20.07.2020 – 15.28 – Il caso D’Agostino si era felicemente concluso quando il Tar del Lazio aveva re-integrato il presidente dell’Authority con pieni poteri sconfessando la decisione dell’Autorità Anticorruzione secondo cui vi era un‘incompatibilità tra la carica di presidente del TTP (2015) e quella dell’Autorità Portuale (2016).
Tuttavia il caso triestino ha ampiamente dimostrato con la norma Severino rischi potenzialmente di essere un’arma a doppio taglio, agendo in ambiti lontani dalla corruzione che mira a combattere. A questo proposito, ancora quando la vicenda era in sospeso, la deputata Debora Serracchiani e il Ministro dello Sviluppo Economico Stefano Patuanelli avevano proposto un emendamento inserito nel DL Rilancio per evitare in futuro applicazioni eccessivamente rigorose della legge Severino. L’emendamento, soprannominato “Salva Zeno”, stabiliva infatti che non vi è incompatibilità se uno dei due incarichi non ha remunerazione, né risulta operativo. Grazie al suo essere retroattivo, l’emendamento avrebbe così tutelato la posizione di D’Agostino, evitando in futuro casi simili, specie considerando come le Authority portuali siano negli ultimi tempi oggetto di ostacoli burocratici e giudiziari.
L’emendamento, a sorpresa, è stato bocciato: il DL Rilancio è stato approvato con voto di fiducia, ma la norma tanto cara a Patuanelli e Serracchiani è stata eliminata.
È altamente improbabile che l’Anac ricorra contro la decisione di Zeno D’Agostino; la stessa Autorità Anticorruzione aveva sottolineato come ritenesse eccessivi alcuni aspetti della legge Severino. Tuttavia se in futuro dovessero ripresentarsi situazioni simili, il presidente dell’Authority – che sia di Trieste o altri porti – rimarrebbe vulnerabile tanto quanto D’Agostino in questi mesi di “caos” giuridico.


