattoni faccia a vista intonacati e un coronamento con aperture lunghe e strette. Secondo il D. Grison ricordava il campanile per la Pescheria Grande.

Le facciate dell’edificio n.5, dai piani dell’epoca. Parte di una presentazione di Italia Nostra Trieste volta al suo recupero come “Palazzina del mare”

Come solitamente avviene per molti edifici storici non considerati tali, il continuo utilizzo della Locanda ne ha permesso la sopravvivenza; probabilmente se fosse stata abbandonata, avrebbe subito la fine della sua sorella, la Locanda piccola.
Negli anni Novanta, riferendosi all’ingresso dal lato del porticato, era ancora presente la porta centrale della mensa primo novecentesca, con motivi decorativi che riprendevano le stelle di Zaninovich. A fianco della porta erano inoltre presenti delle finestre, oggigiorno murate, le quali hanno però conservato il riquadro decorato. In linea generale il riutilizzo verso la fine del novecento dell’edificio a fini burocratici e spedizionieri non ne ha danneggiato gli interni o la forma generale che si prestano bene a un recupero che ne rivalorizzi la forma funzionale, ma innegabilmente artistica.

Fonti: Antonella Caroli, Punto Franco Vecchio. Tecnologie – sistemi costruttivi – opere professionali e normativa nel porto di Trieste, Trieste, La Mongolfiera, Italia Nostra, 1996

[z.s.]

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Zeno Saracino
Zeno Saracinohttps://www.triesteallnews.it
Giornalista pubblicista. Blog personale: https://zenosaracino.blogspot.com/

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