07.12.2019 – 07.30 – Antonio Zaninovich era solo un “nocchiero di porto” quando avvistò sul ponte della Tegetthoff un arcipelago di terre ignote, strette dai ghiacci del Polo Nord. Sarebbero diventate la “Terra di Francesco Giuseppe”, così battezzate da una spedizione scientifica dell’Austria-Ungheria dove numerosi erano i triestini di ogni nazione e lingua.
Quattro anni dopo la moglie di Antonio partoriva un figlio: Giorgio Zaninovich (17 aprile 1876). Nato a Spalato, il giovane Giorgio dimostrò presto un intenso interesse per l’architettura; dopo un periodo alla Scuola Industriale Superiore di Trieste scelse di emigrare a Vienna, dove presto diventò un fervente adepto della “religione” del Liberty che imperversava in tutta Europa. Zaninovich in special modo aderiva alla Secessione Viennese, personificata dall’incontro con Otto Wagner, la cui opera “Moderne Architektur” (1895), aveva dettato le linee guida per la sua visione artistica, secondo cui “Non può essere bello qualcosa che non sia funzionale”.
I primi progetti di Zaninovich cercavano di tradurre in realtà proprio questo motto, collocandosi a metà tra (squisita) opera d’arte e costruzione ingegneristica. Il potere della tecnica si coniugava con la ricerca del bello, dell’ornamento, senza che ciò detraesse dalla solidità della struttura. In tal senso Zaninovich firmò diversi progetti per i ponti dell’Austria-Ungheria: da quello del Giubileo Imperiale di Lubiana (ora Ponte dei Draghi), a quello dello Swarza a Payerbach, l’Hohebruke sul Graben a Vienna, un ponte a Varsavia e il ponte sul Langbadbach.
Il ponte è una scelta atipica per l’architetto: una costruzione umile, spesso lasciata alle grinfie dell’ingegnere, in realtà rappresenta una sfida notevole, perchè richiede di gettare un… ponte tra diversi campi, dall’urbanistica, alla paesaggistica, all’ingegneria.
Il progetto di laurea si collocava dentro questo filone: “Progetto di un casino da gioco a Lesina” (1902) proponeva un fantasioso padiglione Liberty dove la finalità ludica dell’edificio veniva riflessa dall’irrealizzabile giocosità degli ornamenti e delle statue.
Ma per Zaninovich era ormai tempo di tornare a Trieste: la città, che si era ripresa dalla crisi dell’ultimo quarto dell’ottocento, concomitante nel suo caso all’abolizione del porto franco (1891), cresceva a gonfie vele. Una nuova classe borghese andava formandosi, accanto alla crescita di nuove ditte e imprese, specie nel ramo assicurativo-bancario.
Tutte occasioni di costruzioni di ville e condomini, magazzini ed edifici di rappresentanza.
In questo campo Zaninovich dapprima s’impegnò nell’edilizia “popolare”, prima di ricevere la sua prima, prestigiosa commissione nel 1906. Successivamente diventerà noto per il ruolo nel Porto Vecchio, specie per la Sottostazione Elettrica di Riconversione.

La carriera di Zaninovich conobbe infatti il suo primo turning point quando accettò la commissione della Società Triestina Austria per una sede ex novo nella via dell’Università 8, all’epoca via dei Santissimi Martiri. Zaninovich aveva già presentato diversi progetti nel 1904, ma solo nel 1906 iniziarono i lavori veri e propri.
Il primo “gioiello” dell’architetto di Spalato era una villa di rappresentanza, pertanto un progetto radicalmente diverso dai precedenti. L’edificio presenta tuttora una pianta razionale, tesa a massimizzare lo spazio disponibile: lo scalone principale, che conduce alla gigantesca sala di ricevimento, nasconde nelle sue ali i locali di servizio.
La gemma nella corona Liberty della Triestina Austria era tuttavia l’ingresso, depredato oggigiorno da decenni di posticci restauri e abbellimenti novecenteschi. L’ingresso presentava infatti un grande arco a tre quarti, dalla circonferenza incastonata nel basamento. La corolla di questo fiore di pietra protrudeva poi il pistillo d’una tettoia decorata, a sua volta sorretta da due pilastri.
L’ingresso pertanto era (quasi) un tempio Liberty, nel senso letterale della parola: due colonne, un pronao e un’aureola pagana sotto la quale passava il visitatore. Quest’entrata floreale o se si preferisce “sacrale”, veniva chiusa in basso da transenne con motivi “stellari”. L’ingresso fu brutalizzato negli anni: quanto veniva definito il “cattivo gusto” del Liberty portò a rimuovere tettoia, pilastri e infine l’arco stesso; egualmente danneggiate furono le finestre soprastanti. Citando l’architettura trecentesca, Zaninovich aveva progettato un’elegantissima galleria di arcatelle su sottili pilastri. Nell’insieme quant’era solo un edificio addetto agli scambi diplomatici diventava nella facciata una chiesa consacrata alla divinità pagana dell’arte, santificata dalla decorazione “stellare” e dall’aureola o se si preferisce un’interpretazione freudiana, dalla vulva, trasmessa dalla semi-circonferenza all’ingresso.
La costruzione passò nei primi anni del Novecento al Tribunale Militare austriaco e successivamente a quello italiano; fu poi la sede del comando truppe jugoslavo e anglo-americano. Con il ritorno di Trieste all’Italia divenne il Circolo Ufficiali e infine l’attuale Circolo Unificato.
(Fonti: ho raccontato la storia di Zaninovich e delle sue tante tracce a Trieste nel libro “Trieste Asburgica: L’arte al servizio dell’industria, centoParole, 2019“)


